PIERLUIGI MICHELI - Medico di Dio nella città dell'uomo | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
* IL DOCENTE CHE SONO
18:56, 14 January 2007
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DOCENTE CHE SOGNO...
Intervento ai Docenti di inizio anno scolastico settembre 2006
COLLEGIO DOCENTI 4 SETTEMBRE 2006
1. PREGHIERA
Spirito Santo, ospite dolcissimo,
svela a noi il senso profondo degli avvenimenti
e disponi il nostro animo a leggerli con fede,
nella speranza che non delude, nella carità che non attende contraccambio.
Spirito di verità,
che scruti le profondità di Dio, memoria e profezia della Chiesa,
conduci tutti noi a riconoscere in Gesù di Nazareth
il Signore della gloria, il Salvatore del mondo, il supremo compimento della storia.
Spirito creatore,
arcano artefice del Regno, con la forza dei tuoi santi doni guida la Chiesa
ad affrontare con coraggio il nuovo millennio,
per portare alle generazioni che verranno la luce della Parola che salva.
Spirito di santità,
soffio divino che muove il cosmo, vieni e rinnova il volto della terra.
Suscita nei cristiani il desiderio dell’unità piena, per essere efficacemente nel mondo
segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano.
Spirito di comunione,
anima e sostegno della Chiesa,
fa’ che la ricchezza di carismi e ministeri contribuisca all’unità del Corpo di Cristo;
fa’ che laici, consacrati e ministri ordinati concorrano insieme ad edificare l’unico Regno di Dio.
Spirito di consolazione,
sorgente inesauribile di gioia e di pace, suscita solidarietà verso chi è nel bisogno,
provvedi agli infermi il necessario conforto, infondi in chi è provato fiducia e speranza,
ravviva in tutti l’impegno per un futuro migliore.
Spirito di sapienza,
che tocchi le menti ed i cuori, orienta il cammino della scienza e della tecnica
al servizio della vita, della giustizia, della pace.
Rendi fecondo il dialogo con chi appartiene ad altre religioni,
fa’ che le diverse culture si aprano ai valori del Vangelo.
Spirito di vita,
per la cui opera il Verbo si è fatto carne nel seno della Vergine, donna del silenzio e dell’ascolto,
rendici docili ai suggerimenti del tuo amore
e pronti sempre ad accogliere i segni dei tempi che Tu poni sulle vie della storia.
A Te, Spirito d’amore, con il Padre onnipotente e il Figlio unigenito,sia lode, onore e gloria nei secoli senza fine. Amen.
2. DECALOGO DELL’ INSEGNANTE CHE SOGNO
Un saluto affettuoso a tutti voi, cari docenti, che ritornate nella “seconda casa in città” spero riposati e sereni e a voi numerosi insegnanti, che per la prima volta varcate le soglie di questo Collegio, nella speranza che qui rimaniate a lungo e vediate realizzate le vostre aspirazioni più vere.
E’ stata una vacanza lunga, di oltre due mesi per quasi tutti voi.
Un’estate faticosa:
- per il tempo capriccioso
- per i lavori di ristrutturazione dell’Ala Nord con tanti imprevisti, alcuni dei quali seri
- per le notizie dolorose che mi hanno molto turbato: la morte per tumore del papà di Monticelli Armando di 4^ primaria – sei mesi di sofferenze – , la morte del papà della prof. Beretta Elena, del papa’ della prof. Maggioni e soprattutto la scomparsa di Elettra Tagliabue di 2^ classico, avvenuta in circostanze tragiche e a dir poco assurde.
- per lo stress della sostituzione di insegnanti che hanno fatto altre scelte
- per le numerosissime richieste di inserimenti nelle classi intermedie
Vi rivedo volentieri. Devo confessare che un po’ mi siete mancati, perché con voi posso parlare di ciò che più mi sta a cuore – la questione educativa - e non di strutture, solette, putrelle, leca, preventivi ecc.
Ci attende un nuovo anno di scuola, un nuovo dono del Signore, una nuova opportunità di mettersi in gioco per crescere secondo i valori del Vangelo, all’interno di relazioni meno formali e di ruolo.
Nel mese di agosto sono rimasto praticamente solo in Collegio e questo mi ha aiutato molto a riflettere su tutto quanto è avvenuto l’anno scorso, sulle scelte operate, sui rapporti intercorsi, sull’impostazione didattica.
Ho cercato di far tesoro delle vostre indicazioni, delle osservazioni di genitori ed alunni, dei suggerimenti del Consiglio di Presidenza, che ha lavorato con me fino a fine luglio e al quale sono riconoscente per la disponibilità manifestata senza risparmio di tempo ed energie.
Mi sono guardato anche intorno e ho cercato di leggere, dentro una situazione politica, sociale e religiosa problematica e in continua evoluzione, il positivo da accogliere e il negativo da escludere.
