JOHN CARPENTER L’OUTSIDER

Forse l’ultimo degli autori americani con l’anima indipendente, Carpenter è sempre stato uno strano caso al limite dell’ostracismo, in patria, infatti è da un lato trattato come un reduce del Vietnam, un personaggio scomodo per Hollywood, visto come un mestierante quando in realtà è un autore di tutto rispetto, fatica a trovare i soldi e ha dovuto quasi sempre lavorare con budget indipendenti, rispetto ai canoni americani.
Scrive, dirige e compone le musiche per tutti i suoi film, molti dei suoi lavori hanno una forza allegorica e metaforica, spesso antiamericana, antimilitarista e anti società consumistica (Fuga da New York, Essi Vivono, Fuga da Los Angeles), pur amando il sogno americano e il patriottismo, quello positivo, i suoi film possono essere letti in questa chiave, ama il genere western, pur non avendone potuto girare, formalmente nemmeno uno, anche se spesso i suoi film sono western mascherati, Howard Hawks a cui si ispira da sempre, prendendone il testiomone stilistico diretto, come dichiara Carpenter : “Hawks ha girato un solo film per tutta la sua carriera” lo stesso ha fatto Carpenter, quasi tutti i suoi film sono una reinvenzione continua dello stesso film, in termini di circostanze.
È appassionato di Lovecraft e di fisica quantistica, da vedere assolutamente tre film su tutti (la Cosa, il Signore del Male e il Seme della follia), sopratutti il signore del male è giocato sulla lotta tra fede e scienza e sul riflesso di una sull’altra, nei suoi film molto spesso ricorre la figura del prete come archetipo di fede decadente, cieca e corrotta (Fog, il Signore del male, Essi vivono, il Villaggio dei dannati, Vampires).
Nel cinema di Carpenter il male acquista un valore simbolico e metafisico, anche nel narrare le gesta di un serial killer come in Halloween dove Michael Myers è male puro, ancestrale, come il male incarnato in creature primordiali (vedi Lovecraft) e antiche (la Cosa, Essi Vivono, il Seme della Follia, Vampires, Cigarettes Burns).
Fine pirma parte
a.a.
INLAND EMPIRE

la mia ragione illusa e sopraffatta a poco a poco dalle emozioni. dapprima come uno sciocco ho cercato di dare un senso a cio che vedevo e ascoltavo. per avere un senso. e proprio questo ha permesso all'allucinazione di entrare sottopelle e trascinarmi via con se. nella paura e nella sofferenza. è spiazzante e per alcuni forse non sarà nemmeno cinema. per me di certo è arte. come sempre Lui gioca con la mia razionalità innocente perchè così può portarmi via e abbandonarmi in qualche strada perduta. dove c'è un mostro come laura dern e la sua storia e la storia del suo personaggio e la storia dei personaggi di cui parla il suo personaggio e di quelli di cui parlano gli altri personaggi. tanti fantasmi tutti vivi nel mondo della rappresentazione in cui regna la confusione tra realtà e immaginazione. forse alla ventunesima visione riuscirò a ricostruire la matrioshka fracassata che Lui mi ha regalato ma non servirà a nulla in fondo. perchè la differenza la fanno proprio le sensazioni. quelle degli attori che entrano nei personaggi e quelle dei personaggi che entrano negli spettatori. e che poi non riescono ad uscire. più che una semplice visione per me è stata un'esperienza emotiva che mi ha lasciato spossato e stanco. il mio cervello ha reagito alle immagini e ai suoni come se fosse stato in preda ad un'allucinazione prodotta dall'effetto di una droga assunta attraverso gli occhi e le orecchie. tutto: la strada la macchina la gente persino il mio gatto a casa sul letto sembrava strano. poi mi si è strusciato addosso tenero e dolce e mi ha riportato qui. grazie spillo. m.
Descrivere cosa ti succede dopo aver visto l’ultimo Lynch non è facile. Non capisci bene se quello che senti è reale o è ancora quel viaggio allucinatorio in cui ti sei perso per 182 minuti.
Quello slittamento continuo tra sogno e realtà. La sovrapposizione di questi due piani sembra non finire mai in Inland Empire e dopo. Quel viaggio nell’interiorità e nell’impero della mente non sembra solo quello di Laura Dern ma il tuo. Perché cerchi a fatica di trovare un’unità a quei pezzi disgregati e visionari, perché la voglia di vedere il puzzle completo deve essere più forte della sensazione di smarrimento e stordimento di fronte all’abisso dell’esperienza. Ma questo è solo quello a cui sei più abituato. E’ solo il tuo bisogno di spiegazioni, di trovare un senso logico. Perché lo sforzo della ricostruzione ti appartiene più della scissione.
Cercare il senso di questo film non ha senso. Probabilmente ti serve solo perché conosci di più la necessità di razionalizzare e di trovare significati, ma lasciarsi guidare dal proprio istinto almeno per una volta è liberatorio anche se innaturale per te. Allora capisci il genio di Lynch e il suo abbandonarsi alle libere associazioni. Se riesci a non pensare ma ti lasci trasportare, allora capisci davvero che non devi chiederti cosa c’entrano quei conigli e le puttane che ballano. Perché forse se ti sforzi un senso ce l’hanno ma è solo quello che vuoi dargli tu. Ognuno prende da Inland Empire ciò che vuole, la necessità di trovare una soluzione al mistero o il bisogno di passarci dentro e basta. Ognuno trova il suo senso e i suoi nessi perché ognuno ha il suo inconscio e il suo impero.
Ma tutto questo naturalmente è solo quello che la mia mente ha voluto vedere.
M.M.
Vecchia volpe
Tre ore di immagini. Offuscate, patinate, doppie, frammentarie. Si accendono le luci e tu sorridi. Perché ha vinto di nuovo. E’riuscito ad annullare ogni tuo bisogno. A tenerti incollato alla poltrona, facendoti pure dimenticare di dover fare la pipì. Ti ha portato in un mondo. Nel suo mondo. Ti ha aperto una finestra sul suo impero. Sui suoi sogni. Che non è detto non possano diventare reali. Ti ha fatto vedere quali mostri può generare la mente umana. Il sonno della ragione, lo chiamava Goya. INLAND EMPIRE, Lynch.

misia
LA SINDROME DI LINCH
In questi tempi di scontatezze e piattume cinematografico…
Ci sono solo due autori in grado di stimolare l’inconscio e di manipolare il cinema come materia fisica e metafisica, uno è Cronenberg, l’altro, l’immenso Linch, parlare di quest'opera e’ possibile, comprenderla in termini narrativi, pure, ma non serve.
È un esperienza da vivere, sentire, percepire ed osservare, abbandonandosi ad esso riponendo tutta la tua fiducia nel Virgilio dell’arte contemporanea.
INLAND EMPIRE è un esperienza piu’ che un film e nello stesso tempo e’ piu’ film di tutti gli altri, e’ la perfetta esecuzione di quello che il cinema potrebbe e dovrebbe essere sempre,
Un trip emozionale e sensoriale ed un esperienza collettiva, piu’ che una banalita’ filmata e appoggiata a canoni stantii solo per andare sul sicuro ed incassare, a cui ci hanno abituato, come sosteneva Orson Welles, “il cinema è l’arte del nostro secolo e bisognerebbe utilizzarlo in questi termini” INLAND EMPIRE coglie a pieno l’essenza di questo discorso, personalmente posso dire che è talmente stimolante da avermi alterato la percezione per la mezz’ora successiva alla conclusione del film, tutto sembra emergere dal film, e il film sembra emergere dall’inconscio, per poche ore è come se una finestra sul subconscio è stata aperta e richiusa solo quando la ragione ha ripreso il sopravvento su noi stessi.
L’unico modo che mi viene in mente per descrivere l’arte di linch è citare Rod Serling:
“esiste una regione tra la luce e l'oscuritá, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere... E' la dimensione dell'immaginazione,e' una regione che potrebbe trovarsi... Ai confini della realtà!”
a.a.
LA VOLTAPAGINE

il contrappasso il carnefice che diventa vittima la vendetta gustata fredda. tutto questo ti frulla in testa quando passano i titoli di coda de "La voltapagine". un pianoforte chiuso a chiave per sempre, come il suo sogno, messo via insieme alla statuetta di mozart. una carriera mai decollata per colpa della superficialità di una donna. . chissà quante cose, anche piccole, hanno deviato il corso della nostra vita. senza che ce ne accorgessimo. oppure si. soffrendo. magari in silenzio. senza clamori. al riparo, sotto i nostri cappelli. questo è quello che fa Mélanie. cova. odio. che cresce. per dieci anni circa. e poi esplode. in maniera razionale, però. ponderata. pianificata. arrivando a distruggere la vita dell'altra donna. che magari, era proprio come l'avrebbe voluta lei. e tu esci dal cinema, o meglio, io esco dal cinema, e mi chiedo. . fino a che punto è condannabile la vendetta? e se non fosse vendetta, ma giustizia? è male? . si. forse. misia
IL GRANDE CAPO

