TUOBLOG.IT

Gocce di saggezza


Questo piccolo "angolo di rete" ha lo scopo di dare spunti di riflessione sugli accadimenti quotidiani

Home | Profile | Archives | Friends


LIBER FIGURARUM- conferenza tenuta presso l'Istituto "Insieme per Luzzi".

Posted at 13:31, 29 November 2008 in CONFERENZE

I codici esistenti sono cinque: due a Roma, e uno ciascuno a Parigi, Dresda e Reggio Emilia. Quello di Reggio è stato scoperto nel 1936 da mons. Leone Tondelli che ne è il massimo studioso.

L’influenza di Gioacchino da Fiore sul poema dantesco è sostenuta autorevolmente dai nostri conterranei Antonio Crocco e Francesco Russo, da Huc, da Kraus, da Martini, da Pietrobono e da Papini nel suo ponderoso “Dante vivo”.

Il codice reggiano è stato comperato dal conte Rocca e donato al seminario di Reggio Emilia.

Lo studio di Tonelli ha suscitato e suscita ancora molte discussioni. Il testo risale certamente a Gioacchino, ma la composizione materiale sarebbe dovuta ai suoi allievi miniaturisti dello Scriptorium.

Nel libro si rinvengono spunti non in linea con l’ortodossia dell’epoca, come quelli sul mistero trinitario (tavole IX –X) , sull’avvento dello Spirito Santo e di un ordine nuovo che avrebbe sostituito il sacerdozio (tavv. I – II – III –IV –XIX)  e sulla caducità della Chiesa (tavv. IX e X), spunti respinti da Tondelli che invece afferma l’ortodossia delle tesi gioachimite, come oggi – dopo secoli di diatribe più o meno fondate - è dimostrato dal vasto movimento popolare, confluito nelcomitato per la canonizzazione.

Lo studio severo del Tondelli si è allargato anche alle altre opere: Introductorius in Apocalypsim, Psalterium decem cordarum, Concordia novi ac veteris Testamenti. Tutti gli scritti sono genuini. In essi appare il dolore dell’autore per l’oppressione degli imperatori tedeschi sul Papato e per lo scandalo provocato dalle correnti spiritualiste e pauperistiche che afflissero la Chiesa.

La ricostruzione operata da Tondelli riguarda, a prescindere dall’attesa catartica del Veltro (inf. C.I° , v. 101 e segg.),  “infin che il Veltro/verrà che la farà morir di doglia”, i seguenti punti fondanti della teologia di Dante:

1)   La figura della Trinità (C. XXXIII, vv. 115/120, i tre cerchi):

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvemi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso e ‘l terzo parea foco 

che quinci e quindi igualmente si spiri.

La tavola XI del Liber  Figurarum presenta tre cerchi intersecati tra di loro: del Pater, del Filius e dello Spiritus Sanctus, in uno con il vecchio e il nuovo testamento, rappresentanti il Tempus ante et sub Lege, Tempus sub Evangelio e Tempus sub tipico intellectu. Il terzo cerchio è color fuoco. Dante dice appunto  : “E il terzo parea fuoco”. Cioè il tempo dello Spirito.

2)   La simbologia del numero 3: tre cantiche, le terzine, la tre rime:

Quell’uno, due, tre che sempre vive

e regna sempre in tre, in due e uno. (Par. C. XIV, vv. 28 e 29)

     3) Mistero dell’Incarnazione e mistero Trinitario (Par. C. XXXIII v. 127 e segg.):

Quella circulazion che sì concetta

pareva in  te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso

mi parve pinta de la nostra effige,

perché ‘l mio viso in lei tutto era messo.

…………………………………………

Veder voleva come si convenne

l’imago al cerchio e come vi s’ indova,

ma non era da ciò le proprie penne.

4)   L’esilio di Babilonia (Par. C. XXIII, v. 135 e segg.):

Quivi si vive e gode del tesoro

che s’accquistò piangendo ne lo essilio

di Babillòn ove si lasciò l’oro.

            

     5) E vero frutto verrà dopo il “fiore”. (Par. c. XXXIII v. 148).

Alcuni esegeti, nella parola fiore, hanno visto un chiaro riferimento da parte di Dante alla speranza gioachimita del terzo tempo dello Spirito.  

      6) La M che si trasforma in giglio.

Diligite iustitiam, primai

fur verbo e nome di tutto il dipinto;

qui iudicatis terram fur sezzai.