Ho riguardato il piano pastorale della Diocesi, gli interventi del Magistero e dell’Arcivescovo sulla questione educativa, sulla realtà e funzione delle scuole paritarie e dei Collegi in particolare, per verificare se sto tenendo la barra del timone della nave del Villoresi ben salda e sulla rotta giusta.
In una parola mi sono messo sinceramente in discussione e ho posto quello che sono e quello che faccio, così come tutta la scuola nella sua interezza sotto lo sguardo del Signore, perché la luce della sua Parola facesse emergere limiti e pregi, infedeltà e potenzialità, debolezze e punti di forza.
Nel breve spazio che ho, mi limito a proporvi due considerazioni, una di carattere personale, l’altra riguardante più direttamente voi docenti
a) La mia presenza come Rettore.
Mi sono chiesto con moltà onestà:
Dopo aver dedicato tutta la mia vita sacerdotale all’educazione dei ragazzi e dei giovani – grande fortuna – mi ritrovo con il medesimo entusiasmo e la medesima voglia di ripartire. Non è una affermazione di routine, ma è che non mi vedo per ora in nessun altro ambiente che questo, per cui dovrete sopportarmi ancora un po’, almeno fin quando il Signore lo vorrà e il Cardinale mi rinnoverà la sua fiducia.
Ritengo, senza presunzione, di avere ancora forze, idee, capacità da mettere a disposizione della vostra crescita e soprattutto di quella dei 1200 alunni del Collegio.
Sento forte questa responsabilità, ma sono sereno perché posso contare su Colui che dà forza e mi ha disegnato, come tutti del resto, sul palmo della sua mano. Indubbiamente l’esperienza più che decennale, la saggezza che cresce – mi auguro - con il trascorrere degli anni, la valutazione degli errori commessi, le attestazioni di stima e le continue conferme avute, le critiche costruttive, sono un bagaglio prezioso che ti permette di affrontare con spirito più accorto e positivo le nuove sfide, prospettive ed esigenze.
Tra queste collocherei al primo posto la costruzione di una scuola di qualità.
Il Collegio è in costante crescita, anche se forse è giunto il momento di rallentare o fermarsi, perché mi accorgo di non riuscire più a seguire come vorrei uno per uno alunni, genitori e docenti.
La quantità eccessiva rischia di far perdere la qualità. Sto già operando delle scelte in questa direzione:
Ma coloro che contribuiscono in misura decisiva alla “qualità” dell’offerta formativa sono i docenti.
Ecco perché vorrei soffermarmi un po’ più a lungo sulle caratteristiche di un insegnante doc, offrendo una specie di decalogo del docente che sogno, che va ad aggiungersi al decalogo della scuola che sogno, enucleato nel collegio docenti di inizio anno scolastico 2005.
Sono delle provocazioni da sottoporre alla vostra attenzione, che potrebbero diventare oggetto di un confronto personale o di gruppo.
Mi piacerebbe che non venissero lette come la predica di inizio anno, ma come strumento che vi offro per aiutarvi ad essere coerenti con la vocazione alla quale siete stati chiamati e con la scelta di lavorare in una scuola cattolica.
b) Il decalogo del docente che sogno.
1. il docente - MAESTRO.
Il docente è “maestro”, cioè magister ovvero portatore di un “di più” (dal latino magis) rispetto a colui che gli è affidato.
Ma il “di più” cosa connota?
Immediatamente viene da osservare che il docente è “colui che sa”; ha condotto studi approfonditi, si è specializzato in una disciplina, sa eseguire “a regola d’arte” attività pratiche…eppure questo non è sufficiente.
Infatti è possibile conoscere molto ma non essere “maestri” bensì “eruditi”, termine che generalmente non gode di buona stampa, dal momento che l’erudito è considerato un soggetto tendenzialmente autoreferenziale, che tiene il proprio sapere per sé e che, se si rapporta ad altri, piuttosto che condividere con loro, fa pesare quello che sa.
Tommaso d’Aquino, riflettendo sul rapporto esistente tra “vita attiva” e “vita contemplativa”, in un celebre passo della Somma telogica, afferma: “come vale di più illuminare piuttosto che limitarsi a risplendere, così vale di più comunicare i frutti della contemplazione piuttosto che limitarsi a contemplare”.
E questo vale anche per l’insegnamento. Il maestro nella cultura antica greca era colui che trasmetteva competenze (di base) senza che ci fosse alcun coinvolgimento nella dinamica comunicativa.
Il didaskalos (espressione che, alla lettera, significa “didatta” ovvero “colui che insegna”) non godeva di significativa considerazione. Sarà verso il III secolo che nelle scuole rette da cristiani si comincia a respirare un clima nuovo.
Il didaskalos non si limita a trasmettere competenze strumentali ma è coinvolto in una comunicazione spirituale, è cioè anche e soprattutto educatore.
Viene riconosciuta nella dinamica educativa una polarità fondamentale (che la rende intrinsecamente dialogica) tra la libertà dell’uomo – docente e discente – e la libertà di Dio, di Colui che la tradizione cristiana non esita a riconoscer come il primo Pedagogo.
