L'UOMO E LA MEDICINA
18:50, 31 January 2007
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Capitolo III
L'uomo e la medicina
"La medicina è un'arte, richiede un supplemento d'anima" (f. 108)
La medicina moderna ha raggiunto un grado di tecnolo- gia avanzatissimo, estremamente elevato, ma ha dimen- ticato in gran parte che possiedono virtù terapeutiche le ener- gie che risiedono nella parola, nell 'immagine, nelle arti, nella persona del medico e in noi stessi, in quella forza na- turale che gli antichi chiamavano virtus Cf. 149).
Alle parole si fonde il ricordo: è più che mai difficile restitui- re in queste pagine a Pierluigi Micheli la grandezza della sua esperienza di medico con la vitalità che gli si addice. Ci proveremo raccomandando a chi ne ha visto il volto di serbarne intatta la forza accostandovi le parole e, a chi non lo conobbe, di amare la semplice grandezza dei pensieri, ispiratori di una intensa at tività tra i malati. Solo così risplenderà ancora lo sguardo del me dico che spesso guarì anime e membra.
LA CURA DELL'UOMO
Non un mestiere né soltanto una missione: l'essere medico fu per il nostro la vita intera. E tutto quanto a noi sembri "vita" restava per Pierluigi una questione da poco, su cui volare alto con placida coscienza. Non che non conservasse delle questioni umane una vivida consapevolezza: al contrario, la profonda analisi della situazio- ne umana, di cui abbiamo avuto un saggio completo nelle pa- gine precedenti, lo condusse in breve a curarsi dell" 'uomo" più che di se stesso.
L'uomo pensa, ama, soffre, ammira, prega, tutto insieme con il suo cervello, con tutti i suoi organi e con la sua anima (Gar- reI). La tecnica non è l'unico fattore determinante del progresso come credeva Renan. La persona umana è formata di carne (è 110,biologico), di intelletto (l'Io pensante), di speranza (110 cre- dente). Da questa coscienza procede: La medicina deve occuparsi del- l'uomo nella sua totalità: l'avvenire della medicina è condizio- nato dal concetto che si ha dell'uomo. Il colloquio del medico ricorda la confessione. lppocrate insegnava che il medico deve mortificare l'insolen- te, il prepotente; ristabilire l'ordine, l'isonomia; è ministro digiu- stizia, deve essere messaggero di speranza, di ottimismo, di cer- tezza nell'avvenire. Sua deve essere una sacralità caritativa e poetica: litteratissimus et humanus (Flavio Biondo). Deve essere come il samaritano che reca l'olio per ottenere attraverso la gua- rigione del corpo e la salute la ripresa delle ordinarie occupazioni, degli affetti domestici, della socialità Cf. 108).
Un rimedio per ogni parte dell'uomo: ecco cosa cerca il medico nella persona di Pierluigi. È la coscienza dell'unità dell'individuo nella molteplicità delle sue parti (l'Io biologico, l'Io pensante e l'Io credente) a richiederlo in modo stringente. Per questo il medico deve essere litteratissimus et humanus: ai mali dell'Io pensante e dell'Io credente egli risponde con gli slanci della sag- gezza umana e non con gli artifici della tecnica medica.
LA STORIA DEL PENSIERO MEDICO: L'ANTICHITÀ
La dedizione di Pierluigi a quest'idea di medicina è pratica- mente totale: egli ne ricerca le ragioni nell'arco di tutta la storia di questa scienza. Ripercorrendola un po' tutta, a balzi e in vari fogli, e risalendo così sino alle origini, inizia citando Ippocra te, il padre della medicina occidentale, vissuto alla metà del V sec. a.c.:
Sacerdoti di Asclepio erano i medici, ministri di giu stizia. Templi e santuari erano diffusi in tutto il mondo allora conosciuto: Epidauro, Nicea, Agrigento e l'arte medica veniva tra- smessa dai padri ai figli di generazione in generazione. A que- sta casta apparteneva lppocrate di Gos che proclamava che il medico è un sacerdote della natura e dell'uomo e maestro di cul- tura. Documento di alta eticità e di umana probità è il giura- mento che vi leggo: 'Io giuro per Apollo e per Asclepio, e per Igea e per Panacea e per gli dèi tutti e per le dee, che prendo a testimoni, che secondo le mie forze e il mio giudizio manterrò questo giuramento e que- sti precetti: rispettare colui che mi ha insegnato quest'arte allo stes- so modo che i miei genitori; dividere con lui il sostentamento e dargli ciò di cui abbia bisogno; considerare i suoi discendenti come miei fratelli; insegnare loro l'arte, se vogliono apprender- la, senza mercede o condizioni; rendere partecipi della dottrina e dell'istruzione dell'intera disciplina ifigli miei e quelli del mio maestro e poi i discepoli iscritti che hanno prestato giuramento secondo il costume medico, e nessun altro. Secondo le mie forze e il mio giudizio, prescriverò la dieta per il giovamento dei malati, e mi asterrò da ogni danno e violenza. Pur se richiesto, non darò ad alcuno farmaco mortale né darò consiglio siffatto: allo stesso modo non darò a donna rimedio abortivo. Puramente e santamente custodirò la vita e l'arte mia: non farò l'operazione della pietra, ma la lascerò agli specialisti di questa operazione. In qualunque casa io entri, vi andrò per utile del malato, lonta- no da ogni azione volontariamente dannosa e da contatti im- puri con donne e con uomini, con liberi e servi. Qualunque co- sa io vegga o oda durante la cura, che non sia da raccontar fuori, ovvero anche fuor della cura nei rapporti della vita, la tacerò, come cosa che non è permesso dire. Se manterrò questo giura- mento e non lo violerò, mi sia concessa vita e arte in buona fa- ma preso gli uomini; ma il contrario ove io trasgredisca" Cf. 24).