Che dire…è un film di Lars Von Trier, e con lui si può solo scegliere se amare l’ostentazione del suo talento o se odiarlo, io lo amo…
Ogni film, ogni genere che decide di affrontare è utilizzato in maniera impeccabile e riesce in esso, a far coesistere le regole del cinema classico di genere, la grammatica a cui il cinema si appoggia da sempre e il suo contrario, perché riesce sempre, a rispettare e allo stesso tempo a giocare e a stravolgere il genere con quel guizzo di genio e di sperimentalismo che rendono i suoi film e il cinema, ancora qualcosa di vivo, grazie a Dio.
Il Grande Capo è un film che mi sento di descrivere come una spremuta di arancia fresca fra tutte quelle confezionate.
Il caro Lars ha realizzato una commedia degli equivoci spinta al massimo livello, dove il contenuto e la forma confluiscono nella stessa direzione, infatti non solo la storia, i dialoghi, le idee e i personaggi aiutano a rendere brillante il film, ma anche il montaggio e le inquadrature volutamente sporche, non bilanciate e con dei tagli di montaggio frantumati in una selezione di momenti magnifici dai quali viene eliminato il superfluo, come se fosse una copia lavoro e non la versione definitiva del film, creando così, ritmo e intrattenimento.
il protagonista della vicenda è qualcosa di sublime, sia dal punto di vista del personaggio, che dal punto di vista dell’attore, che per tanti versi mi ha ricordato il grande Peter Sellers con un pizzico di Buster Keaton, dove convivono un enfasi psicologia grottesca ed una ricercata, granitica, mono espressività.
Geniale, correte a vederlo.
a.a.
riportiamo un'intervista del regista con la quale si può cogliere un pò il senso della sua ricerca che malgrado i successi e le critiche per nostra fortuna prosegue..
"All’inizio di quest’anno ha pubblicato una “dichiarazione di rivitalizzazione”nella quale affermava che voleva riprogrammare le sue attività professionali per riscoprire il suo entusiasmo per il cinema. Fare il grande capo le ha dato nuova vita?
Ho appena compiuto 50 anni. A questa età pensi alle cose che non ti piacciono della tua vita e cerchi di fare qualcosa per cambiarle. Pensavo che avrei avuto un periodo di tempo maggiore per preparare e girare i miei film. L’idea era che non sarei stato obbligato più a produrre in continuazione solo perché Zentropa ha bisogno di produrre, ma alla fine Il grande capo è stato girato in cinque settimane. Così puoi fare il diavolo a quattro quanto vuoi ma non servirà a nulla. Ma sa mi piacciono i problemi. Sono lì per creatisi i problemi.
Nel suo racconto all’inizio de Il grande capo afferma che questa è una commedia innocua. puo’ un film di von Trier essere mai davvero innocuo?
Sono stato criticato per essere troppo politico e forse mi sono autocriticato per questo…per essere troppo politicamente corretto. Questo è un film che è stato fatto in poco tempo. Non è un film politico e mi sono divertito a farlo ma ovviamente le commedie buone non sono innocue.
E’ stato bello girare in danese?
E’ stato molto liberatorio. Mi trovo meglio con il danese. Non sto dicendo che in futuro farò solo film in danese ma è stato bellissimo fare un piccolo film con una piccola troupe.
Il film è stato presentato al festival di Copenaghen. Non ha fatto in tempo per Cannes?
E’ stata una scelta quella di non fare Cannes. Sono stato molto contento per i miei altri film che sono stati lì in passato e Gilles Jacob ha fatto molto per me, ma è così bello non dover fare tantissime cose che non ti piacciono. Me ne sto qui in Danimarca che è meglio, soprattutto a maggio quando devo curare le verdure.
Come definirebbe il senso dello humour danese?
I danesi amano sentirsi dire che sono degli stupidi. In The Kingdom si divertivano moltissimo quando la gente parlava dei danesi stupidi.
Il film si basa molto sul dialogo. Ha deliberatamente evitato gag visive?
Quando ero ragazzino ho visto molte commedie “giro di vite”. Mi piacevano le commedie come Susanna, la Strana Coppia. Mi piace Scandalo a Filadelfia e Scrivimi fermo posta. Questo è quello che ho cercato di fare. Queste commedie si basano sull’assunto che alcune persone sanno qualcosa che gli altri non sanno.
Può dirci qualcosa su Automavision?
Sono un fanatico del controllo e nessuno può decidere le inquadrature e le immagini per me. Era più semplice saltare tutte le inquadrature e optare per una camera a mano. Con automavision si trattava di inquadrare prima l’immagine per poi spingere un pulsante del computer. Questo ci dava un certa casualità. Non ero io a tenere il controllo ma il computer.
Avevo bisogno di trovare un modo di lavorare che si confacesse ad una commedia. Abbiamo chiamato il computer Anthony Dod Mantle (dal nome del vecchio direttore di fotografia di von Trier). L’idea originale è che avremmo dovuto nascondere la cinepresa agli attori e filmarli attraverso lo specchio, ma avevamo troppa poca luce.
Gambini, il drammaturgo citato nel film, esiste davvero?
No, non esiste. E’ la scritta di un camion…Ma alludo ad Ibsen. Ho pensato che fosse molto divertente dargli dello stronzo. Puoi avere molte idee su Ibsen ma quella che sia uno stronzo è alquanto strana.
Continuerà a fare piccoli film?
Attualmente ho delle idee gigantesche. Finire la trilogia iniziata con Dogville e Manderlay e da concludere con Washington, ma non credo che accadrà adesso. Adesso cammino con il mio iPod e sogno."
M.M.
..e l'ormai mitico manifesto Dogma 95 che è interessante leggere anche in contrapposizione alle illusioni viste in "the prestige"..
L a r s V o n T r i e r T h o m a s V i n t e r b e r g Dogma 95 Manifesto e voto di castità |
| During the spring of 1995, film directors Lars Von Trier and Thomas Vinterberg sat down to write their vow of chastity: the manifesto for a new, ascetic film making.
© Lars von Trier, Thomas Vinterberg |
DOGMA 95 è un collettivo di registi cinematografici fondato a Copenhagen nella primavera del 1995.
DOGMA 95 si pone lo scopo dichiarato di contrastare "una certa tendenza" del cinema attuale.
DOGMA 95 è un’azione di salvataggio!
Nel 1960 dissero basta! Il cinema era morto e venne fatto risorgere. Lo scopo era buono ma i mezzi no! La Nouvelle Vague si dimostrò un’increspatura che finì in nulla sulla spiaggia e si trasformò in mucillagine.
Gli slogan dell’individualismo e della libertà crearono qualche opera, ma nessun cambiamento. L’onda era buona per tutte le stagioni, come i suoi registi. L’onda non è mai stata più forte degli uomini che le stavano dietro. Il cinema antiborghese divenne borghese, perché la base su cui le sue teorie erano costruite era la percezione borghese dell’arte. Il concetto di autore era romanticismo borghese sin dall’inizio, e quindi falso!
Per DOGMA 95 il cinema non è individuale!
Oggi infuria una tempesta tecnologica, da cui conseguirà la definitiva democratizzazione del cinema. Per la prima volta chiunque può fare un film. Ma più i media divengono accessibili, più si fa importante l’avanguardia. Non è un caso che la parola avanguardia abbia connotazioni militaresche. La disciplina è la risposta… dobbiamo mettere un’uniforme ai nostri film, perché il film individuale sarà decadente per definizione!
DOGMA 95 si contrappone al film individuale presentando un corpo di regole indiscutibili conosciute come Il voto di castità.
Nel 1960 si disse basta! Il cinema era stato cosmetizzato fino alla morte, si disse; eppure a partire da allora l’uso di cosmetici ha avuto un’esplosione.
Il fine "supremo" dei cineasti decadenti è ingannare il pubblico. È di questo che siamo tanto fieri? È questo che abbiamo ottenuto da questi 100 anni di cinema? Illusioni tramite le quali si possono comunicare delle emozioni? Tramite la libera scelta d’ingannarci dell’artista individuale?
La prevedibilità (drammaturgia) è divenuta il vitello d’oro attorno al quale noi danziamo. Il fatto che le vite interiori dei personaggi giustifichino la trama è troppo complicato, non è "arte alta". Mai come ora si sono lodate sperticatamente l’azione superficiale e la cinematografia superficiale.
Il risultato è vuoto. Un’illusione di pathos e un’illusione d’amore.
Per DOGMA 95 il cinema non è illusione!
Oggi infuria una tempesta tecnologica, da cui deriva l’elevazione dei cosmetici a Dio. Usando la nuova tecnologia chiunque in qualsiasi momento può lavare via gli ultimi granelli di verità nell’abbraccio mortale della sensazione. Le illusioni sono tutto ciò che il cinema può nascondere dietro di sé.
DOGMA 95
"Io giuro di sottomettermi al seguente corpo di regole delineate e confermate da DOGMA 95:
Le riprese devono essere fatte dal vero. Non devono essere utilizzati scenografie e set(se è necessario per la storia un particolare elemento scenografico, si deve scegliere una location in cui è già presente quell’elemento).
Il suono non deve mai essere prodotto separatamente dalle immagini e viceversa (la musica non deve essere usata a meno che non si senta nell’ambiente in cui si svolge il film).
La cinepresa deve essere a spalla. Sono concessi tutti i movimenti (e l’immobilità) che si può ottenere a mano (il film non deve svolgersi dove è piazzata la cinepresa; le riprese devono avere luogo dove si svolge il film).
Il film deve essere a colori. Non sono concesse illuminazione speciali. (Se c’è troppa poca luce per impressionare la pellicola la scena deve essere tagliata o si può attaccare una singola torcia alla cinepresa).
Il lavoro sulle ottiche e sui filtri è proibito.
Il film non deve contenere azioni superficiali (omicidi, armi ecc. non devono comparire).
È proibita l’alienazione temporale o geografica (cioè il film deve avere luogo qui e ora).
I film di genere non sono accettabili.
Il formato del film deve essere Academy 35 mm.
Il regista non deve essere accreditato.
Mi impegno inoltre come regista a evitare il gusto personale! Non sono più un artista. Giuro di non creare un’"opera", poiché ritengo l’istante molto più importante del tutto. Il mio fine supremo è costringere la verità a uscire dai miei personaggi e dalle mie ambientazioni. Giuro di fare ciò con tutti i mezzi disponibili e a discapito di ogni considerazione di buongusto o di carattere estetico.
Pronuncio a questo modo il mio VOTO DI CASTITÀ.
Copenhagen, lunedì 13 marzo 1995
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BOBBY

se solo non fossi così allergico all'ipocrisia statunitense. ecco allora direi che il buon vecchio emilio estevez ha fatto un buon vecchio film alla maniera del buon vecchio ..e tanto compianto.. robert altman. e che l'ha fatto bene. ci ha messo ingredienti diversi e tutti facilissimi da digerire. c'è l'amore giovane e quello maturo c'è l'ascesa e il declino c'è la fedeltà e il tradimento c'è la speranza e la disperazione. e c'è un cast di rilievo e in gran forma. tutto mescolato sapientemente e accompagnato da un'amabile anche se un bel pò scontata colonna sonora. secondo una ricetta gradevole e rassicurante che ci fa scappare persino qualche ovvia risata appresso alle paure e ai deliri di due simpatici giovanotti in cerca di esperienze sconvolgenti. e che ci riporta alla cruda realtà storica quando la stracotta illusione filmica sta per finire. preparata con molto mestiere e molto rispetto per il cinema. pure se sembra fatta apposta per una improbabile ..negli usa non si può mai dire.. campagna elettorale da morto di bob kennedy che in concreto si traduce in una strizzata d'occhio al partito democratico e in una palese denuncia dei soliti errori e orrori di gestione della politica dei bush ..e non solo loro. ma il film appare così ingenuo da avere tuttta l'aria di essere onesto e sentito anche da un punto di vista strettamente ideologico. tutte queste cose direi se solo non fossi così allergico. m.
IN CERCA DI AMY