Acquisito questo, l’esperienza educativa si carica di una responsabilità che trascende la mera trasmissione di contenuti e abilità.
2. il docente – MINISTRO
A questo punto il “magister” riconosce la propria “minorità”: egli, infatti, è “minister” cioè co-attore di un disegno che lo oltrepassa.
L’educatore è pienamente consapevole del suo essere al servizio di un mistero più grande di lui.
Sa “farsi piccolo”, quindi attento alle domande, ai bisogni, in una parola all’umanità in “trasformazione” dell’alunno accompagnandolo alla conquista della libertà.
Quello che affiora nell’icona del “docente minister” è il riconoscimento del “mistero della persona”, che porta l’educatore attento ad assecondare la graduale fioritura del discente in forza di un intimo e libero dinamismo, con tutti i condizionamenti legati all’ambiente, alla storia famigliare, al vissuto dei primi anni, che comunque hanno lasciato il segno.
Il paragone tra educatore a agricoltore – attento l’uno all’efflorescenza dello spirito, l’altro a quello della natura – è antichissimo. Lo troviamo già nell’unico trattato specificamente pedagogico giunto a noi dall’antichità, l’opera dello Pseudo-Plutarco (I-II se. d. C.) in cui si legge che “la natura dell’educando si può paragonare alla terra, il maestro all’agricoltore e le sementi agli insegnamenti ed ai precetti”.
La consapevolezza di essere “minister” porta a guardare con un occhio di particolare predilezione i ragazzi difficili e in difficoltà, a impostare nel giusto equilibrio e significato la cosiddetta disciplina e gli interventi connessi, spesso frutto di una rivalsa personale, conseguenza di una esasperazione comprensibile ma da arginare.
Siamo soliti interrogare gli studenti per verificare la loro preparazione, ma sarebbe già una grande rivoluzione se, segretamente, i professori si facessero interrogare dagli studenti, specie quelli più dissestati a partire da quella semplice domanda “Che ci faccio io qui?”
Una domanda inquietante che interroga la propria idoneità ad occupare la cattedra, la propria disponibilità a prendersi cura degli altri, la propria capacità a seguire, oltre ai percorsi intellettuali dei propri studenti, anche quelli più tortuosi e nascosti delle loro emozioni e sentimenti, senza necessariamente essere esperti e specialisti in psicologia.
Se la stanchezza, la delusione, la demotivazione, oppure il nervosismo, la reattività e l’irritabilità sono i tratti che ci accompagnano quando entriamo in classe, dobbiamo subito chiudere la porta alle nostre spalle e non tornarci più, perché non possiamo consegnare all’inedia o alla depressione quella stagione così esuberante ed inquieta della vita che si chiama adolescenza, dove si definiscono una volta per sempre i lineamenti della propria personalità.
Una piccola indicazione: evitiamo di porre sui registri note di classe, che normalmente risultano essere di poca o nulla efficacia o note stese a volte con espressioni di scarsa finezza e linguaggi poco appropriati.
Interrogato da un abate su come educare i giovani novizi, dopo aver appreso dei suoi rozzi metodi, Anselmo d’Aosta gli chiese: “Li picchiate continuamente? e quando diventano adulti come sono?”. L’abate rispose: “Ottusi e bestiali”. “Un bel risultato – osservò Anselmo -, sicchè di uomini li riducete bestie”. “E cosa possiamo farci?”, replicò l’abate.
Gli rispose Anselmo: “Ma dimmi un po’, reverendo abate, se tu piantassi nell’orto un albero e lo soffocassi da ogni parte, sì che non potesse stendere i rami in nessun modo, che cosa otterresti? Un albero tutto contorto e incurvato, e ciò per colpa tua. Altrettanto succede ai vostri giovani che sono come pianticelle messe nell’orto della Chiesa perchè crescano e fruttifichino a Dio. Voi li coartate con minacce, sgridate, busse, in modo tale che non abbiano alcuna libertà e allora, così oppressi, si chiudono in sé, si contorcono, formano pensieri cattivi, quasi spine per difendersi dalle punizioni esteriori”.
3. il docente - PEDAGOGO
Ma il docente non deve solo assecondare lo svolgimento dello sviluppo dell’alunno, ma deve essere anche guida morale che non abdica alla responsabilità di orientare in forma autorevole.
L’ agoghè (“guida”: dal greco aghein che significa “condurre”) cui è chiamato il docente-pedagogo non si esplica nella mera funzione di “facilitatore” dell’apprendimento.
L’educatore veste i panni del “pedagogo” ovvero di colui che e-duca perché con-duce.
La crisi dell’educazione è stata anche alimentata dal rifiuto della “direttività” assunta in termini ideologici, cioè come soffocamento della “libertà”.
La libertà non coincide con la spontaneità. L’essere umano non nasce libero (pensiamo ai molteplici condizionamenti cui è soggetto il neonato) ma “libero di liberarsi”.
L’autorità dell’educatore è chiamata a stimolare gradualmente l’educando perché giunga al controllo di sè, maturando la capacità di essere autorità per se stesso e per gli altri.