Certamente un programma di vita più che un manifesto deontologico. E per chi lo legge avendo negli occhi la figura di Pier- luigi Micheli ogni singola parola si tingerà di un ricordo, con- creto, vissuto, per cui ancor più significativo appare il suo stesso commento:
... lppocrate si rivolge alla totalità della persona, si cura del l'uomo sano o malato per accompagnarlo nel ricupero o nel mantenersi in salute; quindi dell'uomo visto nel suo contesto ur- bano, sociale, nel suo modo di vivere e di lavorare. Impieghia- mo la nostra opera sempre con il rispetto della persona qualunque sia la sua comunità, credenza, abitudini: laico sacerdote camice bianco e non un artigiano del coltello, di erba o di ~ senze. Nelle donazioni di organi un atto di amore: la medicir. ha trovato un nuovo modo di servire l'umanità Cf. 24). Laico sacerdote in camice bianco: bastano queste poche parole a dipingere l'orizzonte etico di Pierluigi Micheli e a man. festare la sua profonda coscienza della missione che si sentì chia mato a svolgere. Alle parole, ancora una volta, leghiamo i ricordi veramente seppe fare uso della sua arte in piena libertà, facen done dono a tutti senza distinzioni di sorta, accompagnandol" sempre a quell'amore per l'individuo e per il recupero totale della persona che si manifestò nel suo gusto per l'arte della paro la e del dialogo. Molti dei suoi pazienti si sentirono curati quasi più dai suoi pensieri che dal suo formidabile uso della tecnica medica.
Ancora alla ricerca di uno sguardo complessivo sulla scienza che fu gran parte della sua vita, Pierluigi cita anche San Giovan ni Crisostomo: dottore della Chiesa (344-407, Antiochia) è una grande luminosa figura del IV secolo d.C Ancora giovinetto de- stò l'ammirazione del retore Libanio, il più celebre del tempo, sot- to la cui guida si dedicò alle lettere, all'arte oratoria. Vet:5o i tren- t'anni lasciò l'attività per dedicat:5i solo ai problemi religiosi; nel 381fu ordinato diacono e poi sacerdote e nel 397 vescovo di Costantinopoli. Un fatto che ci colpisce è che, secondo le sue osser- vazioni sulla anatomia e sulla fisiologia, alcuni organi (occhio, orecchio, cervello) sono considerati come concreta manifestazio- ne del creatore e messi a disposizione dell 'uomo per le sue neces- sità: è un leggere il sensibile in una luce sovrasensibile, metafisi- ca. Ma dice anche come molte malattie hanno origine col peccato (medicina bizantina), non solo come disobbedienza etica, ma an- che come mancanza di moderazione; il vino, dice, ci è stato da- to per stimolare il languore del corpo, non per minare la salute. La malattia, dice, è un evento che modifica il nostro occhio nel vedere la magnificenza del creato e quindi del divino. L'opera del medico è volta a sorreggere l'individuo nella sua unità fisica e spirituale e nella sua eticità. Essere medico vuoi dire non vedere la persona che soffre solo nel corpo. Non basta averne il nome, medico bisogna esserlo (San Gio- vanni Crisostomo) Cf. 6).
La visione religiosa del corpo umano di Giovanni Crisosto- mo, sebbene inconcepibile a livello scientifico, aiuta Pierluigi a sostenere la sua idea di medicina che curi l'uomo in tutte le sue parti: se il corpo soffre anche a causa di peccato, curarlo signi fica entrare anche là dove giace la causa di quel male, lo spiri to dell'uomo.
