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PIERLUIGI MICHELI - Medico di Dio nella città dell'uomo

QUEL NON SO CHE CHIAMATO AGAPE

18:30, 16 January 2007 .. Link

 

 

QUEL NON SO CHE CHIAMATO AGAPE

 

 

 

Prima di procedere, dunque, è bene mettere la pietra basilare di questa ricerca: l’inno all’amore.

 

CAPITOLO 12

“29 Non tutti sono apostoli o profeti o catechisti. Non tutti hanno il dono di fare miracoli,

30 di compiere guarigioni, di parlare in lingue sconosciute o di sapere interpretarle.

31 Cercate di avere i doni migliori.

Ora vi insegno qual è la via migliore:

 

CAPITOLO 13

1 Se parlo le lingue degli uomini

e anche quelle degli angeli,

ma non ho amore,

sono un metallo che rimbomba,

uno strumento che suona a vuoto.

2 Se ho il dono d'essere profeta

e di conoscere tutti i misteri,

se possiedo tutta la scienza

e anche una fede da smuovere i monti,

ma non ho amore,

io non sono niente.

3 Se do ai poveri tutti i miei averi,

se offro il mio corpo alle fiamme,

ma non ho amore,

non mi serve a nulla.

4 Chi ama

è paziente e generoso.

Chi ama

non è invidioso

non si vanta

non si gonfia di orgoglio.

5 Chi ama

è rispettoso

non cerca il proprio interesse

non cede alla collera

dimentica i torti.

6 Chi ama

non gode dell'ingiustizia,

la verità è la sua gioia.

7 Chi ama

tutto scusa

di tutti ha fiducia

tutto sopporta

mai perde la speranza.

8 L'amore non tramonta mai:

cesserà il dono delle lingue,

la profezia passerà,

finirà il dono della scienza.

9 La scienza è imperfetta,

la profezia è limitata,

10 ma verrà ciò che è perfetto

ed esse svaniranno.

11 Quando ero bambino

parlavo da bambino,

come un bambino

pensavo e ragionavo.

Da quando sono un uomo

ho smesso di agire così.

12 Ora la nostra visione è confusa,

come in un antico specchio;

ma un giorno saremo a faccia a faccia

dinanzi a Dio.

Ora lo conosco solo in parte,

ma un giorno lo conoscerò

come lui mi conosce.

13 Ecco dunque le tre cose che contano:

fede, speranza, amore.

Ma più grande di tutte è l'amore.

 

CAPITOLO 14

1 Cercate dunque di vivere nell'amore, ma desiderate intensamente anche i doni dello Spirito, soprattutto quello di essere profeta.

2 Infatti, chi parla in lingue sconosciute, non parla agli uomini, ma a Dio, e nessuno lo capisce. Mosso dallo Spirito dice cose misteriose.

3 Il profeta, invece, fa crescere spiritualmente la comunità, la esorta, la consola. “ ( 1 Cor 12,  29-31 13,1-13 14,1-3)

 

Quel “non so che”, chiamato da Paolo agàpe e che noi traduciamo con amore è paradossalmente l’opposto dei grandi doni: “se possiedo tutta la scienza e anche una fede da smuovere i monti, ma non ho amore, io non sono niente “ ( 13,2).

 

Se la santità è agàpe, ossia amore, allora un santo altro non è che un innamorato. Di chi e di che cosa avremo modo di approfondirlo in seguito.

 

Il significato della parola “santo” però va ulteriormente precisato. L’uso del termine nel Vecchio Testamento, riservato agli uomini, è eccezionale. In genere viene usato per gli eletti del tempo escatologico. Nella Parola neotestamentaria, l’aggettivo “santo”  viene trattato quasi come un sostantivo, sottraendolo a quella istintiva valutazione per cui si vorrebbe riferirlo solo a personalità di elevata statura morale. All’origine c’è la persuasione d’essere stati semplicemente chiamati a un’oggettiva situazione di santità. Paolo ai Corinzi: “ chiamati per essere santi” (1,2),  e Pietro: “15 Di fronte a Dio che vi ha chiamati, siate come figli ubbidienti; egli è santo e anche voi siate santi in tutto quel che fate. 16 Nella Bibbia infatti è scritto: Siate santi, perché io sono santo “.( 1Pt 1,15-16)

 

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Il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium (40) parla di “Universale vocazione alla santità nella Chiesa”. I sensi di lettura possono essere due, uno più esteso dell’altro: può indicare sia che nella Chiesa tutti i membri sono chiamati alla santità sia che tutti gli uomini sono chiamati alla santità nella Chiesa. Peguy l’ha risolta in questo modo: “ Tutti i cristiani hanno la vocazione di essere santi e tutti gli altri uomini hanno la vocazione di diventare cristiani”.