Il pedagogo è colui che accompagna autorevolmente nella conquista della maturità, la quale viene conseguita gradualmente nella misura in cui il soggetto mostra la capacità di guidarsi da solo.
Per essere autorevoli non bisogna superare il confine stabilito dal rispetto dei propri ruoli, delle proprie funzioni, che porta a mantenere una prudente distanza dagli alunni, per non indurli alla confusione e al fraintendimento di un certo modo di porsi del docente nei suoi confronti.
Spesso l’apparente plauso degli studenti per atteggiamenti esageratamente amicali assunti dai docenti è accompagnato da un’ interiore disapprovazione e sulla distanza ad una inevitabile sfiducia. Certe forzati giovanilismi alla lunga non pagano.
Noi dobbiamo offrire agli studenti un esempio di personalità matura, che possa fare da modello orientativo per come si diventa adulti.
La responsabilità di un insegnante è enorme e il basso profilo non mette al riparo dal fallimento, che non riguarda solo il processo educativo, ma per intero la personalità dell’insegnante, il quale ai propri occhi non può nascondere quella disistima di sé che consegue dall’aver intrapreso una professione per la quale non si avevano i minimi requisiti di idoneità.
4. il docente - MAIEUTA
La difficile conquista della libertà porta ad accostare la figura del docente a quella del maieuta.
Nella tradizione occidentale il maieuta per eccellenza è Socrate, che si considerava “ostetrico delle anime”.
Non sto a delineare il metodo socratico che conosciamo tutti bene. Sappiamo che Socrate passava dal dialogo alla maieutica. Prima sgombrava il campo dalle certezze banali, così che l’interlocutore era pronto ad intraprendere la ricerca della verità evitando di affidarsi a risposte stereotipate e impersonali. Poi entrava in un serrato confronto con l’interlocutore, che, da lui guidato, passo dopo passo, procedeva allo scavo da cui sarebbe stato condotto al riconoscimento della verità.
Chi è il docente “maieuta”? E’ colui che – come il pedagogo – guida ma – in aggiunta – attiva l’appropriazione “personale” della conoscenza.
L’educatore deve mandare in crisi ogni convinzione banale (perché impersonale) per favorire l’acquisizione di una risposta personale, che prende forma all’interno di una “tradizione” ma la assimila in modo originale.
Nel docente “maieuta” si manifesta con radicale evidenza l’educazione come espressione peculiarmente umana.
Non si tratta di “alimentare” – cioè di corrispondere ai bisogni di sussistenza - e nemmeno di “addestrare” – cioè di trasmettere competenze esemplate su modelli impersonali che omologano le performance -: si tratta di favorire il costituirsi del profilo personale, ovviamente attingendo anche a principi intersoggetivi, quelli attorno a cui si costituisce la cultura - nel senso oggettivo del termine – che rende storicamente riconoscibile l’identità di una comunità.
5. il docente - EDUCATORE
L’espressione “educazione” va fatta risalire a due termini latini: educare ed educere.
Il primo verbo (educare) letteralmente significa “condurre” e rende ragione della realtà educativa per quanto attiene al ruolo di guida ricoperto dall’educatore che intenzionalmente accompagna l’educando. Il termine indica un percorso orientato da coloro che hanno una responsabilità educativa, sottolinea un’azione più estrinseca, “estroversa”.
Diverso è l’accento del secondo termine (educere), più introverso.
Questa volta l’espressione mostra come l’azione educativa consista in un “trarre fuori” – questo il significato del verbo – le potenzialità dell’educando. Ancora una volta è focalizzato l’intervento dell’educatore, di cui però si sottolinea come debba essere – a sua volta – guidato da ciò che è già presente nell’educando e deve venire in superficie: non quindi un educatore che “plasma” dall’esterno, ma piuttosto un “maieuta” che attiva latenze intime.
L’educazione viene a configurarsi allora come una realtà dinamica, nella quale l’educatore, pur avendo una precisa responsabilità di “guida” (è “magister”), non può sottrarsi alla responsabilità di operare affinché l’educando esprima ciò che lui stesso è nella propria originalità e singolarità. L’essere umano è intrinsecamente connotato in forma di singolarità la quale non può accettare l’assorbimento nella massa anonima.
L’educazione è antitetica alla standardizzazione; pur traendo ispirazione - ovviamente – anche da “modelli”, non li cala automaticamente nella pratica dal momento che l’educando è chiamato alla conquista della libertà, è anzitutto agente, quindi soggetto: mai oggetto su cui l’educazione possa esprimersi dall’esterno come costrizione verso esiti estrinseci.
Utilizzando quali strumenti?
L’insegnante – maestro, ministro, pedagogo, maieuta –interviene nella gestazione della libertà facendo incontrare i tesori della cultura ovvero un “sapere” che può dare “sapore” alla vita.