IL MEDIOEVO
Il percorso storico si sofferma anche su figure del medioevo occidentale: Onorio di Ratisbona, del secolo XII, che immagina la vita dell'uomo come un cammino, un iter, un pellegrinaggio, un esodo in cui dovrà attraversare diverse tappe, che egli immagina come città. Nell'operetta De Artibus egli illustra in modo molto vivace il pellegrinaggio attraverso dieci città diverse. All'interno di questo percorso la scienza della natura emana un fascino par- ticolare. Il suo domicilio è una ifarzosa città, l'ottava. Ciascuna porta, strada, torre, ponte, costruzione, rivela qualche caratteristica di questa scienza naturale. In questa ottava visione che dall'esilio conduce in patria risiede nientemeno che lppocrate, il quale insegna ai viandanti le particolari virtù terapeutiche delle erbe, dei minerali (herbarum, arborum, lapidum, animalium) passando dalla guarigione del corpo alla salvezza dell'anima, il tutamentum mentis et corporis. La guarigione del corpo produce infatti la guarigione dell'anima Cf. 6). Se i presupposti di Onorio sono diversi da quelli di Giovan- ni Crisostomo, tuttavia vediamo come il breve giro dei pensieri conduca sempre allo stesso fine: l'uomo visto nella sua integralità, come unione inscindibile di anima e corpo, per cui si curano l'una e l'altro senza soluzione di continuità. Gli esempi di questo genere sono, nei suoi fogli, alquanto numerosi: egli cita immediatamente dopo nello stesso contesto Il degarda di Bingen (1098-11 79), per il fatto che in lei la scienza medica si inquadra in una cosmologia ampiamente articolata Cf. 6), in quanto in una imponente tavola cosmica l'uomo è raffigurato nel suo mondo, un universo retto dalle mani della Santissima Trinità. L'universo si raffigura come una enorme ruota; al centro dell'edificio cosmico giganteggia l'uomo a capo eretto e a braccia aperte. Egli governa gli elementi, è determinato dalle forze cosmiche, ma egli è anche investito dal potere di plasmare il mondo: egli è il logos fatto carne. Nella sua opera Origine e cura delle malattie Ildegarda distingue una fisiologia (la condizione umana originaria) e una patologia (l'uomo malato) e una terapeutica (metodi per la guarigione e la conquista della salute). Ma chi provvederà verso l'uomo che si corrompe? Ma chi è il terapeuta? Christus medicus, medicus magnus. Chiunque sia stato chiamato da Dio ad assistere e a guarire i malati guarda a Cristo come esempio, e deve imitarlo nella discretio e nella misericordia Cf. 6). Medicus magnus Cristo, medico grande colui che nel mestiere ne imita la serenità e la profondità del rapporto. Perciò citando Paracelso Pierluigi conclude: Virtus del medico la professione non per sé ma per gli altri Cf. 6), e ancora, invocando con le parole di Lanfranco da Milano, XIII secolo: chiedevo aiuto al Signore che guidasse le mie mani. Abilità manuale, rigore scien- tifico e morale, conoscenza delle discipline umanistiche Cf. 6). Parole queste che non scivolano via sul vago della dimenticanza per chi di Pierluigi conobbe la perizia medica, l'integrità morale e la vastità delle conoscenze in materia di discipline umanistiche.
Non mancano accenni alle altre manifestazioni della scienza medica dall'antichità all'età contemporanea: Pierluigi si soffer ma sui "taccuini", sorta di enciclopedie medioevali sull'uso delle erbe medicinali e sulla casistica delle patologie, e poi passa con estrema facilità alla scuola medica italica dei Pitagorici (cita liberamente Filolao: il corpo è una tomba, ma l'anima ha bi sogno del corpo come strumento d'azione- Philolaus frr. B 14, e 22 D.K. -, e da questo procede col suo pensiero: il graduale sviluppo dell'anima significa anche peifezionamento del corpo, anche il corpo va glorificato. La funzione del medico è di co- operare al processo naturale che tende alla guarigione, medicus curat, natura sanat, f. 108), si muove da Empedocle fino ai medici del secolo scorso e contemporanei. Dalla storia della disciplina al continuo aggiornamento sui progressi della scienza Csi informava continuamente sugli ultimi progressi attraverso le riviste specializzate), Pierluigi amò sempre tenere accesa la lampada della saggezza anche e soprattutto nell'esercizio della medicina.