Kevin Smith sul film
"Clerks è stato sopravvalutato e Mallrats sottovalutato, quindi siamo stati da entrambe le estremità dello spettro. Il terzo film viene abitualmente considerato come il più facile da realizzare, così siamo stati in grado di avvicinarci al soggetto da una posizione di maggiore libertà. Del resto, cosa avrebbero potuto dire di meglio rispetto al primo film e di peggio rispetto al secondo ? E' stato questo a permettere a Chasing Amy di essere un film onesto. Non è un segreto che le origini di Chasing Amy risiedano nella mia relazione con Joey (Joey Lauren Adams, protagonista del film). Beh, non è omosessuale e io non mi sono mai innamorato di una lesbica ma il film è nato dalla mia temporanea incapacità di accettare il passato di Joey (che non è quello del personaggio del film). Quando abbiamo iniziato a frequentarci, è stato subito chiaro quanto fossimo diversi. Si dice che gli opposti si attraggano ma nessuno dice come due opposti possano poi stare insieme dopo questa iniziale attrazione. Io ero un ragazzo di Highlands, New Jersey, contento fino ad allora di vivere e morire nello stesso raggio di venti miglia. Lei è di North Little Rock, Arkansas, ma non si sarebbe detto. Joey aveva viaggiato e vissuto in Australia, a Bali, a New Orleans, San Diego prima di stabilirsi a Los Angeles. A me piacciono gli spazi intimi e piccoli, a Joey piacciono enormi, rumorosi e pieni di spiriti diversi. Ma queste differenze sono nulla, rispetto alle nostre differenze in termini sessuali. Sempre un tema spinoso nelle mie storie sentimentali fino a quel punto, i trascorsi sessuali delle mie compagne possono rovinare un'altrimenti eccezionale relazione. Le mie insicurezze nascevano dall'idea di dovermi misurare con qualcuno…o con un mucchio di qualcuno del passato. (..) E poi ci sono tutte quelle orrende e false teorie tra il rapporto tra uomo e donna con cui siamo stati cresciuti (siamo dominanti, dovremmo andare a letto con delle puttane e svegliarci con delle vergini…cose che non ci sono state insegnate ma che fanno parte del nostro inconscio). Se avessi dovuto stilare una lista delle persone con cui, in teoria, non avrei mai potuto iniziare una relazione, Joey sarebbe stata un ottimo esempio e, finito il periodo delle prime straordinarie uscite, questo sentimento iniziò a fare capolino. Ci volle un po' di tempo per risolvere il problema ma ce la feci. La terapia più efficace, penso, è stata scrivere, girare e ora mostrare Chasing Amy. Il personaggio di Holden è forse il più vicino a me che io abbia mai scritto (e scegliere Ben per interpretarlo è stato forse un desiderio estetico) e Alyssa è la voce della mia ragione che io non ho mai ascoltato. Banky svela il mio sentimento sulla fedeltà (oh, ho sempre odiato quel genere di amico che sparisce dalla circolazione appena inizia una relazione. Equilibrio, direi io, sesso costante direbbero loro) mentre Hooper dà voce ai miei pensieri sulla questione omosessuale (soprattutto nella scena ambientata nel negozio di dischi). (…) Ma, a parte tutto questo, ci sono le risate. Trovo questo film molto più divertente di Clerks o Mallrats. L'umorismo è ben sviluppato (e, per quanto io ami Clerks, voglio dire, andiamo, la parte dello "scopareilmorto" era così facile…). (…) E la scena da Jaws (Lo squalo) rappresenta per me tutto ciò che è fantastico del cinema indipendente (perché una scena simile era presente in Mallrats e la produzione mi aveva imposto di eliminarla). Amo da morire questo film, sarà sempre il più vicino al mio cuore per ragione ovvie e meno ovvie. Sono cresciuto facendo questo film, (sia in abilità che in generale). Spero vi porti da qualche parte…preferibilmente nel cuore."
Kevin Smith, 24 febbraio 1997
CLERKS II

CLERKS II
Ieri sera ho visto il seguito di “Clerks”, perso al cinema e recuperato in dvd, non mi aspettavo molto, visto gli ultimi prodotti di Kevin Smith, nei quali non possiamo godere della freschezza delle trovate e della genialità nei dialoghi di “Clerks” e soprattutto di “in cerca di Amy” il suo migliore.
Nonostante tutto Kevin Smith, rimane pur sempre stimato dal qui presente, da qui il noleggio di Clerks II, rivedere i personaggi di Clerks nuovamente protagonisti è stato molto bello, il film è divertente/irriverente come ai vecchi tempi con un pizzico di pulizia e di trama in più che raffina lo stile del film rispetto all’indipendenza estrema del primo, a suo modo il film è toccante, per lo meno per chi come me, si trova a 30 e più anni, i nostri eroi non hanno più vent’anni e prima o poi si devono scontrare con la dura realtà di dover crescere e decidere della propria vita in modo concreto, di qui il dramma…!
il film pur essendo pieno di goliardia e di situazioni trash, riesce a trasmettere il senso della vera amicizia, etero sessuale, come ha sempre, scherzandoci, sottolineato nei suoi film Kevin Smith, e la nostalgia di un età, che non c’è più, i nostri Clerks sono cresciuti, ma senza tradire se stessi.
In breve…”è tardi!” da vedere con pizza gigante e qualche birra…e ovviamente rutto libero…da ridere almeno quanto il primo.
a.a.
THE PRESTIGE

essere pronti a rinunciare a tutto anche all'amore e alla propria stessa vita per la propria passione. idea estrema e sempre affascinante anche se molto distante dalla nostra dolce normalità. così come è affascinante la buia e sporca e intensa fine dell'ottocento anche se molto distante dalla sterile e fredda e familiare fine del novecento. per illuderci ormai non basta più una semplice gabbia e un pettirosso. ci vuole un film intero che ci coinvolga e confonda e che ci emozioni. il regista lo sapeva bene ed ha messo in scena un trucco magari pure un pò difettoso ma affascinante. è questo termine che continua a perseguitarmi quando penso a the prestige. non è perfetto non è rassicurante non è facile. come ogni gioco di prestigio che si rispetti. ci lascia credere di aver capito per poi confonderci e infine stupirci con un messaggio che non ci saremmo davvero aspettati da un film che ha tutto l'aspetto di un semplice mezzo di intrattenimento. ma che ci mette di fronte alla domanda che tutti tutti ognuno a suo modo siamo costretti ad affrontare quotidianamente. anche se a volte ci sembra di averla dimenticata o messa da parte. ..a cosa siamo disposti a rinunciare in nome della nostra passione?.. m.
ROCKY BALBOA

Al Sesto capitolo Stallone regala al suo personaggio un Epilogo nostalgico e sinceramente commovente, andando a chiudere una saga iniziata 30 anni fa.
Un film inaspettatamente delicato, Stallone riesce a ridare al personaggio uno spessore ed un realismo perso nel corso dei capitoli precedenti che solo per certi aspetti era stato recuperato dal quinto capitolo, quest’ultimo è un film che vive di luce propria, come il primo è una parabola nostalgica sul passato, sulla solitudine, sui sogni, sull’accettazione della vecchiaia vista come un naturale periodo della vita, non come un prologo alla morte, ma come un cambiamento di ritmi e modi di agire e di pensare, senza dover rinunciare ai propri sogni, che devono invece, perdurare fino alla fine della vita, per sentirsi vivi e per alimentare la cosa più importante di tutte, la stima di se stesso.
Stallone e Rocky sono due vite parallele, che dimostrano quanto questa creatura cinematografica sia parte del suo creatore, la sua seconda pelle e non solo un invenzione azzeccata e reiterata nel tempo, nel corso dei capitoli tutti scritti dallo stesso stallone rivediamo i momenti più importanti della carriera di Sly, dall’anonimato del primo film, alla consacrazione del suo successo del secondo e all’estensione di esso del terzo e quarto episodio, fino al declino della carriera, il periodo di stanca con il quinto ed infine il ritorno dopo anni di assenza con quest’ultimo gioiellino, che ci reintroduce nel mondo di Rocky sottotono, con umiltà e realismo e un omaggio affettuoso e nostalgico agli anni 70 attraverso una cura del taglio fotografico e un modo di riprendere facce e ambienti tipicamente anni 70, dai quali Stallone e Rocky sono emersi e con la stessa spontaneità di un tempo, Stallone scrive, dirige ed interpreta questo saluto al personaggio e al suo pubblico con una delicatezza inaspettata e un cuore sincero, con degli ideali da vecchio cinema, quel cinema da ideali e pensieri umani e concreti.
Un grazie a Stallone che mi ha regalato un ultima grande emozione e tanta nostalgia del cinema che fu e di un personaggio tra i pochi popolari e popolani, che hanno arricchito il cinema e i sogni e le speranze di molti.
a.a.
007 - CASINO ROYALE