Letteratura, matematica, storia….ma anche ragioneria, economia, laboratorio…possono costituire altrettante occasioni affinché lo studente si incontri non solamente con la “materia”inerte” (che chiede essenzialmente l’apprendimento estrinseco) ma con la “disciplina”viva che trasmette non solo un “metodo” ma più in generale un patrimonio di cultura.
Il card. Tettamanzi, inaugurando l’Anno Accademico dell’Università Cattolica a Milano l’11 ottobre del 2002, diceva: “Fine della ricerca scientifica non è (…)il sapere, come comunemente si pensa e si dice, perché con questo presupposto è evidentemente possibile arrivare a qualsiasi aberrazione. Fine della ricerca scientifica è, piuttosto, l’uomo attraverso il sapere, un sapere che, pertanto, non può mai volgersi contro l’uomo stesso”.
Parafraserei così le parole dell’Arcivescovo: “fine dell’insegnamento non è il sapere ma l’uomo attraverso il sapere, l’uomo nell’unità della sua persona, testa e cuore, intelligenza e volontà, convergenti sulla maturità dell’agire responsabile in forza del quale – grazie alla progressiva conquista della libertà – l’allievo guadagna l’identità adulta divenendo così capace di educare altri come altri hanno educato lui”.
Questo è il cuore della sfida educativa a cui va subordinata la “sfida della qualità” nella scuola.
Il docente è sfidato a “sapere” e “saper essere” affinché anche l’identità in trasformazione dell’allievo possa diventare – in forza dell’acquisita libertà – capace di “sapere” e “saper essere” a favore di coloro di cui a sua volta si prenderà cura.
6. il docente – TESTIMONE
Per illuminare la figura del docente – testimone, riprendo qualche intelligente suggestione dell’intervento di S. E. Mons. Luigi Negri durante l’incontro di inizio anno scolastico 2005 – 2006 a Saronno.
Dopo che la storia ha ampiamente smentito il mito della neutralità della scuola, collegato al mito della neutralità della cultura e dopo le conseguenze negative dell’idea di cultura come strumento di dominio e non di ricerca del vero imperante dall’illuminismo in poi, Papa Giovanni Paolo II ha riattribuito la cultura non all’uomo soggetto di potere ma all’uomo soggetto di domanda, all’uomo che cerca, all’uomo che non sa perché vive.
I ragazzi che ci ascoltano quando insegniamo sono eredi della cultura del potere che è diventata ormai cultura del benessere (sentono di valere perché possono-posseggono) ma sono aperti più di quanto pensiamo al risveglio delle domande di senso.
E’ vero che c’è il popolo del nulla, una realtà di gente che quasi sembra non esserci, non esistere, segnata gravemente dalla debolezza intellettuale e morale del passato, condizionata dal nulla, per il quale l’ideale della vita è la sopravvivenza.
Ma c’è anche il popolo della ragione, che cerca l’essere, che cerca la verità dell’essere, che capisce che la vita è una domanda, una ricerca.
Platone diceva: “Una vita senza ricerca non è degna dell’uomo”, non è una vita d’uomo, e aggiungeva “La filosofia vera è aprire nella vita dell’uomo e nella realtà questa battaglia da giganti attorno al senso delle cose”.
E’ vero che a molti ragazzi interessa che tu gli insegni ciò che è necessario per arrivare al diploma e al lavoro, ma tanti si aspettano che mentre tu insegni dica qualcosa sul senso ultimo della vita.
Ci sono tanti giovani che, quando aprono il libro di greco e di latino e ci sentono compitare delle cose che noi sappiamo, hanno dentro questa nostalgia, questa inquietudine, attendono dei segnali.
Qualcuno deve pur rispondere. Certamente devono farlo la famiglia, la Chiesa, ma un insegnante non può non sentire questa domanda su di sé.
Mentre insegna non può non sentire la vibrazione della domanda di senso, non può non lasciare investire il contenuto anche più specifico del suo insegnamento da questa domanda e quindi, se ha una risposta, non può insegnare non dicendo questa risposta.
Il popolo della ragione ci aspetta come insegnanti.
Vengono qui per imparare quello che gli insegniamo, ma al di là di questa domanda c’è un’altra cosa che si sta risvegliando in modo più ampio di quanto noi non pensiamo.
La ragione sta rinascendo nel cuore e noi non possiamo non farcene carico e il primo modo è di far fermentare l’insegnamento con il lievito di questa domanda, sentire che questa domanda apre l’intelligenza e il cuore dei nostri allievi ad un livello e ad un’apertura che inizialmente potevamo non supporre.
E infine c’è il popolo della fede, certamente più ridotto numericamente, ma non meno decisivo, che deve essere richiamato alla grande intuizione di Giovanni Paolo II: “la fede è cultura”, la fede ha in sé le risorse di intelligenza e di cuore per diventare una ricerca dinamica del reale, non un’ideologia chiusa.
“Sono convinto che se voi ripromuoverete chiaramente la fede aiuterete l’uomo d’oggi a trovare fiducia nella ragione” (Fides et ratio).