Dietro a questa profonda conoscenza e alla vivida consape- volezza dei doveri dinanzi al paziente si cela una meditazione continua sulle ragioni e i modi dell'agire medico, tessuta, come si è potuto già capire, sia su pensieri personalissimi che sulle parole di chi dedicò pagine agli stessi argomenti. Luigi Di Natale nel suo libro: La lampada di Ippocrate scrive: "Pieno il cuore di carità come una lampada votiva di olio profumato, allorché nel candore del camice che ha qualcosa di liturgico, ci chiniamo sotto la maschera sul letto operatorio, una preghiera scandita in sillabe di silenzio ci illumina l'anima e noi sentiamo che essa si posa cristianamente sulla fronte del pa- ziente addormentato, più benefica della anestesia perché gli por- ta la grazia". La cura come incantazione. È il comportamento del medico adeguato: vestito opportunamente, sereno nel volto e nell'agire, paziente e calmo nelle difficoltà che gli si presentano Cf. 44). E specificando l'ultimo concetto: Comportamento del medico: Vestito opportunamente, sereno nel volto e nell'agire; attendere con cura all'ammalato; rispondere con tranquillità alle obiezioni e non perdere la pazienza e la calma di fronte alle dif- ficoltà che gli si presentano Cf. 152). Chi adesso non ha fissa dentro agli occhi l'immagine vivida di Pierluigi Micheli? A essa lasciamo la semplice e irrimediabile forza che nega parole di commento.
UN' INVOCAZIONE
Partendo da questa prospettiva di continua e totale disponi- bilità e sempre alla ricerca di una mediazione tra l'umano e il divino, Pierluigi fa sue le parole di medici del passato ed eleva questa e altre accorate invocazioni: Dal giuramento e dalla pre ghiera di Maimonide, medico e filosofo ebreo del XII secolo:
"Latua eterna Provvidenza mi ha scelto a vegliare sulla vita e sulla morte delle tue creature. Possa l'amore che ho per la mia arte spin- germi sempre più all'azione; mai possano asservire il mio spiri- to avidità, avarizia, sete di gloria, desiderio di grande fama, poi- ché i nemici della Verità e della Filantropia potrebbero facilmente trarmi in errore e rendermi dimentico del mio alto proposito di fare del bene ai Tuoi figli. Possa vedere io nel paziente mai altro che una creatura sof- ferente. Concedimiforza, tempo e opportunità di migliorare sem- pre ciò che ho imparato, di allargarne sempre il dominio, poi- ché il sapere è immenso e lo spirito dell 'uomo può spaziare senza limiti e arricchirsi giornalmente di nuove cognizioni. Oggi può scoprire i suoi errori di ieri e domani gettare nuova luce su ciò che oggi ritiene sicuro. O Dio, Tu mi hai scelto a vegliare sulla vita e sulla morte delle Tue creature: ecco io sono pronto alla chia- mata".
Nelle parole dei medici del passato, che non a caso spesso sono anche filosofi, Pierluigi ricerca i tratti per disegnare la sua figura: il disinteresse per la ricchezza e la gloria, la cura per il paziente nella sua totalità, 1'esigenza di un continuo aggiorna- mento e l'umiltà di chi riconosce i propri errori e fa tesoro delle esperienze, sono elementi tutti che si ritrovano a ogni pié sospinto nella sua esistenza. Perciò, poche righe più sotto, nello stesso foglio guarda a se stesso e dice: Chiunque sia chiamato ad assistere i malati guarda a Cristo come esempio deve imitar- lo nella discretio e nella misericordia. L'etica del medico non è tanto nell'atto di sanare quanto nel gesto di carità; la dignità è data dal sigillo del divino; l'arte medica deve essere ritenuta co- me coinvolgimento totale, come operazione caritativa che, per noi che la leggiamo in linguaggio cristiano, vuoI dire vedere in ogni ammalato l'immagine di Cristo. Infatti Pierluigi aveva già affermato che l'orizzonte della me dicina, dell'ars medica, se non viene ridotto a coordinate pu- ramente tecnico-strumentali e non si dimentica l'umano, l'etico, lo spirituale, è veramente grandioso. Diceva Platone che chi insegna medicina deve essere, secondo una antica immagine, l'hegoumenos che prende per mano il discepolo, aiutandolo a percorrere un tratto con sé, per lasciarlo poi proseguire sui suoi piedi con la forza dello slancio acquisito Cf. 27). Le tematiche si intrecciano. Accanto alla necessità di fare del- la medicina l'esercizio di un'etica cristiana che superi la prospettiva tecnica, si ritrova, nel pensiero platonico, l'immagine a lui molto cara del maestro di medicina e del discepolo: il primo accompagna il secondo finché questi non è capace di fare tutto il bene possibile con le sue sole forze. Questa idea è particolarmente feconda anche per noi: in nulla Pierluigi manifestò un desiderio di possesso, e sia nell'istruzione dei discepoli che nella cura del malato il medico fu per lui soltanto un mezzo, una gui- da perché chi ebbe bisogno di lui potesse integrarsi o reintegrarsi con le proprie forze nel mondo.