007 - CASINO ROYALE
Finalmente, un nuovo, affascinante inizio della saga tratta dai romanzi di Ian Fleming su James Bond.
La rinascita della saga è avvenuta attraverso l’unico romanzo non ancora adattato per lo schermo all’interno della serie ufficiale, Casino Royale, il primo Romanzo di Ian Fleming che vede protagonista James Bond, il romanzo era approdato sugli schermi solo sotto forma di parodia con David Niven, Peter Sellers, Woody Allen etc.
Risolti i problemi di diritti sul Romanzo, che hanno impedito fin ora di riadattarlo, è stato finalmente possibile rinvigorire la saga con molti più punti positivi rispetto alle reinvenzioni e ai cambi di protagonista post- Sean Connery, che hanno reso il personaggio bidimensionale e i film collage di sequenze d’azione, incollate insieme da trame poco approfondite, i nuovi elementi sono donati per lo più proprio dalla natura del soggetto, il prologo della serie, quando James Bond non ha ancora guadagnato il prefisso 00 che gli da la licenza di uccidere.
Il film infatti, vede un James Bond conquistarsi la licenza di uccidere all’inizio del film.
Le novità che subito fanno pensare ad una ottima operazione di restyling sono, una versione di Bond molto più umana, il personaggio è presuntuoso, beve, le regole gli stanno strette, è un più ingenuo del previsto con le donne e rimane ferito durante i combattimenti, un asciuttezza nelle sequenze d’azione, violente al punto giusto, con un buon ritmo, donato dal grande montatore Stuart Baird e coreografie con un buon mix di modernità, secondo gli standard di oggi e un fascino old style di film d’azione, dove le acrobazie sono affidate a stunt- men e non ad un computer e ad un adattamento del romanzo più vicino ai film dell’epoca Sean Connery, dove non si respira una vera e propria collocazione temporale, se pur con riferimenti alla storia politica attuale, infatti, il film riesce a rimanere sospeso in una realtà senza tempo, molto più affascinante, di una contestualizzazione precisa nella realtà, che regalava ai film di Bond degli ultimi decenni, uno stile più da telefilm, che da serie di spionaggio, per lo più di carattere fanta-politico.
Il regista Martin Campbell, non è nuovo alla serie, aveva infatti già, aiutato a rinfrescarne lo spirito, con Goldeneye il primo film con Pierce Brosnan, e soprattutto questa volta dimostra di avere padronanza con il materiale tanto da riuscire a giocare con il personaggio e i suoi cliché, omaggiando e rispettando comunque, il canone.
Finalmente dopo decenni possiamo riconoscere in un film su 007, un taglio, uno stile registico e di sceneggiatura con una direzione precisa, non che il film sia esente da difetti o da scontatezze, di cui in realtà ne è pieno,
Ma il taglio dark, l’approfondimento del personaggio e la sua genesi ben riusciti, grazie anche al carisma e alla fisicità del protagonista Daniel Craig, il Bond più azzeccato dopo Sean Connery e la confezione impeccabile del film, rendono questo episodio 0, sicuramente un buon intrattenimento e una speranza per questa serie di rinascere sotto una nuova veste, più Noir, con un pizzico di passato, in una serie d’azione che può ancora sperare di essere moderna e che non ha nulla da invidiare ai prodotti made in USA.
a.a.
SHORTBUS
l'ho visto. ancora sto interdetto. è molto bello. si vede tutto. ma è molto bello. ma tutto tutto tutto eh. ma bello. mi sono sempre chiesto se fosse possibile arrivare a rappresentare in un film anche il sesso, quello vero, quello senza malizia, non da pornazzo insomma. se fosse giusto chiedere agli attori di giungere ad un simile livello di immedesimazione. a me in questo caso il tentativo sembra riuscito. perchè in shortbus non c'è pornografia, non c'è proprio nulla che non sia finalizzato alla storia. il film parla di sesso e di sentimenti e di emotività, e lo mostra, punto. gli attori sono davvero incredibili. si respira un'aria di confidenza, di intimità, sembra di trovarsi lì insieme a loro in quel posto strano e grottesco. e la colonna sonora mi è sembrata stupenda, yo la tengo, ok, e Scott Matthew, che non conosco e mi ha molto colpito. la scena iniziale è davvero spiazzante e la prima sensazione è quella di quando vedi una scena di sesso davanti ai tuoi, moltiplicata per 1000. ma se ti rilassi, e guardi il film con spirito aperto, molto aperto, non ci fai più caso. e la scena finale è bellissima. rimango intedetto perchè ancora adesso non riesco a capire se, in questa pellicola, da qualche parte la bellezza finisca e inizi la semplice provocazione. ma bella.
m.
a sostegno della tesi della bellezza e della naturalezza porto questa intervista a John Cameron Mitchell che mi sembra davvero illuminante..
"Il produttore Howard Gertler, il direttore del casting Susan Shopmaker e io nel 2003 abbiamo deciso di fare dei provini. Abbiamo evitato gli agenti e le star – le star non hanno sesso. Inoltre sapevo che avrei voluto fare un workshop della durata di un anno circa e le star non fanno cose del genere. Invece, siccome non avevamo soldi per mettere degli annunci, abbiamo pubblicizzato le audizioni su diversi giornali alternativi invitando chiunque - attori esperti e non – a visitare il nostro sito, a leggere quello che stavamo cercando di fare e spedirci delle cassette. Io suggerivo che nelle cassette parlassero di un’esperienza sessuale che per loro era stata particolarmente significativa dal punto di vista emotivo. Gli dicevo di mettere qualsiasi cosa potesse aiutarci a conoscerli. Il sito ha avuto più di mezzo milione di contatti e abbiamo ricevuto circa 500 cassette. Molti parlavano davanti alla macchina da presa, altri hanno realizzato dei cortometraggi, altri ancora cantavano, altri si masturbavano. Alla fine per i provini abbiamo scelto una quarantina di persone. Avevamo pochissimi soldi e gli attori si sono dovuti pagare il viaggio da soli. A tutti era stato detto che le audizioni si sarebbero basate sull’improvvisazione ma che non ci sarebbe stato del sesso – non volevo che si spaventassero. Volevo che dalle audizioni uscisse qualcosa di profondo, volevo che gli attori creassero insieme a noi e che man mano si costruisse fra di noi un rapporto di fiducia. All’epoca ogni mese facevo una festa (che si chiamava Shortbus). Volevo creare un’atmosfera da festa di liceali, mettevamo qualsiasi tipo di musica. I miei amici e io eravamo dei dj molto eclettici – io mi ero specializzato in lenti. Ho fatto una festa Shortbus per i 40 attori che avevamo selezionato per le audizioni. Abbiamo fatto il gioco della bottiglia con un centinaio di persone. Così siamo riusciti a rompere il ghiaccio. Il giorno dopo, tutti gli attori hanno guardato le loro cassette insieme agli altri. E’ stato difficile, i contenuti delle cassette spesso erano veramente personali. Ma questo ha fatto sì che ognuno di noi capisse che ci trovavamo tutti nella stessa barca. Abbiamo passato solo pochi giorni insieme e avevo bisogno di capire subito chi era sessualmente attratto da chi, chi aveva il potenziale per far parte di una coppia nel film. Avevamo un’urna segreta e ognuno doveva dare un voto, su una scala da 1 a 4, a tutti gli altri, così ci saremmo potuti rendere conto della situazione. Era tutto molto strano e divertente. Alla fine abbiamo fatto un enorme cartello - una griglia con delle croci che mostravano chi era attratto da chi. Ci ha fatto risparmiare moltissimo tempo. Per le prime improvvisazioni abbiamo messo insieme le persone che si erano date il massimo dei voti. A quel punto è venuto fuori molto velocemente chi fossero gli attori naturali, sia che avessero studiato oppure no. Volevamo delle persone che fossero in grado di improvvisare sulla base di un testo scritto pur mantenendo una struttura della scena piuttosto precisa. Non è proprio pura improvvisazione. Stavamo cercando persone intelligenti, carismatiche, che riuscissero a interagire bene con gli altri. Quelli che volevano fare i protagonisti a tutti i costi li abbiamo eliminati. Ho scelto gli attori più interesanti e compatibili gli uni con gli altri e abbiamo cominciato il nostro primo workshop di improvvisazione. Avremmo trovato insieme i personaggi e la storia."
lo dicevo io..
m.
“I mostri che abbiamo dentro”…come nella canzone di Gaber…li sento ora dopo aver visto Short bus..è troppo complicato raccontare tutto. Non importa. Dopo aver visto questo film ho scoperto di avere paura di inseguire solo quello che mi fa bene e piacere come in omaggio ad una fede che in realtà sento radicata in me più per timore che per rispetto..più che omaggio ad una fede, un omaggio al senso del peccato…come una fiamma che rimane accesa grazie ai piccoli gesti pensieri atteggiamenti quotidiani che tengono cheta la propria immagine di qualcosa. Sarebbe bello spogliarsi di tutto per non dover vivere ad immagine di qualcosa… In questo film di comportamenti assurdi all’inizio e tanto normali alla fine, persino privi di un qualunque anche il più banale dei significati…il desiderio di smitizzare tutto per vivere se stessi e scoprire dove andare, e soprattutto come. La libertà… ma poi mi dico: davvero libertà?…non capisco cos’è la libertà: imparare ad esserlo è già un controsenso…ma esserlo senza sapere cosa cercare ..bè, come si fa a sentircisi..liberi intendo… Il dramma che questo film rappresenta e che mi ha toccato profondamente è la grandezza di cui è capace il mondo là fuori e la possibilità che si fermi a un passo da te, incapace di penetrare oltre lo strato della tua pelle...la diffcoltà di sentirti parte del mondo anche quando hai tutto per sorridere, come una persona da amare... La dolcezza della scena finale ti fa uscire dalla sala con la voglia se non altro di provarci:inseguire quello che sei senza timori. chiara
La sensazione che hai quando si accendono le luci è quella di aver visto qualcosa che non è proprio un film, se non fosse per il fatto che poi ti rendi conto di essere in sala e non lì dentro. non sembra proprio un film ma uno spaccato sulla vita di qualcuno, qualcuno che puoi essere tu o il tuo vicino di posto se solo hai dentro tutta la libertà che viene urlata lì, se solo puoi non sentirti così frenata dal pudore o dall' ignoranza dei tuoi sensi. non c'è niente di volgare se riesci a vederlo così. se riesci a vederlo così riesci anche a cogliere la sofferenza per il bisogno di condividere la tua intimità, quella che credi di non poter confessare a nessuno ma che grazie forse anche ad un "film" sai che puoi vivere e comunicare senza vergona, senza paura di essere solo perchè il tuo vicino, e tutti i tuoi vicini hanno gli stessi tormenti e le stesse passioni. quello che è diverso è solo il modo di liberarle.o non. se poi scopri che l'eros, quello vero, è uno tra i due tuoi primi istinti ed è quello che ti fa sopravvivere allora scopri anche che è vero che puoi permetterti tutto come vuole Shortbus e come in fondo vuoi anche tu...certo solo un "film" non basta, però aiuta. M.M.
saturday night fever
sabato sera avrei voluto andare "in viaggio con evie", ma ho fatto tardi e lei è partita senza di me. perciò ho preso un piccolo bus.. che e m'ha portato al cinema. in una new york a forma di presepe, molto al passo col periodo, mi sono fermata in questo locale dove ho incrociato personaggi particolari. una sessuologa preorgasmica, che preferisce essere chiamata terapista di coppia una coppia gay di jamie, in cui uno dei due è, oltre che regista di se stesso, anche un aspirante suicida, e una masochista dal nome equivoco, jennifer aniston (ma come le dicono: al mondo c'è posto per due) storie di vita sessuale che si intrecciano, metaforicamente e non solo un film strano, se si definisce porno un film in cui il sesso è di quello vero, direi che posso dire di avere visto il primo porno della mia vita. non imbarazza (anche perché a 30 anni ci facciamo ancora imbarazzare?) diverte pure e riesce a essere stranamente "sottile" nota la scena: jamie che canta l'inno americano nel buco del culo del suo amante. che sia una metafora? mah... lois lane
..per ringraziare lafamigglia per qualche giorno rimettiamo su questa.. m.
QUADROPHENIA

nel contesto del movimento modernista sorto nella londra dei primi anni sessanta, una storia di presa di coscienza della confusione mentale che assilla un giovane, ma che investe un pò tutti a quell'età, alle prese con falsi miti, ideali superficiali, amicizie vere e passioni passeggere. la contrapposizione tra i mods, vespe-parka-vestiti su misura, e i rockets, moto-giacche di pelle-gelatina, è soltanto lo spunto dal quale il regista franc roddam e i produttori, ed effettivi padri del progetto, gli who, sono partiti per descrivere un momento della vita in cui è facile perdersi nell'apparenza, per sfuggire alla piatta realtà. ma ciò che ha fatto di questa pellicola un piccolo oggetto di culto è proprio l'ambientazione, la testimonianza di un momento di ribellione agli standard imposti dalla società inglese degli anni 50, e la musica, spettacolare, non solo degli who, anche l' r&b americano a cavallo fra fifties e sixties e il modern jazz, al quale il movimento, tra l'altro, deve il proprio nome. in modo autoironico e autobiografico, gli who hanno scelto proprio l'ambiente che li ha lanciati per descrivere quella sensazione di smarrimento, di scissione della personalità, quella schizofrenia che nemmeno questo termine riesce a spiegare fino in fondo.. quella quadrophenia.. appunto.
m.
THE DEPARTED

non ci sono più i brutti di una volta
de niro, harvey keitel, joe pesci. le loro pulsioni i loro pensieri. il fatto è che erano brutti, magari affascinanti persino magnetici, ma brutti. ci puoi mettere tutto l'impegno del mondo ma se sei un ragazzone biondo con gli occhi azzurri e l'aria da fico non mi trasmetterai mai sensazioni sincere. la mano è sempre quella. storia colonna sonora movimenti di camera. ma a mio parere è sempre più debole, manca quel coraggio infinito che era quasi incoscienza, nel dare peso alle emozioni più che alle azioni. ti ci affezionavi a quei disgraziati, pure i peggiori, perchè non erano semplicemente cattivi, come anche nicholson stavolta, erano pure brutti. avevano sogni da poco e storie da poco e donne da poco. un po come sto film, che per essere di scorsese mi sembra proprio da poco. ben vengano i film d'intrattenimento ma da un autore che considero un artista mi aspettavo altro.
m.
PROFUMO - storia di un assassino