Dove troviamo questi tre popoli? Contemporaneamente presenti in un gruppo classe, spesso nella medesima persona, nelle comuni ore di lezione durante le quali passa molto di più di quello che sembra potere o dovere passare.
Il compito educativo che soggiace ad ogni funzione di insegnamento nella scuola cattolica è che riusciamo a mettere in crisi il vasto popolo del nulla, nel senso greco della parola crisi, a rilanciare il popolo della ragione verso la fiducia nella ragione, a ricondurre il popolo della fede alle tensioni verso l’infinito, così come è ben espresso nel tema del recente meeting di Rimini: “La ragione è esigenza di infinito e culmina nel sospiro e nel presentimento che questo infinito si manifesti”.
E il Papa nel messaggio per il meeting precisava: “La perenne verità del cristianesimo è che Dio l’infinito si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi e così l’infinito ha raggiunto la ricerca razionale dell’uomo finito”.
Ma per aiutare i ragazzi ed i giovani nel cammino della loro crescita verso la scoperta di senso del proprio esistere tra ansia di infinito ed esigenza di razionalità, tu insegnante, specie se insegni in una scuola cattolica, hai bisogno di essere sostenuto da una fede vissuta, che ti porta ad essere un credente testimone, testimone di una persona, Gesù Cristo, ragione profonda del tuo essere ed esistere.
Solo se tu vivi la fede come esperienza integrale, la vivi in tutto quello che fai e in tutto quello che sei, la tua fede passa mentre insegni durante le ore di lezione come fuori dall’aula, perché non si può insegnare ad ore, così come l’uomo non vive ad ore.
Mentre insegni, la fede non può non dar forma al tuo insegnamento ed è questa fede che ti fa capire che un ragazzo ha dei problemi e ti fa cercare il dialogo con lui, con i suoi genitori al di là degli obblighi burocratici. Questo incide.
Non possiamo dire che queste cose non ci interessano “perché io insegno matematica”: o meglio si può dire, ma l’incidenza umana di uno che dice così è zero.
Degli insegnamenti appresi, uno studente sceglierà quelli che corrispondono ai suoi interessi; gli altri li dimentica, ma non dimentica te e quel qualcos’altro che è passato mentre insegnavi.
Gli ex-alunni – è la mia esperienza - sono grati a noi se siamo stati un po’ più di insegnanti, quel di più che nasce dalla nostra testimonianza alla ragione o alla fede: a una ragione sentita come l’ultima garanzia di tutto o la fede sentita come l’esperienza di un uomo nuovo che vive nel mondo senza essere del mondo.
Alcune conseguenze:
- questa testimonianza della fede la si dà nell’insegnamento e quindi è assolutamente necessaria la professionalità, che l’insegnante cattolico non cede a nessuno e si manifesta nel rigore metodologico e contenutistico con cui approfondisce e comunica le conoscenze.
Sarebbe grave affermare: “Siccome ho la fede posso non preoccuparmi di quello che insegno”.
La cultura della fede anima una professionalità e la professionalità è certamente il segno dell’intelligenza e dell’eticità di una persona.
L’uomo intelligente può preparare le dispense e gli appunti, ma se parecchi anni dopo le ripete a piè pari, il suo è uno scarto di eticità e di intelligenza, perché non c’è nessun argomento che dopo anni possa essere affrontato allo stesso modo.
Il contenuto privilegiato di una testimonianza è segnato da un rigore professionale e da una inevitabile eticità, che portano a rinnovare e riprendere continuamente la propria professionalità.
Occorre tenere in seria considerazione la cura della professionalità come singolo, come gruppo e come scuola.
- la cultura che nasce dalla fede si alimenta ad una precisa appartenenza ecclesiale.
Il Collegio deve diventare in qualche modo una reale esperienza di appartenenza ecclesiale, che deve essere reale, voluta, desiderata, costruita attraverso
- una partecipazione convinta ai momenti di forte significato comunitario (messe di inizio, fine anno, Natale – festa del Collegio – giornate di riflessione – corsi di aggiornamento – scuola genitori/insegnanti)
- la cura per i momenti di preghiera di inizio scuola
- la collaborazione e il sostegno ad eventi di rilevanza formativa (progetto caritas, iniziative di volontariato, caritativa natalizia, adozioni a distanza, fiera del libro ecc.)
- l’allargamento dei rapporti tra colleghi mediante l’accoglienza gioiosa e schietta dei docenti nuovi al di là di ogni sospetto, invidia e gelosia, l’umile confronto con gli insegnanti di lungo corso, la cordialità e la stima reciproca condita di sorriso e buone maniere
- la scelta attenta e mirata dei libri di testo secondo criteri di serietà e rispondenza ai valori tipici di questa scuola, senza ovviamente cadere nel settarismo o nella chiusura al dialogo con altre culture ed ideologie
- la valorizzazione dei dipartimenti disciplinari, come luogo per rivedere criticamente programmi, uniformare metodi, concordare criteri di valutazione
7. il docente – UNA VOCAZIONE
Mi sento a disagio ogni volta che mi avvedo della non sufficiente sottolineatura della missione a cui chi insegna è chiamato, della necessità di un forte impegno culturale e della doverosità della passione educativa: sfaccettature, queste, di un’unica realtà riconducibile alla “vocazione all’insegnamento”.