Poscia nell’M del vocabol quinto

rimasero ordinate. (Par. C. XVIII, v. 91 e segg.)

I martiri della fede, siamo nel cielo di Marte, si fermano sull’M finale alla quale danno un movimento a forma di giglio. Non è la M latina, ma quella gotica che ha l’asta centrale perpendicolare e le due laterali simmetriche  a forma di S. Cioè la V° tavola del prefato Liber Figurarum.

       7) Gioacchino nel Paradiso.

…………….. e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino

di spirito profetico dotato .(C. XII. V. 139-140)

E’ nel Cielo del sole, sede degli Spiriti sapienti, accanto a S. Tommaso e a S. Bonaventura che tessono a vicenda le lodi dei francescani e dei domenicani. Nel formulario forense c’era l’obbligo di aprire la giornata con questo saluto: Beatus Joachim, spiritu dotatus prophetico. Si suppone che il saluto sia stato la conseguenza della rinomanza di profeta che accompagnò l’esistenza di Gioacchino, della quale Dante fu informato anche per la conoscenza diretta dei testi.

        8) Dante fa un calco delle tre età raffigurate nella tavola XI: del Padre, del Figlio e dello Spirito. Egli scrive nel Convivio a pag. 122: “ Noi siamo già nell’ultima età del secolo e attenderemo veracemente  la consumazione del celestiale movimento”.

        9) La terza corona del Cielo del Sole.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari,

nascere un lustro sopra quel che v’era

a guisa d’orizzonte che rischiari.

…………………………………

O vero sfavillar del Santo Spiro!

come si fece subito e candente  

a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

L’ordinamento del paradiso dantesco ha un rapporto non casuale con le immagini fissate sulle tavole del Liber Figurarum. E sono in ordine: a) la dolce lira (C. XV, v. 4) del coro degli spiriti beati; e quella che personifica l’arcangelo Gabriele che inneggia a Maria  (C.XXIII, v.100); b) l’ordinamento dei cieli stellari e i cori angelici che danno moto al cielo a cui ciascuno è preposto : tutto in un trapezio della tavola XIII del Liber ,all’inerno del quale ci sono un cerchio con la scritta: Dominus Deus Omnipotens et Sancta Trinitas unus Deus e i cori angelici elencati secondo una gerarchia acsendente; c) La rosa celeste o mistica rosa:

In forma dunque di mistica rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa. (C. XXXI, v. 1- 3),

la cui topografia è il  corrispettivo della Cetra delle dieci corde, descritta da Gioacchino come una cassa armonica circolare attraverso la quale transitano i suoni celesti.

Per concludere non posso passare sotto silenzio la grande visione allegorica che chiude il penultimo canto del Purgatorio: il Grifone che lega il carro alla pianta rispogliata che rinverdisce e s’infiora. Dante si addormenta e quando si sveglia vede Beatrice  circondata dalle sette virtù con in mano sette candelabri:

In cerchio le facevan di sé plaustro

le sette ninfe con quei lumi in mano

che son sicuri d’aquilone e d’austro. (Purg. C. XXXII, vv.97-99).

I candelabri, sotto forma di rami, si possono assimilare ai rami della tavola II e ai bracci della tavola V.

 

 

 

 

Mistico, teologo, esegeta, profeta. C’è di che scegliere! Dichiaro di trovarmi in difficoltà, ma l’aspetto più intrigante è quello esegetico: dell’interpretazione critica del testo. E mi si perdoni la preterizione. Non parlerò della triplice divisione delle epoche: la gloria del Padre, la gloria del Figlio, la gloria dello Spirito Santo come terza e ultima età che segnerebbe la fine della storia assorbita nell’unica realtà della chiesa spirituale.