IL RECUPERO DEL MALATO
In questa prospettiva si colloca quanto Pierluigi afferma sul problema della reintegrazione e della riabilitazione del malato. Dice infatti: Riabilitazione deve essere intesa come reinserimen- to dell'individuo nelle relazioni sociali. Processo ampio e com- plesso in quanto non è solo la palestra di fisiochinesiterapia o del laboratorio di logopedia. Essa richiede anche l'opera degli ope- ratori sanitari, degli operatori sociali e dei fa m iglia ri. Non è so- lo la medicina strettamente biologica e tecnicistica: così va inte- sa la riabilitazione, sovrattutto nei processi di cronicità degli anziani a evitare l'emarginazione. È necessaria questa compo- nente diciamo umanitaria: ecco l'importanza del volontariato ... I soggetti anziani sono particolarmente esposti al rischio del- l'invalidità e della emarginazione. Oltre alla naturale riduzio- ne, età-dipendente, dei margini di riserva funzionale biologica e oltre ai fattori di debolezza psico-sociale comuni a tutti gli an- ziani (crisi del pensionamento, perdita dei ruoli, barriere psico- logiche generazionali, barriere architettoniche ecc.), nella storia personale di ciascun anziano possono essere spesso presenti mo- tivi aggiuntivi di precarietà e di squilibrio (conflitti famigliari, perdita recente del coniuge, cattivi rapporti di vicinato o di con- dominio ecc.) che lo rendono gravemente insicuro sul piano psi- cologico e sociale, privo di sostegni, solo, anche in un contesto umano affollato e apparentemente adeguato. L'impatto di una malattia, specialmente se a lenta risoluzione o per sua natura invalidante, sconvolge facilmente gli equilibri precari inducen- do, nella vicenda esistenziale dell'anziano, effetti devastanti. Se in tale contesto l'operato del medico rimane ancorato alla con- cezione (propria di gran parte della medicina classica), che la precisazione'diagnostica e la prescrizione farmacologica costi- tuiscano tutto quanto è necessario, l'evento morboso segna qua si sempre l'avvio di un processo di invalidità e di emarginazio- ne irreversibile Cf. senza numero).
Questa pagina ci consente di vedere, seppure in un esempio ben definito, quello degli anziani, quale fosse il passaggio dal- la speculazione su questi temi alla pratica nell'esperienza medi- ca di Pierluigi: accanto alla precisazione diagnostica e alla pre- scrizione farmacologica, la cura del malato necessita d'un supplemento d'anima non solo del medico, ma anche di tutti coloro che collaborano alla guarigione dell'individuo. Soltanto una pratica di questo genere conduce il soggetto a riprendere pieno possesso della sua vita avendo superato lo stato di malattia che coinvolge primariamente, ma non solo, l'Io biologico che abbiamo visto scorrere nelle pagine precedenti.
L'OSPEDALE RELIGIOSO E IL BUON USO DELLA MALATTIA
Su questo tema insiste anche in occasioni concrete della sua esperienza. Al momento di lasciare l'ospedale San Giuseppe dei Fatebenefratelli nel 1980 probabilmente risale questa splendida pagina sulle finalità della medicina esercitata in una struttura religiosa. È come se tutte le sue istanze interiori trovassero voce in que ste righe: dalla riflessione esistenziale alla considerazione del proprio operato c'è una delle rarissime volte in cui troviamo usata la prima persona), dalla consapevolezza del valore della soffe renza alla necessità di un cristianesimo vissuto sulla propria pel le. Leggiamo insieme:

La malattia deve essere anche un momento di riassetto esi- stenziale: nell'ospedale religioso si deve vivere questo momento come un momento evangelico. La malattia pone all'individuo una riflessione sul suo iter esistenziale, sul suo passato, sul presente e su quello che sarà: la malattia è un evento che colpisce l'uomo nella sua interezza, nella sua unitarietà di anima e corpo e non solo un evento biologico. Così intesa la comunità ospedaliera diventa Chiesa e il perso- nale religioso la forza trainante, il sale della comunità. A que- sta chiesa è dovuta la pastorale della sofferenza, a lei tocca lo spirito di San Giovanni di Dio: prendere sulle spalle il malato. L'ospedale religioso, questa chiesa, deve essere sale, lievito e lu- ce per tutta la società in cui il cristiano vive e sovratutto il luogo dove il cristiano può confortare la sua malattia e dove compie- re la sua buona morte. Il vero hospitium pietatis. L'ospedale religioso deve