La salvezza della scuola, specie quella cattolica, non si realizza con l’aumento degli stipendi del personale – pur doveroso e necessario -, con la riforma dei programmi e dei cicli, l’ammodernamento delle tecniche e degli strumenti didattici, i percorsi modulari, i laboratori multimediali, il “tempo pieno”, la modifica degli esami di maturità: cose opportune, certamente, ma insufficienti.
La scuola in genere, e in particolare quella cattolica, potrà vivere ed essere adeguata alle reali esigenze dei singoli, della società e del mondo del lavoro, soltanto quando giungerà a parlare in termini concreti di
- “vocazione all’insegnamento” come conditio sine qua non per poter accedere alla funzione magistrale e professionale
- di amore verso gli alunni (non importa di quale età) più forte dell’amore che viene portato alla disciplina scolastica che si è tenuti ad insegnare
- di passione per la verità perseguita con il rigore degli studi personali e comunicata con l’estrosità e la capacità di relazione
- di intuito psicologico
- di piena coscienza di dover essere “punto di riferimento ineludibile” per gli allievi
- di coerenza rigorosa capace di non creare fratture fra quel che si proclama dalla cattedra e ciò che si attua nella vita di ogni giorno.
L’esperienza mi dice che – al di là e al di spora di ogni qualifica, di ogni retribuzione, di ogni carriera più o meno brillante, di ogni inquadramento – chi si dedica ad insegnare con passione e con amore, con coraggio e determinazione, con competenza e scientificità, con rettitudine morale ed umile coscienza della propria missione, sempre riesce a far funzionare le classi che gli vengono affidate, educa ed istruisce gli studenti, non dà spazio agli sfaticati e ribelli, ma li matura portandoli poco per volta al senso di responsabilità personale, li richiama all’adempimento del proprio dovere, getta nell’animo dei giovani semi buoni, che nessuno sa quando, come e dove, ma sicuramente produrranno frutti positivi e in abbondante quantità.
Tutti, dal Rettore ai Presidi fino all’ultimo insegnante, per salvare la scuola e farla vivere appieno rendendola idonea a formare le nuove generazioni secondo i dettami della sana morale, nel rispetto della giusta convivenza, nella gioia della capacità operativa e professionale, nello splendore dell’onestà e della fratellanza, dobbiamo impegnarci a pensare non più soltanto con logiche sindacali, burocratiche e pragmatiche, ma con quell’animus che rende chi insegna oltre che dotto, anche magister, minister, pedagogo, maieuta, educatore, testimone.
Concludo con alcune citazioni interessanti:
- “Sono sempre pronto ad imparare; non sempre a lasciare che mi insegnino” (Winston Churchill)
- “Il cuore dell’istruzione è l’istruzione del cuore” (Mondin)
- “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa e questo si chiama cercare...Questa esperienza ha un nome illustre e un pò fuori moda, sapienza: essa è nessun potere, un pò di sapere e quanto più sapore possibile”(Roland Barthes, filosofo del novecento)
- “Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non si insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è”
(Jean Jaurès, politico francese a cavallo tra l’otto e il novecento).
Nel giugno 1916 Luigi compiva diciotto anni, e don Vismara comprese che se il giovane voleva farsi sacerdote doveva assolutamente riprendere gli studi. Visto lo stato della famiglia, il parroco si adoperò, perciò, per farlo entrare in un seminario della diocesi, in modo che potesse rimanere vicino ai suoi, senza gravare economicamente su di essi. Ottenne pertanto l'ammissione di don Luigi nel Collegio Villoresi di Monza, dove, dal 1° ottobre 1916 cominciò a frequentare la IV ginnasiale.
Fin dal suo ingresso, Luigi fu chierico-prefetto, condizione che gli permetteva di studiare senza però pesare sul bilancio familiare. Il lavoro dei giovani prefetti consisteva nel prendersi cura, al di fuori dell'orario scolastico, degli alunni del Collegio (che erano per lo più "interni"). Il prefetto aveva la responsabilità di una o più classi, dormiva in camerata con i ragazzi, li aiutava a fare i compiti nel pomeriggio, pregava e giocava con loro; ma durante la mattinata, mentre loro stavano in classe, egli insieme agli altri giovani prefetti riceveva le lezioni sulle materie proprie del loro anno. La direzione degli studi dei prefetti era affidata al "Professore o maestro dei prefetti", che insegnava quasi tutte le materie, per ognuna delle quali i giovani dovevano sostenere degli esami. La vita dei prefetti era dunque molto dura e impegnativa anche se, soprattutto per la carenza di tempo a disposizione, la loro formazione culturale risultava più superficiale rispetto a quella dei "compagni" del seminario. Essenzialmente, comunque, la differenza tra i seminaristi e i prefetti dei collegi dipendeva dal fatto che questi ultimi, ancora nel periodo di formazione, venivano inseriti nell'attività educativa. Così come si legge anche in un articolo pubblicato nel 1927 sul giornale "LaFiaccola"; periodico del Seminario Arcivescovile della diocesi di Milano: "Il Seminario è la serra che raccoglie i candidi fiori che domani dovranno spargere il loro profumo nel popolo cristiano. Il prefetto, uno di questi fiori, non può godere di questa custodia provvidenziale e, prima che sbocci, è gettato nelle raffiche della vita in un prematuro apostolato.[…]"6.
