GLI SCRITTI
19:01, 31 January 2007
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Gli scritti
Una parentesi introduttiva
Terminato il racconto sulla sua vita, ci apprestiamo a ritessere quel che di più intimo Pierluigi Micheli ha lasciato: i suoi scritti. Appunti e ritagli dalle tante letture, brevi ed estemporanee meditazioni smorzate dal tratto della penna, o anche testi più distesi per colloqui di vario genere: non sono pochi i fogli scritti di suo pugno. Una grafia pulita la sua, che poco ha della rapidità solitamente incomprensibile del medico, ma tanto della quiete feconda dell'intellettuale. Il suo tratto appare talvolta chiaro e sereno, forse nelle pagine più antiche, talaltra breve e nervoso, forse nelle pagine della vecchiezza. Ma ci piace pensare anche a un altro motivo per questa differenza: che la scrittura più nitida tracci sul foglio le riflessioni serene e meditate, e che quella nervosa disegni l'estemporanea cattura di un pensiero gradito o di una fra- se ben nota, in ogni caso di qualunque parola al dottore paresse utile per la sua "sapienza del cuore". Fogli di ogni genere si fanno specchio di questi trapassi del pensiero: dalla carta intestata dei suoi ospedali a semplici fogli bianchi o rigati. In questi specchi, rigorosamente sciolti, Pierluigi amava riflettere l'immagine chiara delle sue idee, per se stesso innanzitutto, e per gli altri perché, se lo ascoltavano, potessero coglierne più sicuramente i nessi. Anche a noi adesso essi restituiscono una immagine unitaria e priva di trapassi: i fogli non hanno data, se non quando, raramente, si riferiscono a occorrenze citate; ma in questa loro incompletezza essi ci consentono di gustare i pensieri come se in un momento solo fossero sgorgati con mirabile unità. Una unità di intenti che probabilmente non dovette essere estranea a Pierluigi Micheli lungo tutto il corso della sua vita.
Gli scritti, come ho avuto modo di dire, si presentano per lo più in fogli singoli e in forme alquanto stringate per quanto riguarda la composizione. La sua prosa possiede, proprio per questi motivi, un andamento spezzato, che non esiteremmo a definire aforistico: perciò sarà necessario considerarne estesi stralci, cer- cando di ritesservi intorno le coordinate del pensiero. Li abbiamo divisi per tematiche. Non pensi però, chi legge, che la mente di Pierluigi Micheli lavorasse per compartimenti stagni; in tutte le pagine i motivi della religione come quelli della letteratura e della medicina si rincorrono vicendevolmente: vogliamo però bloccarli in fotogrammi distinti, per comprendere i singoli colori, e infine soltanto ricomporli in una immagine d'insieme.
Adesso è necessaria una nota sui modi del suo comporre le idee. La sua scrittura si presenta fiorita di citazioni, non raramente dissimulate fra ciò che è suo soltanto: Pierluigi Micheli associa spesso con naturalezza alle proprie considerazioni il piacere della già data approvazione di un grande. E ama conservare, anche in tempi recenti, uno stile e un lessico che ha dell'arcaizzante, appreso negli anni della sua formazione scolastica e mai abbandonato: non si stupisca chi legge dinanzi a forme ormai desuete.
Nota dell'autore l brani in corsivo sono tratti dai fogli manoscritti di Pierluigi Micheli. lfogli sono stati numerati su indicazione di Augusta Micheli e a tale numerazione ci si riferisce con (f. ...). Si è cercato di conservare i testi originali anche là dove avevano il carattere di semplici appunti. Sono state corrette solo le ine- vitabili piccole sviste ortografiche, talora integrando la punteggiatura e i riferimenti bibliografici di alcune citazioni.
Capitolo I L'uomo e la prospettiva religiosa
"Tutte le cose governa il Signore della parola" (f. 51)
Che nella vita di Pierluigi Micheli la problematica religiosa occupasse una posizione centrale lo abbiamo già detto ricostruendo la sua vita. Che questa per lui non si configurasse propriamente come una "problematica", ma piuttosto come una certezza assodata ne ebbe sensazione chi lo sentì parlare. Ma la profondi- tà dei suoi pensieri e i luoghi in cui questi posero le radici travalicano di gran lunga la semplice prospettiva dettata dai ricordi delle sue parole. Ne fanno fede le pagine che ci appre- stiamo a rileggere: queste, se configuriamo il suo pensiero come un monte, si ergono dalle falde dell'umanità per poi accedere, grazie a lievi passi, all'unica cima possibile: la fede cristiana. Soltanto in questa prospettiva ci sembra di poter rileggere l'avventura intellettuale e spirituale di Pierluigi Micheli; egli conobbe le vicende umane e a queste mille rispose con una sola parola: il divino.