Nel 1936 Leone Tondelli dimostrò che il Liber Figurarum, riprodotto dal Codice di Reggio Emilia è – accanto a Concordia Novi ac Veteris  Testamenti – opera autentica di Gioacchino da Fiore, le cui tesi ebbero tanto influsso nel pensiero di Dante da spingerlo non solo a scriverne con entusiasmo nel XII canto del Paradiso, ma a ripeterne l’anagogia nelle tre Cantiche. Il Liber Figurarum è opera di teologia figurale  (come figura o anticipazione  dell’itinerario che l’anima dovrà compiere sul piano dell’eternità) e simbolica, perché la sua importanza non consiste nell’in sé della stesura materiale o letteraria, ma nel valore significativo, nel segno corrispondente a contenuti universali  e, relativamente al Cristianesimo, nel compendio delle verità di fede. Esso è formato da una serie di figure concepite e realizzate in tempi distinti, lasciate in folii e, solo dopo la morte (1202) dello scrittore, collazionate al fine di valutarne la tradizione. Le varie fasi della composizione sono avvenute, con molte probabilità nello Scriptorium sambucinese e poi riordinate in volume in quello forense intorno alla prima metà del 1300. Fu certamente un lavoro collettivo e pertanto non si può risalire ad un unico estensore: furono – si suppone con molta veridicità – gli allievi miniaturisti a dargli l’assetto definitivo che oggi il mondo della cultura ammira

Dall’esegesi e dalla semiologia è possibile trarre il pensiero trinitario e concordistico dell’abate, meglio nella seconda tavola, dove sono rappresentati i protagonisti e le istituzioni della storia della salvezza, come concezione del mondo in cui la figura di Cristo è al centro di ogni atto della vita ed è l’unica possibilità offerta all’uomo di purificarsi e redimersi in vista di una futura beatitudine celeste. Cristo è dominante; rappresenta il legame tra le dodici tribù d’Israele e le dodici chiese cristiane. La sua predicazione salvifica si snoda fra i tre tempi storici dell’Incarnazione, della Morte e della Resurrezione, speculari alle tre età del Padre, del Figlio  e dello Spirito Santo e simbolicamente simmetrici e sinottici.

L’interpretazione è – come si vede – soltanto anagogica e ci consente di servirci di una chiave di lettura in senso spirituale. La realtà terrena, come storia delle tre età e come concorde moto degli uomini verso lo sbocco finale dell’età dello Spirito, è il grande simbolo. Da esso l’uomo deve’essere guidato per elevarsi alla contemplazione delle cose divine. L’anagogia va dunque applicata con costanza nella lettura della simbologia gioachimita. Durante il Medioevo fu utilizzata in tutte le scritture. Ne è testimone Dante che nel Convivio scrive: “Lo quarto senso si chiama anagogico e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora sia vera eziandio, nel senso letterale per le cose significate de le superne cose de l’etternal gloria”.

Come sopra accennato lo stesso Dante realizzò l’anagogia nelle tre Cantiche: Il Veltro liberatore (Inf. C. I ), Beatrice come Ecclesia spirituale (Purg. CC. XIX e XX), il Dux liberatore della Chiesa  (Purg. C. XXXIII), l’Aquila gigliata (Par. CC. XVIII – XIX – XX), i Cerchi trinitari (Par. C.XXX) e la Candida Rosa (Par. C. XXXI) in simmetria con il Psalterium decem cordarum e la tavola XIII del Liber figurarum, nella quale , intorno alla Trinità, sono raccolti i Cori angelici e la Chiesa trionfante.

Per finire, un accenno alla XV tavola nella quale sono raffigurate le quattro ruote, intersecate da due cerchi concentrici, come sedi simboliche dell’umiltà (uomo a destra), della Fede (leone a sinistra), della Pazienza (vitello in basso), della Speranza (aquila in alto). L’uomo rappresenta l’Incarnazione, il Natale, insieme alla capacità riservata all’umanità di leggere il messaggio delle scritture; il leone, la Resurrezione e la decrittazione delle scritture; il vitello, la Passione e la Morte di Cristo e il messaggio storico delle scritture; e infine l’aquila, l’Ascensione al cielo di Cristo e l’intelligenza contemplativa delle scritture. L’anagogia vi prevale su tutti gli altri strumenti interpretativi. E così è in tutte le tavole del Liber.

In conclusione Gioacchino è un uomo di profondi e appassionati studi, calato totalmente nel suo tempo, del quale è interprete lucido e coerente. La sua profetica cifra di intendere lo sviluppo dell’umanità – anche se alla luce della storiografia moderna appare frutto di fede operosa senz’altro e tuttavia alquanto remota dal concreto farsi della storia  - è esente dalle contraddizioni. Non entriamo nella vexata quaestio se la storia sia opera dell’uomo, come affermò l’antico Tucidide, o della Provvidenza che guida gli eventi verso fini migliori. Chi vi entra vi si rapporta soggettivamente e può anche dare un giudizio scomodo e problematico e tuttavia sempre proponibile se lo si storicizza


{ Last Page } { Next Page }