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PIERLUIGI MICHELI - Medico di Dio nella città dell'uomo

LA SINTESI

15:21, 16 January 2007 .. Link

LA SINTESI

 

 

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Il Vescovo, mentre istruisce ed ampia i nostri ristretti orizzonti, indirettamente ci suggerisce la  metodologia orientativa  per osservare il cristiano Micheli.

 

Bisognerebbe domandarsi se possediamo elementi significativi per affermare che Pierluigi ha percorso le quattro tappe evangeliche e, se sì, quali sono. A queste domande il tempo risponderà con più precisione. Io mi sento già di rispondere un bel  sì, in quanto:

 

  1. Marco - La scoperta di un nuovo mondo di relazioni e di suoni, metànoia, conversione di fronte alla persona di Cristo si è verificato;
  2. Matteo - Il luogo autentico di socializzazione della fede e della vita,la rete di relazioni fraterne si sono verificate sia nel mondo ospedaliero che nella vita;
  3. Luca - La scoperta della vita come missione per gl’altri è sotto gl’occhi di tutti ed è ammessa proprio da lui: “Eccomi, io sono pronto alla chiamata”;
  4. Giovanni - Esperienza, scienza, cultura, umanità hanno fatto sintesi secondo l’indicazione dell’Apostolo : “ Se uno non ama il prossimo che si vede, certo non può amare Dio che non si vede” (Gv 1, 4,20).

 

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Ho detto che vedo affondare le sue radici nella spiritualità di san Giovanni di Dio. Scrive infatti il Micheli:

 

 “ La malattia deve essere anche un momento di riassetto esistenziale: nell’ospedale religioso si deve vivere questo momento come un momento evangelico. La malattia pone all’individuo una riflessione sul suo iter esistenziale, sul suo passato, sul presente e su quello che sarà: la malattia è un evento che colpisce l’uomo nella sua interezza, nella sua unitarietà di anima e corpo e non solo un evento biologico.

  Così intesa la comunità ospedaliera diventa Chiesa e il personale religioso forza trainante, il sale della comunità. A questa chiesa è dovuta la pastorale della sofferenza, a lei tocca lo spirito di San Giovanni di Dio: prendere sulle spalle il malato.

L’ospedale religioso, questa chiesa , deve essere sale, lievito e luce per tutta la società in cui il cristiano vive e soprattutto il luogo dove il cristiano può confortare la sua malattia e dove compiere la sua buona morte, Il vero hospitium pietatis “.(pag.73)

 

Ed ancora: “ Preferirei dire che l’ospedale religioso è un luogo di evangelizzazione. Evangelizzare vuol dire vedere i problemi quotidiani con la lampada del Vangelo, vuol dire vedere nel malato l’uomo, condividendo con lui le sue sofferenze, le sue preoccupazioni, i suoi rimpianti, le sue esperienze “ (pag.75).

 

Non si leggono qui riassunti i percorsi dei quattro Evangeli?

 

  1. Marco

·         Apertura degli occhi e degli orecchi,

    • mondo di relazioni,
    • accorgersi delle voci imploranti,
    • relazionarsi con esse;
  1. Matteo
    • L’ospedale come luogo della fede e della vita;
  2. Luca
    • La condivisione,
    • il progetto di ospedale, luogo di pace biblica, shalòm nella totalità dei  significati;
  3. Giovanni
    • Sintesi: la carità ardente, a tutto tondo.
    • O ignite caritatis exemplar insigne, Joannes, pater inclite !”, canta la Liturgia di San Giovanni di Dio.

 

Il Micheli, che aveva sempre sostenuto che “ L’ospedale religioso deve mantenere questa sua identità, questa sua libertà ( la comunità ospedaliera come Chiesa )  anche se inserito nella struttura pubblica”, riconferma i suoi ideali di sempre proprio  nell’ora del distacco da una famiglia ospedaliera  tanto amata: “ Nel momento di lasciare il San Giuseppe mi sono domandato se ho vissuto questo momento ecclesiale e ho detto: certamente! Ed è forse per questo che le mie debolezze e le mie mancanze si fanno più pungenti. Ma, nonostante la contrizione per quello che non ho fatto, mi sostiene la volontà di continuare, con la grazia di Dio, a vivere più pienamente questo ideale. Ed ecco che proprio da voi mi viene l’aiuto: l’essere chiamato come laico a far parte del vostro ordine…

 

Più volte nel corso della vita siamo separati da qualcosa, da qualcuno; è facile allora provare come un vuoto, particolarmente se l’impegno ci aveva preso per anni: melanconia delle cose compiute, ma esistono nella vita di un uomo cose compiute? Ricordate Dante?

 

“ Io veggio ben che già mai non si sazia

  nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra

  di fuor dal qual nessun vero si spazia “  (Par.IV, 124-26)

 

cioè se il nostro intelletto non raggiunge quel vero Dio, al di fuori del quale nessuna completezza può esistere.