L'uomo e la domanda esistenziale
LA RICERCA DELLA VERITÀ
L'irrequietezza metafisica dell'uomo appare appena, soddisfatte le necessità corporali, si soffermi a guardare tutto quanto lo circonda. Il fanciullino che è in lui lo assilla di interrogativi, il divenire e il perire delle cose, l'imposizione che domina tutto il cosmo: giorno e notte, estate e in- verno, caldo e freddo, guerra e pace, vita e morte si alternano in perpetua vicenda; e il contrasto domina tutte le cose. E perché vi è nell'uomo quel bisogno di trovare una ragione, una armonia in questo incessante divenire? E cosa è in lui questa ricerca di qualcosa di immutabile, di eter- no in cui riposarsi? Il mito, la religione, la filosofia natu- rale, il logos filosofico da questo momento della mente umana traggono la loro origine. E così l'affannoso opera- re e la soddisfazione sempre più larga dei bisogni del cor- po trovano la loro ragione in questa ansia dell'eterno, quasi ad acquietarla nella soddisfazione del contingente. Ma cosa rimuove e scuote, squassa l'uomo, come bufera, e lo spinge incessantemente, dolorosamente a cercare, a trovare, a conoscere? Perché? Haforse l'uomo il ricordo di qualcosa di immutabile, di armonico, di eterno o che ha avuto in un tempo remoto e di cui ora è rimasta una idea confusamente avvertita? ... Tutta la storia del pensiero dell 'uomo non è forse anche og- gi la storia degli insuccessi nel trovare I1nimitabile in cui acquietarsi? Solo un mediatore potrà liberarlo da questa situazione Cf. 90).
Parole scarne ed evidenti, che tagliano netti gli interrogativi umani. E infatti un interesse complessivo per l'uomo che trascende la risposta religiosa si presenta frequente nelle pagine del nostro dottore. Un interesse, questo, che, proprio in vista della soluzione cristiana, mai estranea ai suoi pensieri, prende sempre l'avvio da meditazioni concentrate su due questioni principali: la soffe- renza e la innata necessità dell'uomo di accedere alla verità.
A PARTIRE DALLA SOFFERENZA LA RICERCA
Il motivo della sofferenza dovette essergli suggerito dalla sua esperienza quotidiana, dalla casistica umana che, da medico, si trovò continuamente sotto gli occhi. Non avendo essa alcun ge- nere di spiegazione razionale, se non in vista dell'ottenimento di un bene superiore, si pone sempre come quesito stringente e conduce per via diretta alla risposta religiosa. Se infatti, come avremo modo di vedere, l'interesse per la ragione umana e le sue istanze di conoscenza permettono una molteplicità di risposte, fra le quali comunque conserva il posto principe la soluzione cristiana, la considerazione della sofferenza conduce, nel giro di un breve ragionamento, alla necessità del divino. La sofferenza, il dolore, il male: attraverso la disperazione del nostro stato umano (che la sofferenza e il dolore, il male e la ca- ducità, il contingente, la vanità di quanto desideriamo e costruiamo, il nostro desiderio di conoscere mai soddisfatto ogni giorno accendono e alimentano) urliamo: salvaci Signore!
Cf. 91).
E ancora: "La consapevolezza della aridità, della solitudine, della caducità di tutte le cose, della sofferenza, della caduta di fronte alla retta ragione induce l'uomo a chiedere un intervento sovarannatu- rale che irrori ciò che è arido, sani ciò che è ferito, mondi ciò che è impuro, drizzi ciò che è deviato. Veni Sancte Spiritus" Cf. 58). La piccolezza dell'essere umano, la cui dimostrazione più netta è, per l'appunto, la sofferenza, esige una risposta sovran- naturale che non si presenta come conseguita dalla persona ma come dono dall'alto. La perentorietà di questa considerazione si palesa nel giro di poche parole: Pierluigi Micheli constata la mi- seria della condizione umana, la travalica nella necessità della risposta sovrannaturale e questa ottiene grazie a una invocazio- ne innica al divino. I due passi citati manifestano chiaramente, grazie anche alla struttura perfettamente parallela, l'identità del pensiero. Talvolta lo spettro di questa considerazione si allarga: "Removere viventes in hac vita de sta tu miseriae et perducere ad statum felicitatis", de felicitate (Dante, Epistola X, 269). Ma come giungere a questa condizione? Gotama, chiamato più tar- di il Buddha, cresce come principe in un ambiente opulento, con la moglie e un figlio; durante una passeggiata incontra un vec- chio, poi un ammalato, infine un cadavere: capisce che l'esistenza è dolore, lascia la casa e si dà per sette anni a macerazioni che a un certo momento gli sembrano vane, finché una notte gli vie- ne la grande illuminazione: l'Assoluto (nirvana) che si deve raggiungere