mantenere questa sua identità, que- sta sua libertà anche se inserito nella struttura pubblica. Nel momento di lasciare il San Giuseppe mi sono domanda- to se ho vissuto questo momento ecclesiale e ho detto: certamen- te! Ed è forse per questo che le mie debolezze e le mie mancanze si fanno più pungenti. Ma, nonostante la contrizione per quello che non ho fatto, mi sostiene la volontà di continuare, con la gra- zia di Dio, a vivere più pienamente questo ideale. Ed ecco che proprio da voi mi viene l'aiuto: l'essere chiamato come laico a far parte del vostro ordine... Più volte nel corso della vita siamo separati da qualcosa, da qualcuno; è facile allora provare come un vuoto, particolar- mente se l'impegno ci aveva preso per anni: melanconia delle cose compiute, ma esistono nella vita di un uomo cose compiute? Ricordate Dante? "lo veggio ben che già mai non si sazia nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra difuor dal qual nessun vero si spazia" (Par. IV, 124-26) cioè se il nostro intelletto non raggiunge quel vero Dio, al di fuori del quale nessuna completezza può esistere. Immagine dellafera in lustra (Par. IV, 131-32).- "... ed è natura ch 'al sommo pinge noi di collo in collo ". La vita è un cammino, arduo, faticoso e non vi è posto per la malinconia, dobbiamo affrettare il passo appena le nostre forze ce lo consentono.
Interrompendo un istante lo scorrere di queste righe, rivediamo l'immagine dell'uomo che mai smise di cercare, che mai smise di esercitare l'arte tanto amata, fino agli ultimi giorni della sua vita. Di questa sorta di programma dettato già parecchi anni prima della morte Pierluigi conservò piena coscienza fino alla fine dei suoi anni. Ci piace ricordarne ancora la fortezza. E continua: ... Nel giugno del 1978 su invito del Padre Generale vifu un incontro dei direttori sanitari e di un gruppo dei medici dei Fa- tebenefratelli sul tema: "I Fatebenefratelli tra la riforma e il rin- novamento ". In questo incontro un gruppo di loro definì l'ospedale religio- so un ospedale configurato nella stretta osservanza dei principi cattolici, pur nella funzione pubblica del servizio. Ma preferirei dire che l'ospedale religioso è un luogo di evangelizzazione. Evangelizzare vuoI dire vedere i problemi quotidiani con la lam- pada del Vangelo, vuoI dire vedere nel malato l'uomo condivi- dendo con lui le sue sofferenze, le sue preoccupazioni, i suoi rim- pianti, le sue speranze Cf. senza numero).
LA PREGHIERA DEL MALATO
Con questo ultimo giro di pensieri possiamo accostarci a una breve citazione che Pierluigi dovette sentir propria e suggerire a chi fu oggetto delle sue cure. Ci piacerebbe quasi riascoltarne la voce, tenue e suggestiva, mentre ripete queste parole: ... fa che io consideri questa malattia come una specie di mor- te, separato dal mondo, spogliato da tutti gli oggetti, dai miei at- taccamenti, per implorare dalla Tua misericordia la conversio- ne del mio cuore (da B. Pascal, Prière pour demander à Dieu le bon usage des maladies) Cf. 236).
Tornano a questo punto in mente poche altre parole: tutto ciò che resta della intensa attività di Pierluigi Micheli accanto al ricordo intenso della sua figura che nell'azione spaziò ben oltre i suoi pensieri. Resti qui fissa come un'idea nitida e breve, un giudizio chiaro sulle ragioni e le finalità di una scelta di vita:
Un antico avrebbe scritto che il medico vale più di molti uomini: egli possiede uno spirito di ampio respiro, tollerante, generoso, universale. La medicina è la grande arte del volere e dell'azione dell'uomo e si può dire con Dante (In! XI, 105): "Sì che vo- str'arte a Dio quasi è nepote". Ricorda i grandi medici Cosma e Damiano anargiri! La medicina è come la filosofia: non astrazione della mente dalla realtà, ma conoscenza del reale; e, come la famiglia ac- cende nuove vite, la funzione del medico è di cooperare al pro- cesso naturale che tende alla guarigione: medicus curat, natura sanat Cf. 47).
Collaboratore della natura nella conservazione della vita, co- sciente tramite delle verità più alte sulla vita dell'uomo, generoso del suo e parco nella considerazione delle cose altrui, Pierluigi seppe dipingere con nette pennellate l'immagine lucente del medico che fu: là dove operava l'uomo trovava la massima espressione l'unità degli intenti così molteplici che ci hanno ac- compagnato fino alla conclusione di questa pagina.