Profumo, storia di un assassino, tratto dal Romanzo di Süskind, un libro amato tra gli altri da Stanley Kubrick, che ne avrebbe voluto trarre un film, purtroppo non abbiamo potuto vedere realizzato questo sogno, come avremmo voluto vedere ogni idea di Kubrick realizzata per lo schermo, ma ieri perdendomi nella visione di questo adattamento firmato da Tom Tykwer, regista di Lola Corre, ho avvertito dei fremiti, delle emozioni che mi hanno ricordato da vicino, la cura del dettaglio, il realismo delle atmosfere, l’utilizzo pressochè perfetto ed instillato come gocce di rugiada, della musica, di film che ho amato, come Barry Lindon di Kubrick e i Diavoli di Ken Russell, dove, come in quest’ultimo troviamo emozione in ogni angolo del film, scenografie, meravigliose, stilisticamente perfette, costumi e make-up regalano al film un atmosfera di realismo estremo, fatto di immondizia, sporcizia,, fango, malattie, un immersione totale in un epoca così troppo spesso trattata nei film come uno spettacolo teatrale e non come uno squarcio temporale in un’altra epoca, la musica enorme, magnifica, un emozione distillata goccia a goccia, con una cura, non da regista, ma da autore che propaga le sue emozioni e il suo punto di vista in ogni singolo frame di questa perla con un anima, come di rado si vede oggi giorno, un romanzo che tutti hanno giudicato difficilmente adattabile, Tom Tykwer è riuscito nell’intento, soddisfando, sia il lettore innamorato del romanzo, sia l’incosciente spettatore, è riuscito ad inebriare il pubblico, sostituendo gli odori alle immagini, attori straordinari sopra a tutti, il grande protagonista, Ben Whishaw, poche parole durante tutto il film, regala un intensità straordinaria, uno sguardo che buca lo schermo e regge un personaggio difficile da rendere con un bagaglio di sfumature ed emozioni calibrate senza mai cadere nel “di più”; un interpretazione dalla rara bellezza.
Dustin Hoffman, grande come sempre è stato, anche nella più piccola parte riesce a regalare grandi momenti e ci fa credere di essere esperto in tutte le arti, qui interpreta il mastro profumiere e quando insegna l’arte del profumo al protagonista, sembra impartire lezioni di recitazione, uno dei pochi attori che riesce a far vivere un personaggio in costume con estrema naturalezza, come a volerci ricordare che in ogni epoca è esistita la naturalezza dei gesti e degli sguardi, non contemporanei, ovviamente, ma più vicini di quello che solitamente propongono registi e attori, per i personaggi d’epoca, gente imbalsamata, dove il costume è più vivo del personaggio.
Questo film è di una bellezza estetica immensa, musica, immagini, montaggio, interpretazioni, donano un impatto emotivo di altissimo livello, un film che non si dimentica. Un capolavoro
a.a.
HORROR MADE IN ENGLAND
 
Per chi ama l’Horror, vi consiglio due film, “Dog Soldiers” e “The Descent”,
di Neil Marshall, 36enne regista inglese, che con questi due film ha rinvigorito il genere, dimostrando all’america che il genere Horror può dare ancora emozioni e soprattutto può ancora sfornare ottimi prodotti, Marshall, infatti, pur lavorando a basso costo, riesce a regalare buonissimi film di genere, riuscendo a mantenere la tensione per tutto il film ad alti livelli e una buone dose di ironia.
Nei suoi film, tra l’altro scritti da lui, riusciamo ad avere, come di rado capita in questo sottovalutato genere, delle ottime interpretazioni, made in england, gli attori lavorano con naturalezza e profondità, come se non fossero in un film horror, ma in un film dalle forti componenti drammatiche, donando ai personaggi uno spessore difficile da ottenere in questo tipo di film e un senso di verità, che spinge lo spettatore ad un maggiore coinvolgimento. Le sceneggiature sono originali e i finali non propongono mai l’ormai stanco clichè del finale rocambolesco tutto effetti speciali, al quale ci ha abituati la produzione americana e tutti i suoi stanchi remake di grandi Horror anni ’70 e ’80, che sembra aver invaso le menti di tutti i produttori americani.
Da vedere entrambi.
Buona visione
a.a.
SUPERMAN II : Richard Donner Vs Richard Lester