spogliandosi di tutto. Maometto orfano entra in una casa commerciale appartenente a una ricca vedova, si sposa con lei, ha parecchi figli; ma prima dei 40 anni un angelo gli ordina di inviare il messaggio che la felicità dell'uomo sta nella sottomissione a Dio/lslam. Ma arriviamo al 111 sec. d.C: Plotino. Una realtà suprema che nessuno può raggiungere, lUno. DallUno emana l'Anima, lo Spi- rito, il mondo materiale che si allontanano verso il molteplice,regno dissimilitudinis nelle quali si perdono sino alla frontiera del nulla. In essi vi è un ricordo della loro origine e questo suscita l'epistrophé, la conversio. È l'inizio del ritorno: la conversio; la carnalità dell'uomo è peccato, perché cammina verso la dis- soluzione: la morte; ecco perché l'uomo grida: salvami dalla mia carnalità, salvami dal peccato! È l'inizio del ritorno; un ritorno verso l'unità della vita, un ritorno sia pure per gradi, purifica- zione dapprima, poi illuminazione da parte della verità, infine l'unità: via purgativa, illuminativa, unificativa. Chiunque opti per una unità suprema e divina è costretto a non tenere in alta considerazione il nulla della carne, del mondo 'finito" Cf. 86). Ciò che più di tutto in questo passo ci interessa è la memoria dell'esperienza del Buddha: essa nasce proprio dalla considera- zione della sofferenza e della miseria umana e si risolve nella ricerca dell'assoluto, ricerca la cui necessità è avvertita anche da chi procede da ragionamenti di diverso genere, che non senza motivo lasciamo affiancati per dare un breve saggio della giu- stapposizione dei temi fra le righe di Pierluigi Micheli. Con estrema facilità Pierluigi passa dall'esperienza del Buddha a quella di Maometto e alla speculazione di Plotino, per giungere sempre alla medesima conclusione, la vetta di cui parlavamo nell'introduzione a questi scritti: la necessità del divino.
LA RAZIONALITÀ E LA SUA IMPERFEZIONE
Non è solo la sofferenza lo sprone alla ricerca dell'assoluto né essa sola può essere intesa come mezzo di conoscenza, come sorgente di forza per il cristiano Cf. 68). Anche la fragilità del pensiero, la sua finitezza, la sua irrequietezza presuppone l'uni- versalità, l'assoluto. La caducità presuppone l'immutabile, l'eterno. La mortalità delle cose presuppone la danza della creazione. La fede religiosa stessa esige l'indagine intellettuale Cf. 54). Questa coscienza della imperfezione generale dello stato umano esige la ricerca dell'eterno, ricerca che si fonda in primis sugli strumenti intellettuali; ecco perché Pierluigi cita in tale contesto la famosa Lettera VII in cui Platone racconta della sua esperienza. Infatti, sentitosi da giovane profondamente attratto dalla politica, Platone era stato fiducioso di poter trovare una forma di governo migliore delle altre, ma alla fine dichiara il proprio fallimento, e arriva a teorizzare che solo il filosofo può riuscire a raggiungere l'obiettivo di una giusta politica degli stati (cfr. Ep. VII 325c-326b). E l'esempio vale a dimostrare che soltanto chi esercita rettamente la propria intelligenza giunge con successo al fine prefissato. Perciò la riflessione del dottore si conclude con la famosa esortazione agostiniana: in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas (De vera religione 39).
L'ASPIRAZIONE ALLA CONOSCENZA
La spinta verso !'interiorità per ritessere i motivi dell'assoluto riporta in primo piano la naturale esigenza di conoscere racchiusa in ogni uomo, che di gran lunga supera qualunque altro motivo di ricerca. E infatti afferma: La sofferenza, il dolore, il male, la caducità, il contingente, la vanità dei nostri desideri ci scuotono: ma è sovrattutto la mancata soddiifazione del nostro conoscere, la nostra cupido sapientiae ad affliggerci. "lo veggio ben che già mai non si sazia nostro intelletto, se'l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia. Posasi in esso, come fera in lustra, tosto che giunto l 'ha; e giugner puollo: se non, ciascun disio sarebbe frustra. Nasce per quello, a guisa di rampollo, a pié del vero il dubbio; ed è natura ch'al sommo pinge noi di collo in collo" (Par. IV, 124-32). In virtù di questo desiderio, che è in ogni uomo, da ogni ac- quisizione raggiunta nel cammino verso la verità nasce, come un pollone alla radice della pianta, un dubbio, uno stimolo a con- quistare nuove posizioni nel nostro cammino verso la terra promessa, per usare una terminologia biblica. L'uomo cammina spinto verso una meta, sale un monte alla sommità del quale raggiunge la felicità. "Perché non sali il dilettoso monte ch'è principio e cagion di tutte gioie" (Inf. I, 77-78) (f. 29).