La vita è un cammino, arduo, faticoso e non vi è posto per la malinconia, dobbiamo affrettare il passo appena le nostre forze ce lo consentono “.

 

Par di leggere in queste righe la tensione di Giovanni di Dio, sempre dimentico di sé, proteso per gl’altri, con una gran fretta in corpo perché le invocazioni del dolore sono infinite e le mani soltanto due.

 

Se Anton Martin, Pedro Velasco, Simòn de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità, l’affiliazione di Pierluigi Marchesi al suo Ordine, è la congiunzione di un altro anello a questa successione ininterrotta di votati al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del Santo di Granata, arruolati nella sua grande avventura, uomini d’azione, mandatari della sua idea: carità.

 

·         Carità-amore,

·         Carità-dedizione di se stesso,

·         Carità-ultima volontà del Signore nelle sue parole estreme,

·         Carità-pienezza della Legge,

·         Carità-sintesi di tutte le norme,

·         Carità-dimenticanza di pensare a se stessi,

·         Carità-dignità del malato, di ogni persona,

·         Carità-fino alla morte.

 

L’idea non può essere più semplice. Né più grandiosa.

 


Il cardinale Carlo Maria Martini (foto Vision).

Lectio Magistralis del cardinale carlo Maria Martini

Università Vita-Salute San Raffaele
Conferimento della Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia, 13 ottobre 2006

LECTIO MAGISTRALIS DI S.E. IL CARD. CARLO MARIA MARTINI
Arcivescovo emerito di Milano

 

DIO GUARITORE


Dieci anni fa ero presente all’inaugurazione di questa Università Vita-Salute San Raffaele e prendevo la parola, citando, se ben ricordo, il Salmo 8 in ebraico, quello che dice:”…che cosa è l’uomo perché te ne ricordi / il figlio dell’uomo perché te ne curi?…Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, / di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, / tutto hai posto sotto i suoi piedi”.
In questa commemorazione decennale ho pensato di contribuire con qualche riflessione su Dio guaritore.

La personalità misteriosa del Dio di Israele viene espressa dalla Bibbia ebraica anzitutto con verbi di azione, poi con aggettivi e infine con sostantivi¹.
I verbi sono quelli con cui vengono indicate le attività fondamentali di Dio a favore del suo popolo e dell’umanità, quelle che lo qualificano in maniera permanente come potente e misterioso, quelle che lo rendono presente ma in certo senso anche lo nascondono perché non ci viene rivelato il suo volto ma descritto il suo agire.

 I verbi da tenere presente sono molteplici. Qui elenco a modo di esempio i seguenti:

 

1. Dio crea la terra e l’uomo che in essa abita (Isaia 42,5-6a: “Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alle genti che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa”);

2. Dio fa promesse (Genesi 22,16-18: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore…io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la sua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare…Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni sulla terra”);

3. Dio libera (Esodo 6,6: “Per questo dì agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi”);

4. Dio riscatta e salva (“Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome…poiché io sono il Signore tuo Dio, Il Santo di Israele, il tuo salvatore”: Is 43,1-3);

5. Dio comanda (Esodo 34,11: “Osserva dunque ciò che io oggi ti comando”);

6. Dio guida (Deuteronomio 8,2: “Ricordatevi di tutto il cammino per cui il Signore vi ha guidato in tutti questi quarant’anni  nel deserto…”);

7. Dio perdona (Sal 65,4: “Pesano su di noi le nostre colpe, ma tu perdoni i nostri peccati”).

Tutti questi verbi e molti altri ancora specificano un’azione positiva di Dio verso Israele. Dio è quindi visto non come qualcuno che anzitutto sussiste in sé, nella sua indipendenza e isolamento, ma come qualcuno che opera per altri e che agisce in particolare con interventi precisi nella storia del suo popolo.

Dalla qualità e molteplicità di questi interventi si ricavano anche alcuni aggettivi, che non sono tuttavia per lo più costitutivi e “definitori” della persona, ma sono derivati dalla frequenza delle azioni indicate nei verbi. Abbiamo così la serie di aggettivi proposta in Esodo 34,6-7, in cui siamo soliti fermarci agli attributi di misericordia , dimenticando la seconda parte dell’elenco : “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma che non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”.

I verbi indicano dunque le azioni costanti di Dio e gli aggettivi tentano di sintetizzare quest’azione costante, per quanto è possibile penetrare nel mistero di Dio, che fugge ad ogni definizione.

In terzo luogo vengono i nomi, presentati non come definizioni proprie e accurate ma come metafore del divino, derivati dai verbi e dagli aggettivi. A questi ultimi occorre dunque richiamarsi per comprendere il significato dei nomi.