Per chi non conoscesse la Genesi tortuosa del seguito di "Superman - The Movie", ecco un'introduzione che vi farà completamente cambiare visione su "Superman II" così come ci è stato propinato per 3 decadi.
30 anni fa, dei produttori europei, i Salkind, padre e figlio, ebbero la grande idea di produrre Superman per il grande schermo.
Ingaggiarono Marlon Brando e Mario Puzo, per assicurarsi dei nomi titanici per il cast e per ottenere i giusti contatti per distribuire su grande scala il film.
Così ebbe inizio la pre-produzione di questo enorme progetto.
Inizialmente il film doveva essere girato a cinecittà, per diminuire i costi e doveva essere diretto dal britannico Guy Hamilton, ma, per problemi di evasione fiscale, il regista non poteva girare in Italia; stessa sorte per Marlon Brando, che, dopo le vicissitudini per ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, non poteva più rientrare in Italia.
Fu così che la produzione fu spostata in Inghilterra e iniziò la ricerca di un altro regista.
A pre-produzione avviata fu finalmente proposto il film a Richard Donner.. e qui la giusta chiusura sarebbe…"e tutto il resto è storia" … e invece qui inizia una storia diversa, non detta, o meglio poco conosciuta e non ancora chiarita, sulla complicata produzione di questo capolavoro.
Eccone una parte raccontata dallo stesso Donner nel corso di un'intervista sul progetto "Superman" pubblicata su Starlog nel 1989:
“Il mio contratto era per due film, così ad ogni persona sotto contratto è stato detto che stavano facendo due film. Abbiamo iniziato simultaneamente le riprese di tutti e due i film e abbiamo filmato ogni cosa con Marlon Brando, Gene Hackman, Ned Betty e Valerie Perrine, dopodichè ci siamo resi conto che, se la nostra scadenza per il primo film era per Natale, avremmo dovuto fermarci e impiegare tutte le nostre forze su quello. Avendo gia completato tutto con questi attori, abbiamo messo da parte "Superman II" e ci siamo concentrati solo sul primo film. Le cose andavano così male tra me e i produttori, che hanno voluto un arbitro e hanno suggerito Richard Lester, io conoscevo Dick, perciò per me non poteva che essere un'ottima cosa..”.
Per la cronaca Lester aveva diretto "I tre moschettieri" e il suo seguito, sempre prodotto dai Salkind, altra produzione che ebbe molti problemi, e infatti lo stesso Lester confessò a Donner che l’unica ragione per cui era contento di unirsi al progetto "Superman" era riuscire ad ottenere i soldi che i Salkind gli dovevano ancora per i film sui moschettieri.
“..Il suo contratto prevedeva che non dovesse essere presente giornalmente o essere sul set se non invitato e in questo Lester si dimostrò molto gentile, una persona deliziosa, abbiamo avuto dei bei momenti insieme..” dice Donner “..qualsiasi cosa mi dovessero dire i Salkind la dicevano a lui e vice versa. Fu quello il suo compito sul film, così siamo diventati grandi amici. Ma tutto è cambiato quando ha preso in mano "Superman II" senza farmi nemmeno una telefonata..”.
Dopo la Prima di "Superman", Donner si aspettava di completare "Superman II", per una probabile realizzazione entro dicembre del ’79.
“Superman è stato un successo, ma i Salkind, per qualche ragione, hanno scelto di non richiamarmi. Dopo aver aspettato circa 6 o 8 settimane, ho ricevuto un telegramma che diceva: ‘i tuoi servizi non sono più richiesti’, come ha riportato un giornale, metà di "Superman II" era già stato filmato" (ora sappiamo che addirittura l’80% del film era già stato completato da Donner). Queste riprese includevano scene chiavi con Marlon Brando come Jor-el che furono tagliate per problemi legali tra l’attore, i Salkind e la Warner.
Lester prese le redini del film continuando le riprese nel luglio 1979.
"Superman II" non vide la luce prima di dicembre 1980 (in Europa) e 1981 (in USA).
Lester rifilmò molte scene già perfettamente realizzate da Donner, per fare in modo, secondo Donner, che i Salkind potessero negargli i credits come direttore.
L’avarizia dei Salkind ha negato al pubblico gran parte dell'interpretazione di Brando nelle vesti di Jor-el.
Furono boicottati da alcuni dei membri del cast e della troupe.
Margot Kidder fu così insistente riguardo al ritorno di Donner, che i produttori le affidarono solo un cameo in "Superman III".
Gene Hackman rifiutò di rifilmare alcune delle sue scene con Lester, e giustamente, visto che aveva già terminato le riprese di "Superman II" con Dick Donner. Per coprire l’assenza di Hackman, per alcune scene, fu necessario l'utilizzo di una controfigura e di un imitatore vocale.
Come la Kidder, anche Christopher Reeve si arrabbiò per il licenziamento di Donner, ma fu contrattualmente obbligato a partecipare al rifacimento di "Superman II".
Ma forse la conseguenza peggiore del licenziamento di Donner è stata la corruzione del tono e dell’unità narrativa che il direttore e lo scrittore Tom Mankiewicz avevano in mente per Superman e il suo seguito. Mankiewicz fu coinvolto nel progetto da Donner per aggiustare lo script originale diviso in due parti, che fu inizialmente scritto da Mario Puzo, in seguito rivisto da David Newman e Robert Benton e poi ancora da Newman e sua moglie Leslie. L'aspetto profondo concepito da Mankiewicz, delle allegorie religiose sottese al mito di Superman, fortemente presente nel primo film, fu un'altra perdita che seguì il licenziamento di Donner. Lester infatti riprese i Newman.
Molte delle revisioni di Mankiewicz furono di conseguenza buttate via e alcuni degli aspetti più deboli dello script originale, come la super-amnesia di Lois, furono reinseriti.
I due film sono sempre stati pianificati come una “miniserie” di 4 ore, come i film sui moschettieri, prodotti sempre dai Salkind, ma la sostituzione di Donner con Lester ha reso "Superman II" un mostro a due teste, o, come recentemente ha dichiarato Michael Thau (montatore/produttore del rimontaggio di ''Superman II donner’s cut'') “una sorta di mostro di Frankenstein”, con le connessioni tra il primo e il secondo molto più sconclusionate, o addirittura inesistenti, rispetto a quanto sarebbe stato se la visione di Donner fosse rimasta integra. A differenza di Donner, Lester ha avuto il lusso di completare l’epica sui Moschettieri senza che nessun’altro subentrasse a metà della lavorazione del secondo film, distruggendo o mettendo in ridicolo il suo lavoro. Il tono dei due film avrebbe dovuto essere molto più armonico, come dimostrano le scene filmate da Donner utilizzate nel seguito e probabilmente è per tutte le ragioni esposte che questo materiale sembra infinitamente superiore a quello girato da Lester e soprattutto molto più simile al primo Superman.
Raccontata la premessa storica, passiamo ora ad un confronto tra le scene volute da Donner per la sua visione di "Superman II", e del materiale filmato rimasto nel limbo per 30 anni, e quello che ha rigirato Lester e che ci hanno fatto passare come il seguito del primo film per tutto questo tempo:
la storia, ovviamente, rimane praticamente la stessa, ma il tono, la narrativa epica, i contenuti e la continuità con il primo cambiano radicalmente.
Prologo Donner:
ripresa degli eventi del primo, concentrandosi sul processo ai tre criminali su Krypton, che Jor-el imprigiona nella zona fantasma, dopo che Zod urla a Jor-el che "un giorno si inchinerà di fronte a lui, lui e i suoi eredi"; presentazione dei personaggi e degli eventi del primo film, fino ad arrivare a Superman che lancia uno dei due missili nello spazio, missile che libererà i tre criminali di Krypton.
Qui abbiamo il primo punto di continuità con il primo film, dove Superman per salvare la terra libera i nemici del padre, che hanno giurato vendetta contro Jor-el e i suoi discendenti. Titoli di testa in linea con il primo.
Prologo Lester:
ripresa eventi del primo, con un montaggio musicale sui titoli di testa.
Prima scena Donner:
Daily Planet il giorno dopo gli eventi del primo film, Lois, guardando una foto di Superman sul giornale, nota la somiglianza con Clark e disegna cappello, giacca e occhiali sulla foto, pochi minuti più tardi dichiara a Clark la sua idea e rischia la sua vita, gettandosi dalla finestra dell’ufficio del capo, per provare la sua teoria; Clark correrà velocissimo giù per le scale e farà cadere Lois sulla bancarella di frutta, ritornerà su e si affaccerà dalla finestra, così da far credere a Lois di aver commesso un errore, per se stessa, quasi fatale.
Lois nella visione di Donner è una reporter investigativa molto brillante, già nel finale del primo il regista fa emergere in Lois il sospetto che Superman e Clark siano la stessa persona e subito, nella prima scena del secondo, continua ed esplora quella linea narrativa, che rende senz’altro il personaggio di Lois molto più intelligente, intuitivo ed intraprendente.
Prima scena Lester:
Lois si trova a Parigi per fare uno scoop su un gruppo di terroristi che hanno preso degli ostaggi sulla torre Eiffel e che minacciano di fare esplodere una bomba; la bomba si attiva, Superman arriva, salva Lois e manda la bomba nello spazio.
Questa scena è stata girata per eliminare la continuità con il primo film, e con la versione di Donner, nella quale è il missile che Superman manda nello spazio nel primo episodio a far esplodere la zona fantasma.
Già dalla prima scena i produttori si sono preoccupati di non far avere i crediti come regista a Donner.
La scena è girata male, con un ingenuità da cartoon (vedi Lois che riesce a salire sulla torre distraendo un gendarme francese chiedendogli di cercare la traduzione della parola “stairs” sul dizionario).
Lex Luthor in carcere e la sua fuga:
qui tutte le scene sono dirette da Donner, visto che, come detto prima, Gene Hackman non è voluto ritornare a rigirare le sue scene, ma, ovviamente, montate da Lester.
Super-criminali sulla Luna:
tutta la sequenza sulla luna è stata girata da Donner, tranne i momenti all’interno della sala controllo Nasa che sono di Lester.
Cascate del Niagara:
purtroppo tutta la sezione delle cascate del Niagara è stata girata da Lester.
Ma fortunatamente possiamo comunque distingure le due versioni, grazie ad uno screen-test, vale a dire un provino, tra Margot Kidder e Christopher Reeve, che ha permesso di ricostruire la visione di Donner per questa parte di storia.
Niagara Donner:
Lois e Clark vengono mandati ad investigare sulle truffe degli alberghi ai danni degli sposini, fingono così di essere una coppia e, dopo che Superman salva un ragazzino che cade nelle cascate del Niagara, Lois torna ad insospettirsi, a tal punto che in camera, parlando con Clark, confessa di aver commesso un errore, di aver sbagliato a rischiare la sua vita al Daily Planet, a quel punto tira fuori una pistola e la punta a Clark per verificare la sua tesi, convinta che una pallottola non farà nulla a Clark, perché Clark è Superman; Clark nega, fingendosi spaventato, Lois spara e non succede nulla; Clark a quel punto è costretto a svelare la sua vera identità e dice a Lois che se Clark fosse stato una persona normale l’avrebbe ucciso e Lois risponde “come? Con una pistola a salve?!...beccato!” e i due sorridono.
N.B: Questa scena non è mai stata girata da Donner, ma è stata filmata, per fortuna, come parte degli screen–test, durante il periodo dei casting; esistono, infatti, sia il provino di Margot Kidder, che quello di Christopher Reeve, nei quali entrambi hanno recitato questa scena, è stato così possibile assemblarla e completare la struttura narrativa secondo la visione di Donner per questo seguito.
Niagara Lester:
qui Lester riutilizza l’idea della scena iniziale di Donner, facendo vedere Lois che si butta in un torrente per svelare l’identità di Clark dopo aver visto Superman casualmente alle cascate del Niagara; Clark riesce a salvarla senza diventare Superman; più tardi, in camera, Clark inciampa nell’orso rosa sintetico che funge da tappeto nella stanza, i suoi occhiali cadono nel fuoco, egli velocemente tenta di recuperarli con la mano, ma a questo punto Lois nota che non si è fatto nessun tipo di ustione.
Il segreto è dunque svelato, ma non per un'intuizione di Lois e il personaggio inevitabilmente si appiattisce rispetto al primo film e alla visione di Donner della reporter.
Lex Luthor scopre la fortezza della solitudine:
questa scena è stata integralmente girata da Donner; di fatto tutte le scene all’interno della fortezza della solitudine sono state completate da Donner, ma poi sostituite o alterate, come quest’ultima, da Lester.
Qui vediamo Luthor scoprire l’utilizzo dei cristalli e venire a conoscenza dell’esistenza dei tre super-criminali; ma vi è una differenza sostanziale tra le due versioni:
Donner:
in questa scena ritroviamo Brando nei panni di Jor-el, che recita una poesia e parla con il figlio svelando la storia dei tre criminali di krypton che sono stati imprigionati nella zona fantasma e spiegando in che modo potrebbero essere liberati.
Un punto focale di continuità tra il primo e il secondo episodio di Donner è riscontrabile proprio nella presenza di Jor-el come unico interlocutore di Superman all’interno della fortezza della solitudine; è un dettaglio che genera forza drammaturgica sia a livello narrativo per lo sviluppo profondo del rapporto padre-figlio, sia come allegoria di Dio che invia sulla terra il proprio figlio per salvare l’umanità, concetto caro a Donner e Mankiewicz.
Lester:
qui Lester utilizza le scene di Hackman e Valerie Perrine girate da Donner, ma inserta il suo nuovo girato nei controcampi, utilizzando un nuovo interprete per la poesia e la madre di Superman, Lara, per svelare la storia dei tre criminali.
Motivazione…? Evitare l’utilizzo di Brando in questa scena; questo comporta un ennesimo allontanamento da tutte le regole stabilite da Donner nel primo film.
Le registrazioni nei cristalli non sono solo di Jor-el, idea che va a scontrarsi contro tutta la logica del primo film; Jor-el, in realtà, è l’unico, che registra i messaggi per il figlio e l’escamotage di Lester altera tutta l’importanza che la figura paterna riveste nel primo e che avrebbe dovuto avere, in maniera esponenziale, anche nel secondo capitolo.
Zod & Co. Arrivano sulla terra:
questa parte purtroppo non è mai stata girata da Donner, ma da Lester.
Donner:
la visione di Donner, per questa parte del film prevedeva, un incontro con dei rangers dai quali i criminali avrebbero avuto nformazioni sul nome del nostro pianeta e sul presidente degli Stati Uniti e di seguito, in un vero e proprio momento catastrofico per tutto il mondo, i tre super-criminali, avrebbero imperversato sul nostro pianeta come in una ”guerra dei mondi”; avremmo visto Zod & co. distruggere monumenti chiave in tutto il mondo, e solo dopo finire a Washington dove Zod avrebbe proclamato il nuovo ordine, il suo, come leader assoluto.
Purtroppo nulla di tutto questo è stato mai girato, quest’ultima sequenza avrebbe senz’altro elevato la scala epica del film e il senso di grandiosità che Donner aveva in mente per questo sequel.
Lester:
di tutto quanto citato prima Lester e i produttori, per diminuire i costi, hanno tenuto solo l’incotro con i rangers, ma stravolgendone il taglio.
Infatti, come possiamo vedere nel film di Lester, i due rangers diventano dei personaggi macchiettistici e la scena perde ogni tipo di tensione drammatica; la stessa cosa capita nella scena precedente, girata da Lester, dove vediamo un pescatore uscito dalle comiche che vede zod camminare sull’acqua e butta via la tazza dalla quale stava bevendo; successivamente il regista fa il medesimo errore nella scena girata al villaggio a est di Houston, nella quale i personaggi e le situazioni sono da fumetto, nel brutto senso del termine: vi sono vari sketch, tipo quello dei militari che rimangono intontiti dopo essere stati scaraventati da per tutto e persino i cattivi sono sopra le righe.
In tale frangente, inoltre, Lester stravolge totalmente e per l’ennesima volta tutte le basi solide di verosimiglianza che Donner aveva stabilito nel primo film, dando ai cattivi poteri mai visti prima, come raggi che escono dalle dita e alzano e spostano oggetti e persone, un elemento che ritornerà anche nel finale rigirato da Lester, che manda all'aria tutto l'impegno profuso in tal senso da Donner nel primo film, e che riduce l'episodio a un mero film-fumetto che quasi sembra parodiare il genere invece di rispettarlo.
Zod & co. Alla Casa Bianca:
tutta la sequenza dell’invasione alla Casa Bianca è stata girata e diretta da Donner, anche se nel montaggio di Lester vi si possono trovare degli elementi comici girati, appunto, dallo stesso Lester.
In linea di massima, in tutto il film, gli episodi nei quali si possono trovare momenti da film parodia costituiscono inserimenti e idee di Lester, che non fanno altro che togliere totalmente la sensazione di tensione che certe scene avrebbero dovuto trasmettere.
In generale i cattivi, come ideati da Donner, dovevano essere, invece, molto più minacciosi di come appaiono nella versione uscita nelle sale.
Clark e Lois alla fortezza della solitudine:
come ho scritto precedentemente, tutte le scene nella fortezza sono state completate da Donner prima del licenziamento, ma nella versione cinematografica non ne troviamo, praticamente, traccia, e quasi tutto è stato rigirato da Lester.
Un punto fondamentale per notare la differenza tra il girato di Donner e quello di Lester è Margot Kidder: nelle scene di Donner sembra essere più in salute, al contrario nelle scene rigirate da Lester risulta essere smagrita, le sue guance sono molto più scavate e la pettinatura è differente.
Donner:
Superman presenta delle immagini della sua vera famiglia a Lois, mangiano insieme e fanno l’amore, successivamente Clark, in abiti civili, parla a Jor-el (qui avremmo avuto ancora Brando) e gli chiede di diventare un uomo normale per amore di Lois; Jor-el mette in guardia il figlio sull’importanza e il valore della sua scelta, ma, nonostante questo, Superman decide di rinunciare ai suoi poteri.
La perdita dei poteri di Superman si sarebbe dovuta vedere da angolazioni alte e lontane della fortezza della solitudine immersa da colori, con Lois che assisteva a questa trasformazione con indosso la parte superiore del costume di Superman.
Lester:
come detto prima Lester ha rigirato molte cose, tra cui tutta la sequenza della perdita dei poteri, con la madre di Superman, Lara, al posto di Jor-el; Superman, nel suo costume, una volta entrato nella camera per perdere i poteri, per magia non solo perderà i poteri, ma anche il costume, uscendo dalla camera in abiti civili.
Qui per risparmiare sugli effetti speciali Lester ha riutilizzato una scena inedita del primo film, inedita fino alla director’s cut del primo film uscito in dvd, dove si vede che l'episodio con Superman avvolto nelle fiamme, non è altro che la scena in cui Luthor testa i poteri di Superman sotto Metropolis.
Un altro errore commesso da Lester in questa parte è stato mostrare Superman in pena durante la perdita dei poteri; infatti, come più avanti evidenzierò, qui viene totalmente abbandonato per strada uno dei climax finali concepiti da Donner.
Egli, infatti, nella sua versione, non mostra un Superman sofferente nella camera, anzi, come si può desumere leggendo la sceneggiatura, non fa vedere affatto Superman: tutta la scena è ripresa in lontananza, così da mantenere vivo il climax finale in cui Superman fa perdere i poteri ai cattivi facendo il doppio gioco.
Nel finale Kal-el, mentre manda i raggi all’esterno, resta protetto all’interno della camera dove precedentemente era entrato per rinunciare ai suoi poteri, ma in quella sequenza non si vedono i cattivi soffrire mentre perdono i poteri, a differenza di ciò che Lester ci ha mostrato con Superman, ad ennesimo esempio dello script totalmente sconclusionato del film uscito nelle sale.
Luthor si presenta alla Casa Bianca a Zod & co.:
tutto girato da Donner, tranne i momenti iniziali prima dell’arrivo di Luthor, dove ovviamente i cattivi sembrano più stupidi.
Clark umiliato:
la scena dove Clark viene umiliato nel diner da un camionista che lo prende a pugni è tutta di Donner, tra l’altro, poco prima che Clark e Lois scendano dall’auto, si può veder sfilare Donner stesso di fianco alla macchina, come amava fare Hitchcock nei suoi film.
Clark ritorna alla fortezza e riacquista i poteri:
questo è il momento più importante di tutto il film per molti motivi: è la scena che, così come ideata da Donner, racchiude tutto il significato della relazione padre-figlio; è la chiusura del cerchio del passaggio che vede il padre diventare il figlio e il figlio, il padre; è il momento allegorico di Dio che tocca l’uomo, come nella creazione di Michelangelo; ed è l’unica scena in tutti e due i film in cui vediamo Marlon Brando e Christopher Reeve, entrambi purtroppo scomparsi, recitare insieme.
Donner:
tornato alla fortezza, Clark parla al padre, umiliato e cosciente di aver commesso un errore enorme, di aver peccato di egoismo nei confronti di tutta l’umanità, ma il padre non può sentirlo, il pannello di controllo è inutilizzabile dopo l’esplosione scaturita durante la perdita dei poteri; vediamo Clark solo e immerso nel silenzio di un luogo ormai privo di vita, in quel momento il cristallo verde che il padre ha messo nella sua astronave, dicendo alla moglie “non sarà mai solo”, lo stesso che lo ha chiamato a 18 anni e che lo ha condotto a nord a creare la fortezza stessa e a ricevere gli insegnamenti di Jor-el, quel cristallo lo chiama per un ultima volta, inserendolo nella console Clark vede comparire nuovamente il padre, che gli comunica che sarà l’ultima volta che potranno parlare: “ora il cerchio è completo, il padre diventa il figlio e il figlio, il padre” ... “ricordati di me figlio mio…”; Clark viene investito da una luce luminosissima e vede per un breve momento
Jor-el materializzarsi accanto a lui, dopodichè troviamo Clark svenuto, Jor-el ha donato la sua energia vitale, rimasta nel cristallo, al figlio, commettendo, di fatto, un suicidio, per ridare i poteri a Kal-el. Dio ha dato vita all’uomo.
Lester:
Lester ha tenuto esclusivamente la prima parte fino a quando il cristallo chiama Clark, ma senza dare nessuna spiegazione su come Clark riacquisti i poteri, direi che si tratta di un buco enorme di sceneggiatura che i produttori e Lester ci hanno lasciato in dono per 30 anni.
Zod & co. invadono il Daily Planet:
come per la fortezza della solitudine, tutte le scene interne al Daily Planet sono state completate da Donner; nel montaggio di Lester figurano dei suoi innesti, ma in linea generale è tutto di Donner.
Battaglia a Metropolis:
per quanto è dato sapere, Donner non ha potuto finire di girare questa parte di film, avendo girato solamente gli interni del Daily Planet e alcune scene aeree, quasi tutta la parte del combattimento in strada è di Lester e “la sua mano” si nota negli aspetti parodistici.
Invece di creare tensione, in questo modo, non ha fatto altro che ucciderla con scene buffe, vedi la scena dei tre criminali che spazzano via tutto con il respiro: si possono notare scene come un uomo sui pattini che va all’indietro, parrucchini che volano, un uomo nella cabina che cade e continua a parlare, gelati in faccia. Etc.
Scontro finale alla Fortezza:
totalmente rigirata da Lester.
Donner:
vediamo i tre criminali infrangere uno scudo protettivo e fare irruzione nella Fortezza, tutto è più drammatico e dialogato, vediamo Superman tentare il doppio gioco con Luthor a danno dei tre super-criminali, la trappola riesce: Superman, come spiegato in precedenza, è protetto nella camera e i rossi raggi del sole di Krypton balenano all'esterno della stessa, in tutta la fortezza, i criminali non si accorgono di nulla e nemmeno gli spettatori, proprio perché, come ho gia detto, non si è vista la reazione di Superman all’interno della camera, quando realmente ha perso i poteri, così il climax è salvo; Superman sconfigge i criminali ormai senza poteri e li fa portare via, insieme a Luthor, dalla polizia artica, in vero stile Superman.
Lester:
per l’ennesima volta, Lester ci regala dei momenti totalmente fuori luogo non sense e attribuisce ai kryptoniani dei poteri inverosimili.
I super-criminali arrivano alla fortezza senza problemi, e qui inizia “la battaglia”: Non, uno dei Cattivi, si scaglia contro Superman, che prontamente gli lancia contro una “S” gigante di cellophane, che lo avvolge e lo fa cadere a terra! (Ma che super-potere è?!); da qui in avanti Lester da il meglio di se, infatti inizia una lotta senza quartiere tra Superman e i tre Cattivi, i quali prima ripropongono il raggio dal dito, che il nostro super-eroe ferma con la mano e restituisce al mittente; successivamente iniziano tutti a giocare a nascondino, con un altro inspiegabile super-potere, il dono dell’ubiquità, Superman e i Cattivi spariscono e ricompaiono in altri luoghi e si sdoppiano fino a che il trucco riesce e Superman blocca Zod; poi si torna all’idea di Donner, il doppio gioco con Luthor, che però è totalmente rovinato, perché Lester ha mostrato nella scena precedente che la perdita dei poteri provoca sofferenza, mentre quando i raggi investono i cattivi, rendendoli "umani", loro non manifestano alcun disturbo, anche se non sono coscienti di quello che sta avvenendo.
Lester poi ci mostra un Superman più vendicativo, perché i tre Cattivi finiscono nella profondità della fortezza, dopo di che non se ne sà più nulla, quindi dobbiamo dare per scontato che sono morti.
Luthor viene portato via assieme a Lois da Superman e sicuramente tornerà in carcere, sempre procedendo per intuizione.
Epilogo:
Donner:
per il finale Donner ci ha regalato due scene toccanti ed emozinalmente profonde e mature, riguardo all'impossibilità di Superman di vivere una storia con la persona amata, senza rischiare l’incolumità della stessa.
Le scene sono due: una successiva all’arresto dei criminali, in cui Superman porta lontano dalla fortezza Lois, i due i parlano in maniera molto sincera, dichiarandosi innamorati ma con la consapevolezza di non poter rimanere insieme, perché, come Lois sostiene, il loro è un triangolo d’amore dove c’è lei, Superman e nell’altro angolo il mondo intero e dopo questo lucido discorso Superman distrugge la fortezza; nell'altra Lois e Superman, giunti a Metropolis, si danno l’ultimo addio sul terrazzo che li ha visti per la prima volta insieme, durante la prima intervista e da dove hanno spiccato il volo per quella magica, poetica, danza notturna sospesi al di là delle nuvole; Lois piangendo assicura a Superman che il suo segreto è al sicuro con lei, lui commosso le accarezza il volto e se ne va, guardandola un ultima volta.
N.B.
Da qui in avanti, non vi è chiarezza sul finale nella versione di Donner, infatti il finale originario per il secondo episodio era quello che è stato poi spostato sul primo, vale a dire il giro intorno al mondo che Superman fa per riportare indietro il tempo; su internet molte voci sostengono che il finale nel nuovo montaggio sarà sempre questo, ma per il momento nulla è certo, da un’indiscrezione, che proverrebbe dello stesso Donner, sembrerebbe che il montatore Michael Thau abbia avuto una nuova idea per il finale, ad ogni modo Donner, a suo tempo, aveva girato la sequenza successiva all'inversione del tempo, nella quale vediamo il Daily Planet ricostruito e Lois senza memoria.
L’ultima scena rimarrà comunque quella in cui Clark torna al diner dell’umiliazione per dare una lezione al camionista bullo, dopo aver incontrato al Daily Planet un altro bullo che lo aggredisce a parole uscendo dall’ascensore.
La chiusura è come quella del primo, con il grande Chris che vola e sorride alla camera sparendo dall’inquadratura.
Lester:
tornati dalla fortezza della solitudine vediamo Lois e Clark il giorno dopo al Daily Planet, lei è disperata perché non riesce a vivere conoscendo la verità e perchè non può rimanere assieme all'uomo che ama e qui Lester ci regala l’ultimo “gioiello”: Superman bacia Lois che magicamente dimentica tutto… un altro super-potere senza senso; ultima scena con il ritorno al diner dove Clark da la lezione al bullo e chiusura uguale a quella descritta prima.
Ecco tutto, mi rendo conto di non essere stato neutrale nel corso dell'articolo, spero comunque di aver fornito un quadro generale un po' più chiaro riguardo alla realizzazione di "Superman II", rispetto a quello che ci hanno fatto credere a lungo, e, così facendo, mi auguro di aver omaggiato, nel mio piccolo, il grande Richard Donner e il valore da lui dimostrato nell’ideare un film, a novembre finalmente completo, che rimarrà per sempre nella memoria di tutti noi e che sarà visto e riconosciuto dalle generazioni future, quale di capostipite di un genere cinematografico.
A fine novembre vedremo il vero seguito di "Superman The movie", "Superman II The Donner’s Cut"!
Buona visione a tutti!
a.a.
SUPERMAN RETURNS