L'UOMO "MISURA DI TUTTE LE COSE"
Ma la vetta di questo monte non si configura univocamente: Pierluigi sa che la continua ricerca dell'intelletto umano può intraprendere più vie. Il suo timore maggiore allora è che l'uomo si fidi troppo della sua capacità razionale e dimentichi la necessità dell'atto di fede. Se infatti da una parte socraticamente riconosce che l'intelletto umano tende per natura al Bene (La naturale ten- denza di ogni uomo di rivolgersi al bene inteso nella sua più ampia accezione è il momento naturale e istintivo o emozionale per il quale l'uomo tende naturalmente a chi è la somma di tutti i beni. L'intelletto illuminando l'uomo indirizza rettamente que- sto suo istinto verso il Bene, f. 8), dall'altra Pierluigi è fermamente convinto dei limiti dell'intelligenza umana (Sufficienza di sé è di chi vuole trovare solamente in sé la pienezza della felicità e dis- prezzo per tutto ciò che suppone una ubbidienza estranea alla pro- pria volontà, f. 5). Teme infatti che l'uomo possa intraprendere una conoscenza della realtà puramente soggettiva, esperienziale, e che non riconosca l'esistenza di una realtà oggettiva. E attingendo ancora una volta all'esperienza greca antica, riecheggia in tutto questo ragionamento e menziona esplicitamente Protagora, principe dei sofisti: "L'uomo è misura delle cose" (fr. 1, 3-5 D.K.). Anche oggi Protagora vive diffusamente nelle nostre comunità (f. 32).
Le porte della f'iIosofia
È necessario allora per un breve tratto ripercorrere il processo logico che conduce Pierluigi a queste convinzioni. Attraverso un ragionamento dialettico fra tesi e antitesi Pierluigi scompone e ricostruisce l'importanza della filosofia, che sempre dovette attrarlo e insieme intimorirlo nella sua pretesa di dare risposte ultime sul senso delle cose. La filosofia è l'inferno dei prediletti di Dio. Agli altri rimane il paradiso delle cose ovvie.Ma ho letto anche: la filosofia è come la sapienza: il suo possesso è preferibile all'argento, la sua moneta è più dell'oro; più preziosa delle perle e nessun oggetto più caro la eguaglia (Pro- verbi, 8. 10-11). Come si può vivere in un mondo in cui tutto è contingente, dove non si vedono certezze solari, dove la speranza è il solo con- forto? Anche la Speranza ultima dea fugge i sepolcri (Foscolo, Dei Sepolcri 16-17). Solo la sapienza ci può aiutare. Non il vivere è da tenere in massimo conto ma il vivere bene... La filosofia cerca di dare ragione delle nostre scelte, dell 'o- rientamento che diamo alla nostra vita, ed è anche il paradiso delle cose ovvie (f. 44).
L'uomo con le sue sole forze intellettuali non ha modo di con- seguire quella verità nella quale, sola, insiste Pierluigi Micheli, si può essere felici. Egli ammette che l'uomo ha due beatitudini: alla prima si accede mediante la filosofia, alla seconda me- diante la rivelazione (f. 84) e con lucidità coglie i limiti della prima, cioè del pensiero semplicemente umano: La filosofia giunta al culmine della sua costruzione mediante la dialettica, manifesta la sua inadeguatezza di fronte alla problematica sui destini dell'uomo e sulle sorti escatologiche. Come dobbiamo comportarci? Platone in una pagina del Pedone scrive: "Infatti trattando di questi problemi non è possibile non fare una di queste due cose: o apprendere da altri quale sia la verità, oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare tra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello come su una zattera affrontare il rischio della traversata della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, ossia affidandosi alla divina rivelazione" (Platone, Pedone 85 c). Ma certo il pensiero dialettico, logico, non può sostituire il sapere rivelato della religione... Ecco quindi la dialettica del credente e il motore del suo agire. Mutiamo quindi la nostra dialettica, convertiamo la nostra mente verso Dio, camminando sulla sua strada, assicurandoci a lui per quanto è possibile Cf. 52).
E su questi temi insiste più volte. Di frequente cita l'antica massima incisa sull'ingresso del tempio di Apollo a Delfi: "Conosci te stesso". Nella prospettiva del dottor Micheli questo imperativo implica che una vita senza ricerche non è degna per l'uomo di essere vissuta. Egli conserva però intatta la coscienza socratica dell' io non so e neppure credo di sapere; perciò conclude: la sapienza umana ha poco valore Cf. 70).

FELICITÀ È CONOSCENZA DELLA VERITÀ
Forte è quindi la fiducia nelle capacità umane se la si limita alla fase prima della ricerca, ovvero alla necessità di porsi talu- ne domande esistenziali; ma il dottor Micheli non lascia spazio all'illusione: la risposta è fuori dall'umano. Richiamandosi infatti una seconda volta al passo del Pedone di Platone 85 c, Pierluigi dice a se stesso:
Ricerca la verità attraverso la discussione, il ragionamento, la conoscenza. Lafilosofia dei sistemi può portarci alla seconda navigazione di Platone e su questa zattera possiamo attraversare il gran mare dell'esse- re. Quindi l'intelletto è il primo atto per avvicinarsi alla divinità: fides quaerens intellectum. Certo il puro atto concettuale non è sufficiente né si ottiene la salvezza attraverso il sillogismo, ma il salto personale ed esistenziale come vuole Kierkegaard è insufficiente, è puramente un momento discorsivo, rettorico.