Si è proposto di dividere i sostantivi in due categorie: quelli che esprimono una metafora di governo e quelli che esprimono metafore di sostegno.
I primi sono assai più importanti. Essi presentano la figura del giudice, del re, del guerriero, del padre. Le metafore di sostegno sono meno frequenti e presentano soprattutto Dio come colui che ha cura, mantiene, nutre, sorregge il 7-8), come giardiniere e vignaiolo (Is 5,1-7), come madre (Is 66,13), come pastore (Is 44,28) e anche come guaritore.

Quest’ultima metafora non è molto presente, ma la si trova in vari contesti nodali. Essa appare per esempio in Deuteronomio 32,39; Osea 6,1; Esodo 15,26. Una tale qualifica di Dio viene esercitata non come distacco, ma con pathos (Geremia 3,22;8,22). Dio guarisce in profondità e non alla leggera, come fanno alcuni profeti o sacerdoti (“Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Bene, Bene” ma bene non va”: Ger 8,11). Tale azione di Dio suppone un contesto di sincerità e non di menzogna o di reticenza (Salmo 32,3-5: “Tacevo e si logoravano le mie ossa …Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore. Ho detto “Confesserò al Signore le mie colpe” e tu hai rimesso la malizia del mio peccato”).

 L’Antico Testamento conosce anche i limiti di questa capacità di guarire, e questo in particolare quando la persona o il popolo resistono all’azione di Dio. Si veda Ger 51,5-6: “All’improvviso Babilonia è caduta, è stata infranta; alzate la mente su di essa; prendete balsamo per il suo dolore, forse potrà essere guarita.
Abbiamo curato Babilonia, ma non è guarita. Lasciatela e andiamo ciascuno al proprio paese; poiché la sua punizione giunge fino al cielo e si alza fino alle nubi”. Viene subito in mente il passo dei vangeli che descrive la visita di Gesù alla sua città di Nazaret: “E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità (Mt 13,58).

 Una caratteristica di Dio guaritore nella Scrittura è che egli non si limita ad alcuni interventi di guarigione, ma pone questa sua azione nel complesso di tutto il suo agire per il popolo, sia direttamente come per mezzo dei suoi intermediari: re, sacerdoti, profeti etc. e delle istituzioni preposte al benessere di Israele, come la Toràh etc. Così anche nel nostro tempo la guarigione non è ipoteca solo di alcuni specializzati, neppure soltanto dei medici, ma si compie nell’insieme di una società che promuove l’uomo e ogni suo aspetto positivo, fino a quello che riguarda la verità e l’autenticità profonda dell’esistenza, a cui è legato anche il senso pieno del nostro benessere.

 Nel nuovo Testamento la qualifica di Gesù come medico è certamente più presente, perché Gesù è caratterizzato, soprattutto nella prima parte della sua azione pubblica, come grande guaritore. Perciò i riferimenti alla sua azione sono numerosi. Si veda ad esempio Marco 1,32: “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Si veda anche Matteo 8,16: “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (cfr Is, 53,4).

 La sua capacità di guarire le ferite è espressa in particolare nella sua passione. La frase più commovente si trova forse nella prima lettera di Pietro, che si richiama alla profezia di Isaia già sopra citata: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più nel peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti “(cfr Isaia 53,5.6; Ezechiele 34,1). Gesù stesso aveva detto, parlando di coloro che criticavano il venire a lui di molti peccatori e pubblicani, che: “non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mc 2,17). In ogni caso anche qui l’azione guaritrice di Gesù si pone come una parte della sua azione totale di rinnovamento della persona ed i riscatto dai suoi peccati.

Tale potenza guaritrice di Gesù è stata lasciata come dono alla sua Chiesa: “questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono…imporranno le loro mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,17s). Difatti noi vediamo negli Atti degli Apostoli descritte le guarigioni operate da Pietro (cfr Atti3,4-8) e da Paolo (Atti 14,8-11).

Gesù ha sempre impegnato la sua Chiesa ad essere vicina ai malati in tanti modi. Essa spinge oggi ad essere presenti a coloro che sono nella malattia attraverso l’aiuto anche di molti medici i infermieri, che si prendono cura dei malati con spirito evangelico e che guardano al benessere complessivo della persona.

Nel nostro tempo infatti c’è bisogno non soltanto di fare delle diagnosi precise e di indicare delle medicine efficaci. Occorre prendersi cura del malato nella sua totalità, nelle sue debolezze, nel suo bisogno di essere compreso, sostenuto, aiutato e amato. Così il medico compie un’opera che è parte di un insieme più vasto e che tuttavia si ricollega a quella di Gesù ed esprimere la cura della Chiesa per ogni persona sofferente.

Carlo Maria Card. Martini, S.I.


Note
¹
Cfr in particolare
W. BRUEGGEMAN, Theology of the Old Testament, 1997

 




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