Conclusioni
La spinta verso l'unità
LA COSCIENZA DELL'ULTIMA ETÀ
Prima di concludere l'immagine di Pierluigi Micheli poche al- tre righe fra le sue premono perché si restituisca l'ultimo scorcio. Non casuali ma dettate da un momento preciso della vita, ri- acquistano, in una icastica brevità, tutto il loro valore: emerge la coscienza di un uomo che, sentendo il passare degli anni e tenendosi stretto all'immagine reale che ebbe sempre di sé, tuttavia non ne fece un freno ma uno slancio fecondo per l'uso della mente. Pagine degli ultimi anni queste, incentrate sul significato e la ricchezza della vecchiaia, che diventano specchio di una mai perduta dignità. Le sue meditazioni si intrecciano all'impegno che dedicò alla fondazione e organizzazione dell'Università della terza età, che ricorre spesso fra le righe: La parola vecchiaia ha perso la sa- cralità che aveva nell'antichità e anche in un passato non lontano. Catone il Censore nel De Senectute di Cicerone: fanciullez- za, giovinezza, maturità, vecchiaia sono simboli del parlar co- mune. C'è soltanto la vita nel suo continuo e operoso fluire: la natura ha creato la vita umana come un grande poeta crea il suo poema. Le vite dei singoli s'intrecciano a comporre le generazioni e le generazioni formano il vivente tessuto della storia. Oggi in molti invece la parola vecchiaia ha quasi il signifi- cato di emarginazione e il vecchio viene "bamboleggiato " con attenzioni di svaghi per occupare il tempo libero. Le Università della terza età si oppongono a questa tendenza; richiamano l'anziano alla riflessione, allo studio, alla scuola Cf. 206).
Alla suggestiva immagine ciceroniana della vita umana inse- rita nell'universale fluire delle cose, e perciò priva di trapassi, Pierluigi affianca l'idea di un anziano che mantiene senza stac- co l'operatività intellettuale: non un gioco per il tempo libero, ma una strada per raggiungere sempre nuovi traguardi di sapienza. Per questo l'anziano, come lui stesso per primo, non si stacca in un isolamento graduale dalla società, al contrario ha ancora tutti i diritti ma anche tutti i doveri che deve assolvere e contri- buire alla vita della comunità Cf. 111). Allora con parole veementi afferma: L'anziano è la persona che la comunità consumistica ha isolato perché non produce be- ni sensibili. "Solo l'aberrazione della società attuale può avere una visione così unidimensionale della comunità: l'anziano non avrebbe nulla di proficuo da trasmettere alla comunità, la quale, non volendo reciderlo come ramo secco, trova per lui sva- ghi, curiosità, informazione". In opposizione l'Università della terza età riafferma la validità sociale dell'anziano e la necessi- tà che partecipi alla socialità, cioè a dire al bene comune della città. Anziano o meglio persona di età maggiore non vuoI dire malattia o decadimento e involuzione cerebrale, ma persona che ha corso nello stadio della vita e deve tuttora correre nello stadio con la solennità di festa religiosa e civile, come era nelle tradizioni degli antichi... La terza età libera dalle immaginazioni consumistiche va vissuta come una festa gioiosa Cf. 103). Pierluigi non si sente quindi uno spettatore più saggio nello stadio della vita, anzi conta le forze, e sono tante, per continuare a correre tra i primi: unguento a questa gara la saggezza. Ne ser- biamo una chiara prova in un foglio che degnamente chiude que- sta parentesi e che, in un certo qual modo, dona un senso lu- cente a tutte le pagine trascorse: Un saggio, Diogene di Enoanda, diceva: "Al tramonto della vita per vecchiezza, quando per poco ormai è il momento di stac- carsi dalla vita con un bel peana alla sazietà di tutte le cose piacevoli ma non durature, ho voluto aiutare, per non essere pre- venuto dalla morte, quelli che hanno buon senso" Cfr. 2, coli. II, 7-III, 5 Grilli) e continuava esponendo sui muri che cosa lo aveva guidato nella sua vita: i grandi precetti del grande Epicuro. È un invito laico dell homo viator, dell'uomo esodico che ai com- pagni che debbono continuare il cammino vuoI lasciare la sua esperienza. lo non sono Diogene di Enoanda ma si voglia comunque rac- contare le mie esperienze, che cosa ho imparato nel mio quotidiano operare di medico Cf. 82). Al suo desiderio rispondono le righe. Tramite queste Pierluigi passa il testimone.
UN'ULTIMA PAROLA
Terminando le pagine del nostro lavoro non ci pervade un senso di certezza, ma un'ansia di conoscenza che, dopo aver ascol- tato tutti i pensieri, ci spinge ancora a indagare quale fosse il fondo della persona di Pierluigi Micheli. La ricerca resta senza risposta; tocca infatti un ambito quasi insondabile: possiamo soltanto dare unità alle immagini che volontariamente egli tracciò, con la vita e la penna, di sé.