La ricerca della verità, dunque, anche con le sole forze umane, è un atto positivo, ma non sufficiente. Con questa consapevolezza Pierluigi da una parte la loda e se ne sente attratto, dall'altra la condanna. Gli piacciono i versi del pagano Esiodo, che aveva intuito:
"'A chi conosce la verità e la proclama Zeus dà la felicità" Cf. 23} con questa citazione della sapienza greca arcaica a lui ben nota, Pierluigi trova conferma della equazione verità = felicità. Egli ritorna volentieri sul pensiero che comunque la felicità ottenibile da noi uomini consiste nella nostra facoltà razionale, nell'uso amoroso della scienza, della speculazionefilosofica e re- ligiosa, nell'esercizio dell'etica, degli uffici civili e politici, come vuole Aristotele nell'Etica Nicomachea e Dante nel Convivio. Ma questa fiducia nella felicità "possibile" grazie all'esercizio delle facoltà umane si scioglie dinanzi all'evidenza che ciclicamente ritorna nei pensieri del dottore che, in ultimo, verità e felicità coincidono con Dio. Egli cita volentieri l'affermazione di Pascal che la felicità non è fuori di noi, né dentro di noi: è in Dio, fuori e dentro di noi Cf. 68). E ripete di frequente a se stesso che l'uomo da solo non può arrivare a Dio: I millenni dimostrano come l'intellectus dell 'uo- mo non può guardare faccia a faccia la divinità... Cf. 66). Il suo sguardo di simpatia, dunque, per la ricerca filosofica Cegli cita spesso anche filosofi idealisti, razionalisti ed esistenzialisti) e per gli uomini non gli toglie senso critico verso i limiti speculativi della prima, anche quando sia in grado di raggiungere la prospettiva metafisica, e verso la piccolezza in cui spesso si avventurano i secondi. E infatti, mettendo insieme le due cose in un felice esempio, ci parla di Democrito che rideva degli accadimenti. "Sei forse pazzo quando ridi della morte, delle malattie, della malinconia, della pazzia?", gli domanda lppocrate. "lo rido dell'uomo insensato, incapace di opere rette, puerile in ogni suo disegno, che si abbandona alla passione del denaro, al disordine che devia ogni cosa nel suo personale interesse".
E aggiunge su Cilbert Keith Chesterton: ha cercato la verità con onestà usando di quella ragione che i razionalistsi limitavano a promulgare Cf. 88).
LA CRISI DELLA RAZIONALITÀ CONTEMPORANEA
Pierluigi è anche molto sensibile alla crisi di valori del mondo moderno e ne intravvede la causa nella perdita di una capacità di ragionamento e di una vis dialettica, che rende impossibile dialogare con i grandi problemi della vita e affrontare le grandi domande:
Il mondo moderno ha subito una caduta della capacità dialet- tica, più grave della caduta della morale. Agnosticismo filosofico, indifferentismo religioso, relativismo morale, le varie ideologie vegetariane, animaliste, i guru e i culti esoterici, il timore di trasmettere la vita. L'uomo di oggi non vuoI più sentirsi dire che la vita è una battaglia Cf. 88).
Dietro alla debolezza razionale dell'uomo moderno c'è quindi una grave debolezza psicologica che Pierluigi acutamente riconosce, ed essa è il frutto di una società che induce a desiderare solo ciò che è facile. Le sue parole riecheggiano in questo frangente il giudizio del- l'antico autore del trattato Sul sublime CI a.c. - I d.c.). L'opera, presente nella sua biblioteca e nelle sue riflessioni, termina con una sofferta denuncia del decadimento dell'arte e dei costumi di quel tempo (l'epoca di Augusto!): anche questa, in finale, indica come colpevole la mollezza dei costumi degli uomini di quegli anni, che cercavano ormai solo piaceri facili ed erano incapaci di aspirare ad alti pensieri. E perciò, sulla scia del Sublime, Pierluigi si abbandona a una considerazione poeticamente umana: Certo chi non ha il senso del meraviglioso non può comprendere le cose che lo circondano: è un cieco, brancolante nel buio più fondo, che non troverà mai la via, la verità. È una persona senza vita, morta Cf. 18). Con Erich Fromm egli denuncia ancora la debolezza della razionalità contemporanea: La gente ama gli oggetti meccanici più degli esseri viventi. L'approccio agli uomini è astratto e intellet- tuale. Ci si interessa delle persone come oggetti, alle loro proprietà comuni, alle regole statistiche del comportamento di massa, non agli individui viventi. Papagalli vocianti Cf. 40). E ancora: Quale uomo oggi? L'uomo di oggi ha pressoché per- so il senso del metafisico, del sovrasensibile e quindi del sacro, che è una categoria dell'homo religiosus. Ma l'uomo di oggi ha perso in massima parte nel suo modo di vita illumen rationis, il cogito cartesiano che aveva pur sempre una dignità nonostante gli errori che ne sono conseguiti... È opportuno anzitutto richiamare l'uomo di oggi alla sua perduta di- gnità di "canna pensante" (Pasca!) Cf. 97). Egli capisce dunque che il primo passo verso la verità lo si compie attraverso un corretto modo di pensare: l'uomo virtuoso è quello che attua la sua connaturale qualità: la razionalità Cf. 89). Sono la dialettica e la filosofia a insegnarla, e per questo egli ama tanto tali discipline facendosene fautore anche presso l'Uni- versità della terza età Cardinale Colombo: È un nostro dovere morale sviluppare con la nostra mente e il nostro cuore il nostro obolo, una Istituzione che si oppone all'attuale civiltà, che io chiamerei "civiltà del disagio" Cf. 43).