 

Queste considerazioni ci aiutano a inquadrare la Chiesa primitiva. Chiamarsi santi voleva dire offrire al mondo l’annuncio gioioso che tutti, senza distinzione, “quanti ne chiamerà il Signore” (At 2,30), potevano – nonostante le loro miserie e debolezze umane -  essere ospitati misericordiosamente nel tempio santo di Dio, anzi divenire essi stessi “ templi dello Spirito Santo “ ( 1 Cor 6,11-20; 3,16).

 

Sant’Agostino, vescovo d’Ippona, citando un frammento di Giovanni Crisostomo, riassume un po’ tutta la tradizione dei Padri. Riferendosi ai neo-battezzati, con tono commovente e profetico proclama:

 

·         “Ecco che godono di una serena libertà coloro che fino a poco fa erano ancora prigionieri,

·         e sono diventati cittadini della Chiesa coloro che erano nello smarrimento del vagabondaggio,

·         e si trovano nel benessere della giustizia coloro che erano nella confusione del peccato.

·         Infatti essi non sono soltanto liberi, ma anche santi;

·         Non soltanto santi ma anche giusti;

·         Non soltanto giusti ma anche figli;

·         Non soltanto figli ma anche eredi;

·         Non soltanto erede ma anche membra;

·         Non soltanto membra ma anche tempio

·         e organi dello Spirito.

 

Vedi quanti sono i doni del battesimo! E alcuni pensano che la grazia celeste consista solo nella remissione dei peccati! Noi invece abbiamo enumerato dieci privilegi. E’ per questo che  battezziamo anche i bambini, benché non abbiano commesso peccati: affinché ad essi venga data la santità, la giustizia, l’adozione, l’eredità, la fraternità di Cristo: perché siano sue membra “ (cf. Contra Jul. 1,5,21).

 

 Allora come adesso si tende a dimenticare tutto ciò. Agostino ai Pelagiani diceva: “ questo è l’orrendo e occulto virus della vostra eresia, che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e non nel suo dono “ (C.Julianum).

 

Naturalmente il dono non  può condurre al deprezzamento delle opere. Ci si abbandona a Cristo affinché l’operosità sia più fruttuosa. Santa Teresa d’Avila che non conosce le mezze misure  dice:          

“ Sapete voi cosa vuol dire essere veramente spirituali? Vuol dire essere gli schiavi di Dio, tali che – segnati con suo ferro, quello della Croce, - possa Egli vendervi per schiavi in tutto il mondo “ (VII, 4 8)

 

Se santità è “volontà di Dio” (1 Tes 4,3), santità per me è fare la volontà che Dio ha su di me, nella concreta, unica, preziosa e irripetibile determinazione.

Paul Claudel nell’ Annuncio a Maria scrive significativamente:           “ Santità non è baciare sulla bocca un lebbroso o morire in terra di Pananìa, ma fare la volontà di Dio, prontamente, si tratti di stare al proprio posto o di salire più in alto”.

 

Il Dr. Micheli come la pensa in proposito? Così: “ O Dio, Tu mi hai scelto a vegliare sulla vita e sulla morte delle Tue creature: ecco io sono pronto alla chiamata”. (Pag.71)

 

Allora noi non dobbiamo aver paura di testimoniare “ciò che i nostri occhi hanno veduto e le nostre mani toccato del Verbo di vita” operante in Pierluigi. La santità è cosa che ci riguarda, “ Credo la comunione dei santi” fa parte della  nostra fede apostolica.

 

 

La Vita si è fatta visibile

 




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