Dopo pochi mesi di permanenza nel Collegio, ai primi di gennaio del 1917, giunse un telegramma del parroco di Cislago che richiamava a casa il giovane a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute del padre. Rientrato in famiglia, Luigi assistette alle ultime ore del genitore, che si spense il 16 gennaio 1917. Con una lettera comunicò alla sorella la triste notizia: "Cogli occhi piangenti e col cuore addolorato, ti do questa notizia. Certo quello che ora ho a dirti, non è come quello delle altre volte. Sarà alquanto disgustoso, ma che vuoi, nella nostra vita ne capitano delle buone e delle cattive... Suonavano le undici al collegio S. Giuseppe, quando ricevo un telegramma con questi accenti "Il babbo sta malissimo, vieni subito". Senza dir altro, venni a casa e, arrivato che fui, trovai aggravato sì ma non troppo come me lo immaginavo. Dalla voce si capiva che non stava male e anche dal sentimento. Ma però le sue gonfiature crescevano sempre più ed erano quelle che davano a temere. Gli avevano già somministrato tutti i conforti religiosi e anche l'Estrema Unzione. Al mattino seguente, dopo aver passata la notte insieme alla mamma per assisterlo, non stava male, tanto è vero che diceva ancora delle cose ridicole a fine di tenerci allegri per le fatiche sostenute durante la notte e per non farci pensar male di lui. Ma venuta la sera, era il 16 di gennaio, incomincia a dire "Lina7, sto poco bene". Corsi subito a chiamare il prete il quale venuto, e dopo aver riconciliato il nostro buon padre, gli portò il viatico. Fatto poi un po' di ringraziamento dice ancora un'altra volta: "Sto male". Immaginarsi con quale trepidazione, con quanto affanno, con quanto dolore si stava attorno al letto dell'aggravato! Era un sospirare, un piangere, un pregare, un via vai continuo per l'uscio. Dopo alcuni istanti, il nostro padre, persuaso che la morte lo aspettava, alza la sua mano tremula e la stringe con quella della mamma dicendo: "Ti saluto, io vado..." Poi intanto che nostra madre [si scostava] un po', mi appressai io e una mano alla fronte e l'altra al suo mento con un fazzoletto, gli rammentai tante cosespirituali e corporali, e confortato fino a non temere più nulla del grande atto che stava per compiere, io sentii come un freddo corrergli attraverso la fronte. Dopo che capii che diminuiva: Mamma, piangente disse, muore. Ed io, o padre, o padre... ma egli alzato ancora una volta i suoi occhi, li abbassò per non rialzarli mai più. Tre sospiri dopo, moriva il nostro venerato padre nelle mie braccia rendendo la sua bella anima a Dio. Non ti posso esprimere il mio dolore nel vedermi rapito una nostra così cara creatura. Della mamma, non parliamone, poiché lo ha anche dimostrato. Io però, ricevuto tanto coraggio da Dio, la seppi consolare tanto che ora si trova del tutto rassegnata. Disgrazia grande questa per la nostra famiglia, ma che vuoi? Il Signore ha voluto anche privarci di un nostro genitore, sebbene tante altre disgrazie incombano o stanno per incombere. I momenti in cui viviamo sono difficili e tristissimi. Però non siamo del tutto perduti; che invece, cara sorella, abbiamo perduto sì il padre terreno, cosa che fa scorrere le lacrime, ma abbiamo sempre quello celeste che è Dio. Tu sappia consolarti, come facciamo noi e il nostro padre ha promesso di pregare per noi e di ricompensarci delle fatiche che abbiamo dovuto sostenere durante la sua lunga malattia e in special modo quelle della nostra cara mamma. Confidenza e rassegnazione quindi formeranno il nostro contento. Fa anche tu lo stesso e un giorno felici e contenti lo raggiungeremo in cielo. Non fa bisogno che io ti dica di pregare e di far pregare gli altri per lui. Non pensare a noi e alla mamma. Iddio che ha provveduto finora ci provvederà ancora. Tu però fa qualche eccezione e scrivi più spesso alla mamma perché io andrò soldato se Iddio non mi fa una grazia speciale e la mamma che farà da sola? Tu prega sempre per la mamma, per me, per il fratello Pietro e Mario, per il zio Carlo che anche lui avrà poca vita"8. { Last Page } { Page 33 of 35 } { Next Page } |
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