LA CHIAVE DI VOLTA
Conoscevamo già l'importanza della soluzione religiosa pri- ma ancora di avventurarci fra le meditazioni di Pierluigi Micheli. Abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi la zattera platonica frenata dall'ampiezza del mare, la sentiamo adesso attrac- care alla più solida nave che salpa soltanto dalla rivelazione divina. Essa trova voce nelle Sacre Scritture. E infatti scrive: La pagina biblica è come una donna miseri- cordiosa, come Dante diceva della filosofia, che c'indirizza sulla via della retta speculazione Cf. 17). Solo Cristo è la sicura nave che permette all'uomo di cono- scere la verità: Il desiderio di conoscere che agita ogni uomo solo Gesù può colmarlo Cf. 22). E il legno di questa nave è uno solo: Al centro della storia dell'uomo e del mondo si erge la croce di Cristo sul Golgota Cf. 36). La resurrezione di Cristo è l'unica metafisica possibile.
L'unica risposta possibile: la fede cristiana
UNA RIFLESSIONE SUL LIBERO ARBITRIO
Se adesso ci apprestiamo a considerare quella che fu l'unica soluzione scelta, praticata con vivo desiderio e con vigore divulgata da Pierluigi Micheli, la fede cristiana, allora è necessario risalire alle sue radici. Essa è un atto di profonda e cosciente libertà, di cui Pierluigi ebbe vivida consapevolezza. Le bellissime parole che Dante mette in bocca Beatrice sul dono della libertà d'arbitrio, concessa da Dio agli uomini, servono al nostro dottore per introdurre il tema del tragico rischio umano (che fu già degli angeli) di dire no alla verità stessa:
"Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, ed a la sua bontate iù conformato, e quel ch 'e' più apprezza u de la volontà la libertate; i che le creature intelligenti, tutte e sole, fuoro e son dotate" CPar. V, 19-24) La libera volontà è l'attributo comune di tutte le creature in- telligenti, angeli e uomini: non la conoscenza, il filosofare, la spe- culazione, la scienza, la forza. La libera volontà conduce gli esseri intelligenti "per lo gran mar dell'essere". Gli angeli si ribellaro- no a Dio per un atto di libera volontà, l'uomo disobbedì per un atto di volontà, e con un atto della sua libera volontà può salvarsi. Il regno di Dio ancora oggi può essere accettato e rifìutato da qualsiasi uomo sapiente o ignorante; capace di profonde intui- zioni o limitato intellettualmente. L'uomo non può conoscere Dio, è Lui che si manifesta agli uo- mini con la rivelazione; l'uomo adegua con la volontà sé alla rive lazione e si unisce a Dio con l'atto di carità. Carità o amore è la forza che spinge e ordina in sé tutto l'universo; se l'uomo accetta questa forza, entra nell'eterna esistenza, in Dio ("Io sono colui che è") Cf. 2).
La zattera tende la sua fune alla più solida nave: se le facoltà di pensiero (la zattera appunto) sono caratteristiche dell'uomo, tuttavia soltanto la possibilità di rispondere liberamente alla proposta di Dio (la solida nave) è attributo unico delle creature intelligenti (la nostra fune). Fuor di metafora: l'uomo con le sue sole forze non giunge a Dio ma è Dio stesso a manifestarsi all'uomo in un atto d'amore. Se l'uomo accetta questa forza, entra nell'eterna esistenza, in Dio Cf. 2). Ma il cerchio si chiu de solo se l'uomo risponde all'amore di Dio con un atto d'amore. È questo l'unico gesto capace di consentire l'unione fra l'uomo e Dio. Perciò lamenta che la radice più profonda della indifferenza religiosa sta nella debolezza della creatura a cui viene offerto l'amore di Dio Cf. 92). Se l'uomo quindi non ha la forza necessaria per quest'atto di libertà non può in nessun modo intrattenere quel commercio con Dio Cf. 92) che è la fede.