SUPERMAN RETURNS
“This is not fantasy. No careless product of a wild imagination.” Con queste parole Marlon Brando ci introduceva nell’universo di Superman The Movie, un film che ha fatto la storia del suo genere, ma non solo, un opera epica con il fascino dei vecchi kolossal, una messa in scena impareggiabile, musica, fotografia, scenografia, sceneggiatura e casting regalano al film uno spessore che va oltre lo standard del genere Fantasy o del film Fumetto, come è inteso oggi.
Richard Donner, il regista, ci ha donato un opera che dura nel tempo, grazie al suo approccio realistico, più vicino ad un certo tipo di Fantascienza che non al genere Fantasy.
Bryan Singer il regista di Superman Returns in molte interviste dichiara di amare il film di Donner e nel suo film per tanti aspetti è possibile verificarne le parole (vedi: Brandon Rough, titoli di testa e scena chiusura film, utilizzo del Main Theme, etc.) ma sembra non carpirne l’essenza magica e soprattutto la chiave di lettura realistica, che hanno reso intramontabile il capostipite.
Intendiamoci il lavoro che ha fatto Bryan Singer è meritevole, ha dovuto sopportare il difficile compito di riportare questo personaggio al cinema dopo ben 19 anni dall’ultimo episodio cinematografico, dovendosi confrontare con il ricordo del primo film e con le incarnazioni televisive dei recenti anni, sicuramente il peso di voler rendere questo film un prodotto fruibile per tutti i tipi di fans ha influenzato negativamente l’identità del film.
Singer ha dichiarato di aver trattato questo film come un ideale seguito dei primi due film della serie con Christoper Reeve, infatti il film è disseminato di riferimenti/omaggi/reinvenzioni dei primi due film, ma allo stesso tempo non tiene conto di altri aspetti cercando, forse un identità assestante, che però rimane a mio parere indefinita.
Ad ogni modo cercando di non anticipare nulla a chi non ha ancora visto il film, passerò a parlare di cose specifiche:
Brandon Rough (Superman/Clark Kent)
è molto simile al Grande Christopher Reeve, ma senza la medesima presenza scenica, ne lo stesso carisma, ne maturità e soprattutto senza la stessa capacità espressiva, sembra la sua versione più giovane e ingenua.
Durante il film si possono osservare molti tentativi, riusciti e non, di ricreare la gestualità di Cristopher Reeve, ma sembra ancora immaturo per reggere un ruolo da protagonista, ha una bella sensibilità che emerge nelle scene più delicate del film, ma sotto altri aspetti non riesce ad emergere come richiederebbe il personaggio, nelle sequenze di azione o di volo in generale, risulta inespressivo e ci ricorda che sta volando attaccato a dei cavi sul un fondale blu, probabilmente in questo, la regia, non ha aiutato il giovane attore al primo ruolo da protagonista e alle prime armi con gli effetti speciali a dare spessore alle sequenze di volo. Migliorerà sicuramente nei seguiti.
Lois Lane
In questo caso la sospensione dell’incredulità deve essere portata ai massimi livelli, il plot del film ci informa che Superman è stato via all’incirca per 5 anni e successivamente scopriamo che Lois ha un figlio, ma Kate Borsworth risulta esageratamente giovane per risultare verosimile come mamma e come reporter d’assalto.
Abbiamo lasciato i personaggi del primo film a circa 30 anni Superman e 25 Lois, perché li ritroviamo a circa 25 lui e 20 lei?! Singer avrà sicuramente scelto lei perché ricorda le figure femminili degli anni 30, periodo in cui hanno preso vita i primi fumetti su Superman, ma non è credibile durante tutto il film, non ha né la grinta, né la personalità che il personaggio in generale e i primi due film ci hanno abituato ad apprezzare.
A più riprese nel film Lois è protagonista di scene movimentate dove prende un sacco di colpi senza riportare il minimo segno di colluttazione e qui il primo accenno di verosimiglianza tanto caro a Richard Donner se ne và…in qualche altra galassia…probabilmente sarà perfetta tra un paio di sequel.
Lex Luthor
Kevin Spacey, ci regala….no a pensarci bene, non ci regala proprio niente, forse solo la somiglianza estetica con Gene Hackman, ma per il resto è di un piatto spaventoso, è terribile vedere un attore di così grande talento, non riuscire a dare niente, se non la sua presenza sul set e di conseguenza nel film, in un intervista gli hanno chiesto come si fa ad interpretare Luthor senza finire ad imitare Gene Hackman, risposta: “ basta non guardarlo”, bene non so perché ma la sensazione e che per molti aspetti sia al contrario, la fotocopia bidimensionale del Lex Luthor proprio di Gene Hackman, il tentativo di renderlo più dark è fallito in pieno, riportando a forza il personaggio in una dimensione fumettosa (vedi introduzione del personaggio e il piano di lex nel film) e drammaticamente enfatica (vedi gli anni di vita persi in carcere come motivazione per infliggere dolore a Superman), dovè finito tutto lo charme di Luthor?, dov’è la mente sopra i muscoli che tanto caratterizzava Luthor? Quando Gene Hackman pronunciava la frase “mio padre mi diceva sempre…” “terra, gli uomoni avranno sempre bisogno di terra” per spiegare la sua speculazione edilizia, risultava mellifluo, accattivante e rendeva concrete in modo realistico le sue azioni, quando le pronuncia Spacey…sembra dire ”soldi, soldi” e così rende visibile la motivazione dell’attore per essere in questo film e non la motivazione del personaggio, che vuole far nascere un continete di roccia inospitale e senza preoccuparsi se questo porterà delle conseguenza, non al continente americano, ma alla stabilità del pianeta Terra! E qui un altro punto di verosomiglianza se ne và….
Trama
Sconclusionata, quello che c’è di buono è nelle scene minimaliste del film, le scene d’azione sono scontate, gli effetti speciali , non stupiscono probabilmente per l’utilizzo scontato che ne fa la storia, non c’è pathos né tensione drammatica, nemmeno nei momenti creati con questo intento.
il primo atto del film, ritorno e smallville sono troppo brevi e poco approfonditi, cosa invece doverosa da affrontare per un ritorno in grande stile, in un mondo che sembra non avere più bisogno di un superman.
Il secondo atto, il ritorno a Metropolis e il ritorno di Superman come salvatore, poco approfonditi sotto il profilo delle relazioni, va bene l’indifferenza in ufficio per Clark, ma tutti lo accolgono come se sia stato via una settimana e non come se sia scomparso ben 5 anni.
Il Terzo atto, che dire, sarebbe totalmente da rimontare tagliando tante banalità e sequenze doppie per i contenuti trattati, l’azione è debole ed inverosimile sotto tanti aspetti, se per lo meno avessero sovrapposto i vari momenti d’azione intervallando tutto quello che succede avrebbero ottenuto molto più pathos, rispetto a montare le sequenze una di seguito all’altra.
Epilogo
Delicato e sincero può essere valutato positivamente, ma tralasciando tutti i momenti doppi che anticipano il finale.
Il vero neo del film
John Ottmann, il montatore/compositore che Singer si trascina fin dal suo primo film, credo che il suo apporto al film sia la vera pecca di questo film, che ad ogni modo è diretto bene e ha una bella estetica, rileggendo il tutto trovo che se c’è una cosa che non aiuta il film è proprio il montaggio senza un idea di ritmo e la musica senza personalità, composizione banale esclusivamente da accompagnamento immagini, di conseguenza il problema grande di questo film è proprio John Ottmann!....e gli sceneggiatori ovviamente…Singer è un buon giovane regista, che con un altro Team può fare delle grandi cose con il personaggio di Superman.
Ecco questo è un po’ il mio pensiero, ma forse, come dice una persona a me molto cara, mio padre che mi ha fatto innamorare del primo film portandomi a vedere Superman The Movie come primo film della mia vita “l’altro film è un altro pianeta”, quindi probabilmente è inutile cercare di mettere a confronto un film fatto 30 anni fa, a fine anni 70, dove la libertà espressiva e l’arte erano ancora qualcosa di tangibile e un film nato per essere un blockbuster, ma senza la stessa cura del dettaglio, che in un'altra epoca gli avrebbe garantito una premessa di realizzazione migliore.
Ad ogni modo una cosa veramente buona questo film la fa….fa venir voglia tornando a casa, di vedere Superman The Movie con Marlon Brando, Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder e dietro la macchina da presa Richard Donner…del quale finalmente a novembre vedremo la vera versione di Superman II, la vera seconda parte del capolavoro.
a.a.
Quei vecchi sapori di una volta
mi ricordo che da piccolo quando sotto natale mandavano in onda superman in tv era bello e io me lo vedevo a casa mangiando la torta al limone fatta da mia nonna. adesso la torta al limone la vendono al supermercato confezionata già pronta e l'aspetto sembra proprio lo stesso di quella delizia fatta in casa. quando la compri qualche dubbio rimane ma del resto condito con la fame è buono tutto e mia nonna da mò che non c'è più. e devo dire che ieri al cinema ci sono andato con un certo appetito e ne sono uscito sazio anche se un po disgustato. perchè al primo morso ho avuto l'ennesima conferma che l'apparenza inganna e che, malgrado l'odore e il colore la ricordassero vagamente, la consistenza lo spessore e il sapore non avevano nulla a che vedere con la cara vecchia torta. certo quella nuova è più leggera e digeribile e comunque me la sono mangiata..
ma non vale nemmeno una briciola di quella fatta da mia nonna. m.
MILLIONS

