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PIERLUIGI MICHELI - Medico di Dio nella città dell'uomo

COME I MAGI NELLA NOTTE

14:05, 16 January 2007 .. Link

 

COME I MAGI NELLA NOTTE

 

 

 

Pierluigi non disdegna di usare la ragione, anzi, sostiene che la fede religiosa stessa esige l’indagine intellettuale. Perché fede non è fideismo: la vera religione non può vivere separata dalla ragione.  Solo che crede in una ragione “umile”, che sa vedere nei propri limiti non una minaccia, ma la condizione della sua stessa onestà. La vera razionalità è nel riconoscere la propria finitezza, il proprio limite di fronte al mistero.

 

Per l’illuminismo l’impresa conoscitiva è sotto il segno di un sole splendente, trionfalmente vittorioso sull’oscurità delle tenebre dell’ignoranza e della superstizione. Per Micheli forza e significato vengono da una ricerca condotta “andando come a tentoni” (At 17,27).

 

 “27 Dio ha fatto tutto questo perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, per poterlo incontrare. In realtà Dio non è lontano da ciascuno di noi.

28 In lui infatti noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Anche alcuni vostri poeti l'hanno detto:

"Noi siamo figli di Dio".

29 «Se dunque noi veniamo da Dio non possiamo pensare che Dio sia simile a statue d'oro, d'argento o di pietra scolpite dall'arte e create dalla fantasia degli uomini.

30 Ebbene: Dio, ora, non tiene più conto del tempo passato, quando gli uomini vivevano nell'ignoranza. Ora, egli rivolge un ordine agli uomini: che tutti dappertutto devono convertirsi “ (Atti 17,27-30).

 

Questo andare a tentoni è meravigliosamente espresso nel cammino dei magi, nella notte, guidati dalla debole luce di una stella, che per di più a tratti scompare.

Naturalmente il Micheli sta attento a non cadere nell’altra insidia: una cultura che si nutre della propria debolezza può dire “no” a Dio quanto quella che, in passato, ostentava la propria potenza. Il rischio è quello che della verità non sia neppure il caso di parlare e che tutte le opinioni siano egualmente rispettabili alla stessa stregua dei gusti in campo culinario.

 

Passando dal campo delle idee, al mondo del malato, il medico Micheli si comporta esattamente allo stesso modo: usa la scienza, in cui crede, ma non si limita ad essa, non cura organi malati, ma persone malate. Sa di possedere strumenti d’indagine e mezzi terapeutici inadeguati. Ciò non di meno non si rassegna al limite umano perché, con la ragione, dispone anche  della fede. Unendole senza confonderle, si incontra il Dio della vita che è anche quello della luce e della verità (Gv.1,4; 14,6).

 

Alla tendenza che troppe volte si è verificata in passato di sostituire al soggetto in carne ed ossa , l’”io” astratto, senza sminuire il primato della sfera spirituale, il Micheli  nel malato ha cercato sempre di recuperarla dove essa effettivamente è, vale a dire nella complessità della struttura psico-fisica di un individuo concreto.

 

L’uomo pensa, ama, soffre, ammira, prega, tutto insieme con il suo cervello, con tutti i suoi organi e con la sua anima (Carrel). La tecnica non è l’unico fattore determinante del progresso come credeva Renan. La persona umana è formata di carne (è l’Io biologico), di intelletto (l’Io pensante) di speranza (l’Io credente).

 

Come si vede, siamo ben lontani sia dalla visione di Nietzsche che del collega Freud: entrambi hanno esasperato  il soggettivismo spiritualistico a tal punto da dissacrare il concetto stesso di “soggetto”.

 

Per il primo l’io è solo “una favola, una finzione, un gioco di parole”,  Gli studi del “profondo” di Freud approdano alla conclusione che quel che chiamiamo “io” è solo una crosta superficiale, sotto la quale si cela l’abisso anonimo, impersonale, dell’es (pronome neutro, “cosa”, non soggetto) che costituisce l’inconscio.

 

Il Micheli constata che “ la filosofia giunta al culmine della sua costruzione mediante la dialettica, manifesta la sua inadeguatezza di fronte alla problematica sui destini dell’uomo e sulle sorti escatologiche”.

 

Egli si chiede: “Come dobbiamo comportarci? Ecco la risposta: “Platone in una pagina del Fedone scrive: “Infatti trattando di questi problemi non è possibile non fare una di queste due cose: o apprendere da altri quale sia la verità, oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare tra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello come su una zattera affrontare il rischio della traversata della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, ossia affidandosi alla divina rivelazione “ (Platone,fedone 85 c).

  Ma certo il pensiero dialettico, logico, non può sostituire il sapere rivelato della religione…Ecco quindi la dialettica del credente e il motore del suo agire.

  Mutiamo quindi la nostra dialettica, convertiamo la nostra mente verso Dio, camminando sulla sua strada, assicurandoci a lui per quanto è possibile” (f.52).

 

 




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