QUANDO LA SCELTA È AVVENUTA
L'uomo cerca in maniera più o meno cosciente la verità, come assoluto al quale interamente dedicarsi; se è cristiano, la verità è Dio attraverso Gesù Cristo (cnf. 1). Non nello spazio devo cercare la mia dignità, ma nell'u- so ben regolato del mio pensiero. Non avrei nessuna dignità se possedessi delle terre: per lo spazio, l'universo mi comprende e mi inghiotte come un punto; con il pensiero lo comprendo... Ma la coscienza dell 'uomo naturale può forse comprendere l'universo? Un Piccolo vaso può forse contenere l'acqua dell'oceano? La coscienza dell'uomo cristiano, per la grazia, è accettazione della volontà di Dio, amore, e se pure piccolo, comprende il cosmo con la carità, vive intimamente in esso e nell'ordine del creato "gusta" il suo Dio e ne canta le lodi (Cf. 81).
Ci siamo soffermati a lungo sui fondamenti del pensiero religioso di Pierluigi Micheli svolgendone i passaggi. Adesso che il cristiano emerge con tutta la sua forza lo lasceremo parlare con l'evidenza che sempre gli fu connaturata. L'equivalenza Dio = Verità si manifesta all'uomo tramite Cristo. Anche qui la sua coscienza è nitidissima: Penso che non si tratti di credere alle parole del Cristo perché il Cristo è figlio di Dio, quanto di comprendere che egli è figlio di Dio perché la sua parola è divina e infinitamente più alta di tutto ciò che l'arte e la saggezza degli uomini possono proporci. Signore, non perché mi sia stato detto che voi eravate il figlio di Dio ascolto la vostra parola; ma la vostra parola è bella al di sopra di ogni parola umana, e da questo riconosco che siete il figlio di Dio. Cristo sta al di fuori dello spazio in cui valgono le categorie storiche. Non esiste un 'ora sua, perché Egli è eterno. Anche gli increduli d'oggi e i senza Dio dell'avvenire si nutrono del suo Spi- rito. La sua memoria è dappertutto. Sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili e dei monti, nei tabernacoli delle strade, a capo dei letti e sopra le tombe, milioni di croci ram- mentano la morte del Crocifisso. Raschiate gli affreschi delle chiese, portate via i quadri dagli altari e dalle case e la vita di Cristo riempie i musei e le gallerie. Buttate nel fuoco messali, breviari ed eucologi e ritrovate il suo nome e le sue parole in tutti i libri delle letterature. Perfin le bestemmie sono un involontario ricordo della sua presenza: per quanto si faccia, Cristo è un fine e un principio, un abisso di misteri divini in mezzo a due tronconi di storia umana. La Gentilità e la Cristianità non possono più saldarsi insieme. Prima di Cristo e dopo Cristo. Mircea Eliade il rumeno Cf. 22). Cristo Parola Divina evidente per la sua stessa luce. Cristo setaccio della storia e della coscienza. Cristo presenza costante nella vita dell'uomo rivisto attraverso la passione delle parole di Mircea Eliade. Per questo motivo solo nel cristianesimo, in Gesù, realizziamo la nostra persona. La vita cristiana è vita di tensione, di intima, non istituzionale, vita di ascolto, di silenzio Cf. 108).
Quando il Cristo è riconosciuto come centro gravitazionale, allora è naturale che solo nell'orbita cristiana si possa svolgere pienamente la vita umana. E l'equilibrio del nostro sistema, il cui sole è Cristo, nasce dalla presenza di due forze: la tensione (che liberamente interpretiamo come stimolo interiore e interesse verso gli altri) e l'intima vita di ascolto e di silenzio, ovvero dal desiderio di contatto col divino che provenga dall'ascolto della sua Parola e dalla meditazione.
LA PREGHIERA
Per questo Pierluigi si sofferma a lungo sul tema della preghiera e ne considera tutte le espressioni, lasciandosi personalmente trasportare anche dall'esperienza estetica della contemplazione. Icastiche le parole che ci aiutano a introdurre questo tema. Un antico ha scritto: l'uomo fu creato per tenere eretto il capo per guardare il cielo, ma egli può giungere più in alto quando china il capo, pregando. E ancora: La preghiera è poesia, perché viene da un clima corale e non da una elaborazione intellettualistica e retorica di unletterato, di un filosofo o di un teologo dialettico. Alain De Lille chiama la poesia coelestis theophania, solo la poesia ha dardi che possono trafiggere i sensi (Pindaro). Preghiera e poesia sono il frutto più alto e più nitido dello spirito umano, lasciato senza briglie per una volta sola. Esse soltanto hanno perciò la capacità di colpire sempre nel segno, hanno dardi che possono trafiggere i sensi, secondo la metafora pindarica rielaborata da Pierluigi (Olimpica I, 179-80; II, 160-164; IX, 9-10). Poi continua: La preghiera non è legata alla ritualità, ma parla, grida, chiede, supplica, invoca aiuto, ringrazia, cerca, nasce dal quotidiano, dalla vita di tutti i giorni. Un uomo cieco è in contatto con il mondo dell'udito, del tatto, dell'odorato, del gusto, ma, se improvvisamente acquista la vista, scopre il mondo dei colori, delle forme, contempla i grandi spazi e le notti stellate, vede il volto delle persone che gli sono vicine. Così è l'uomo che prega, un cieco che vede la luce: lux beatissima ... Preghiera è ascolto di Dio, risposta a Dio, dialogo, riflessione... La fede profonda scaturisce una preghiera ardita: "vedi come so parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere", Abramo (Genesi 18, 27). Geremia 12, 1, 6. "Signore tu sei giusto, eppure io voglio la- mentarmi con te, voglio discutere con te". La preghiera è l'immagine dei problemi, dei drammi, delle gioie di un popolo e di un singolo: è liturgia vissuta nella quotidianità del singolo e della comunità (f. 73).