In una logica stringente s'è mosso, per gradi, lo svelarsi del- le idee e molti avranno riconosciuto ricomposte fra le righe le parole delle conversazioni, le insistenti note di un uomo che ha costruito tutta la sua vita su direttrici ormai evidenti: il costante esercizio della ragione, la profondità feconda della fede, l'espe- rienza totalizzante della medicina e il gusto umanistico per la let- teratura' la musica e l'arte. E se al principio avvertivamo che la mente di Pierluigi Micheli non lavorava per compartimenti stagni, adesso finalmente ne ab- biamo la prova: a chi ha seguito il percorso delle righe appare un affascinante e intrecciato affresco in cui compaiono, spesso insieme, non solo le sue idee ma anche i volti degli "spiriti ma- gni" tanto amati in fecondo e insolito dialogo. È una scena ric- ca di persone o, se vogliamo, un edificio elevato da una sa- pientissima ingegneria dell'anima. Ciò che tuttora noi osserviamo appare costituito non da pesanti blocchi ma dall'incrocio ardito e variopinto di piccole pietre e preziose: dinanzi a esse lo sguar- do di chi lo conobbe e di chi scrive o è tentato di perdersi nell'osservazione del particolare, oppure, in miglior modo, riesce a serbare una prospettiva di mirabile unità, l'unità di un uomo che seppe essere consapevolmente tale.
Ritorniamo allora per un'ultima volta all'immagine reale, quel- la che vogliamo conservare, del nostro dottore. Forse più che mai adesso è necessario: aver letto i suoi fogli può averci spin- to a intravvedere soprattutto di lui, in modo sistematico, gli slan- ci intellettuali. Ma questi furono soltanto un fuso con cui svol- gere il filo della vita, il più possibile attiva, concreta e viva. Di questi slanci godeva nei suoi spazi di riflessione e a essi dedi- cava le sue conversazioni, tempi nei quali tutti i motivi narrati si mescolavano con logica e grazia, con profonda attenzione e con vivace spirito dialettico. Da qui nasceva la ricchezza della sua umanità (ricordiamo ades- so con maggior coscienza il suo modello di medico litteratissi mus et humanus) di cui godettero pazienti e amici e di cui ora si sente la mancanza. Tutto questo ci è restituito dalle pagine presenti.
Il suo tempo invece è trascorso. A tutti ciò sembra essere im- possibile. Eppure è trascorso. Non per questo Pierluigi tace. Di lui si avverte la presenza lungo i corridoi della Clinica Sant'Ambrogio, e nessuno si stupirebbe a vederlo di nuovo percorrerli col suo camice bianco. Di lui si sente la forza nelle parole di chi lo ebbe vicino, persone tutte che ne mantengono in vita la carica umana e che non riescono a tacere l'affetto generato dalla sua ricca e profonda discrezione. Di lui resta il fascino incompreso che spetta all'uomo che volontariamente scelse di non parlare in prima persona, di fare dei suoi pensieri un universo privato e della sua vita un dono per tutti. Contraddizione felicemente ricomposta dalla grandezza del- la sua esperienza. Contraddizione che, riletta insieme alle sue pagine, ci permette di capire che Pierluigi non mancava di nulla: scienza, saggezza e cuore rinascono dai fogli e dai suoi silenzi, e da entrambi pren dono luce.
Scienza, saggezza e cuore: abbiamo visto il fluire delle parole in una prospettiva di unità che non ha concesso spazio allo svolgersi delle idee nel tempo. E questo è possibile per una men- te multiforme, come la sua, solo se resta solido il principio che anche nello scorrere dei pensieri dalla sorgente alla foce questi si giovarono di fonti sempre nuove e s'arricchirono d'acque. Perciò dedichiamo ora al Pierluigi impresso nella memoria di tutti, quello dell'età matura e della vecchiezza, un ultimo sguardo. Esso crea un'immagine capace di trattenere in un istante la ricchezza delle acque prima di versarsi in mare. E conseguiremo forse l'effetto sperato: mantenere fresca la vivacità dei colori e la sapienza dei semitoni con cui Pierluigi com pose e completò il suo quadro.
Il lettore raccoglie il testimone, e nella mente serba vivo un ricordo: l'immagine nitida di un uomo che alle preoccupazioni e alle fatiche della giornata rispondeva serenamente adagiato sul- la sua poltrona, indagando i percorsi dei pensieri. Non tace il segno di questa grande e feconda umanità.
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