io sono uno di quelli a cui piacciono i film di danny boyle. ho visto un film di danny boyle. leggero, ironico, pieno di immagini e inquadrature e movimenti di macchina che trasmettono emozioni dirette come poesie per bambini, che sono i bravissimi e dolcissimi protagonisti del film, e così intenso nei momenti più espressivi e così discontinuo e fragile e superficiale e imperfetto, come dopo trainspotting sono tutti i suoi film. mi piacerebbe avere ancora gli occhi di chi si perde nelle storie nei cinema, ma con la vista a raggi X della critica i miei non si sono riempiti di lacrime come quelli dei miei vicini di posto, anzi hanno indossato uno sguardo duro di fastidio per quella dose eccessiva di gas lacrimogeno sparato in un finale troppo troppo troppo rassicurante. ma è una storia di bambini, vista da bambini e raccontata da bambini. molti grandi ne avevano una dentro e l'hanno regalata a tutti noi. non è un grande, non so se lo sarà mai, danny boyle l'ha fatto a modo suo. come ogni regalo può piacere o non piacere. io sono uno di quelli a cui piacciono i film di danny boyle. m.
L'UOMO IN PIU'

Dopo lo stupore per le conseguenze dell’amore roberto diceva.. ma certo! ma non l’avete visto in italia l’uomo in più? Qui da noi a Napoli è un cult, quando è uscito non si parlava d’altro.. non l’avevamo visto.. in italia.. quindi visione carica di aspettative.. e si sa che quando uno inizia con le aspettative di solito finisce poco convinto.. e invece no.
Una trama.. e già questo negli ultimi tempi.. una storia forte.. questo poi in Italia specialmente.. mostrata con distacco e freddezza tutt’altro che italiani.. e fa ridere e rattrista anche.. senza cedere mai al solito affetto per Napoli e senza sfruttare i consueti logori temi tanto cari ai registi nostrani che ci hanno fatto stancare e nel corso degli anni staccare dal nostro cinema.
Un cast inappuntabile, migliore delle conseguenze, su tutti ovviamente toni servillo che impressiona ancora di più dopo il confronto fra titta di girolamo e tony pisapia, due personaggi ricchi di spessore e sfumature, resi con forza e intelligenza.
L’unica leggerezza è nel finale un po’ frettoloso, lasciato forse troppo all’intuitività dello spettatore, che può rimanere volutamente confuso, ma di certo non dal punto di vista emotivo, anche grazie alla musica che accompagna e a volte quasi trascina i protagonisti.
Regia, sceneggiatura, fotografia, attori, colonna sonora.. finalmente un film.. m.
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