Se in queste righe Pierluigi si abbandona a una idea più estatica e spontanea della preghiera, tuttavia neppure in questo momento di intima coesione con Dio può tacere la capacità dialettica dell'uomo. Questo appare evidente da un altro frammento: La preghiera è riflessione ed è tormento. Chi crede che la religione cristiana sia un pietismo che serve a soddiifare una esigenza re- ligiosa di ogni uomo o una fabula che possa confortare l'uomo travagliato è in grossissimo errore. La religione cristiana è un tormento concettuale (il Figlio di Dio fatto uomo), è una sofferenza etica: il roveto ardente brucia, la luce di Dio acceca. La pa- ce del cristiano non è olimpica tranquillità, ma risultante di tesi e antitesi che violentemente si scontrano prima di raggiungere attraverso una profonda pena la sintesi. Ascolta, o uomo, le voci del deserto... Cf. 69). Pierluigi intravvede quindi anche nella preghiera uno spazio di prova per l'intelligenza. Abbiamo letto nel frammento del f. 73 le parole sul dialogo che si intrattiene con Dio; ancora procede il concetto di dialettica della preghiera in questa meditazione nel f. 69, in cui si elimina il mito dell'olimpica tranquillità della fede, la quale si nutre di profondi contrasti e grandi sintesi. Questa preghiera non si limita però a brevi momenti di coelestis teophania fruibili individualmente: Pierluigi tiene a dire che la preghiera del cuore è una continuazione della preghiera li- turgica, in modo che sia che mangiamo, sia che lavoriamo, sia che riposiamo, sempre siamo nella lode, nella contemplazione, nella intercessione del Signore... La preghiera è come il respiro: se cessa l'individuo muore Cf. 33). Preghiera di lode, di contemplazione, di richiesta implorante: ogni parola rivolta dall'uomo a Dio è qui contenuta e accompagna l'uomo in ogni momento della vita: La preghiera è come un fiume che scorre davanti all 'uscio di casa: in esso ci si può ristorare e purificare ogni momento Cf. 20). È sacra linfa, per cui se questa manca, l' "uomo" muore.
LA DIMENSIONE LITURGICA
Ma, ed è già emerso nei primi frammenti proposti, per Pierluigi la preghiera, che pure coinvolge tutta l'intelligenza del singolo, non si esaurisce nella prospettiva individuale. Più volte, si è visto, il nostro accenna all'importanza della preghiera nel suo aspettp comunitario e liturgico. E in un nuovo foglio si sofferma miratamente proprio sulla "preghiera nella liturgia". Qui scrive: Tutti i fedeli sono chiamati a partecipare alla vi- ta della Chiesa, come nella polis dell'antica Grecia, attraverso la preghiera liturgica, come atto sacro rivolto a Dio, che esalta la sua gloria... La celebrazione liturgica è una azione pubblica e sacra nella quale la comunità riconosce la propria identità. Preghiera liturgica e preghiera personale. La preghiera personale diviene pubblica in quella grande famiglia che è il popolo di Dio, e la personalità si afferma nella cittadinanza della Gerusalemme Celeste, e insieme ai ministri celebra il mistero di Cristo. La lettura delle Sacre Scritture è celebraziòne liturgica; il far conoscere le grandi opere di Dio, i magnalia Dei, è dovere di tutti: ecco la liturgia della parola che è bene sia praticata dai fedeli.
Pierluigi aggiunge poi che Cristo è soprattutto presente nel mi- stero liturgico, momento in cui Egli opera sui suoi fedeli raccolti, togliendo le divisioni, e tramite la verità e la carità ne garantisce la comunione. E così continua: Se una persona cerca Cristo deve entrare nella comunità dei fedeli, nella Chiesa che è cattolica, cioè universale, che riunisce in sé tutte le razze e tutti i popoli. La Chiesa è presieduta da Cristo stesso; Egli presiede ogni Chiesa locale, e il ciclo liturgico rinnova il grande mistero di Cristo presente nella Chiesa. La liturgia fa propria la nostra esperienza quotidiana del tempo: alba, mezzogiorno, tramonto, sera, primavera, estate, autunno, inverno: snoda il tempo in significato sacrale. Nella liturgia l' "allora" delle azion
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