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Centro di Studi Filosofici e Bioetici

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Posted on 15 March 2013 at 18:12 - Link

centro di studi filosofici e bioetici

- Documenti e norme internazionali per la bioetica.

- La pittura di Demet Kiziltas;

- Gli ultimi tre album musicali di Enzo Amazio: Fire tunnel, Wave, Rivivere;

- Gabriele Giannantoni, Lezione sull’arte classica, Lezioni sull’Estetica di Hegel, 5 febbraio 1998.

 

Documenti e norme internazionali per la bioetica

Norme di diritto internazionale

- “Convention for the protection of human rights and dignity of the human being with regard to the application of biology and medicine: Convention on human rights and medicine”, Oviedo, 1997;

- U.N.E.S.C.O., “Universal Declaration on Tha Human Genome and Human Rights”, 1997;

- U.N.E.S.C.O., “Implementation of the Universal Declaration on tha Human Genome and Human Rights”, 1997;

- “Additional Protocol to the Convention for the protection of human rights and dignity of the human being with regards to the application of biology and medicine, on the prohibition of cloning human beings”, Parigi, 1998;

- U.N.E.S.C.O., “Implementation of the Universal Declaration on tha Human Genome and Human Rights”, 1999;

- O.N.U., “The Human Genome and Human Rigths”, 1998;

- “Carta dei diritti fondamentali dell‟Unione Europea”, Nizza, 2000;

- O.N.U., “Human rights and bioethics”, 2001;

- “Additional Protocol to the Convention on human rights and biomedicine concerning transplantation of organs and tissues of human origin”, Strasburgo, 2002;

- O.N.U., “Human rights and bioethics”, 2003;

- U.N.E.S.C.O., “International Declaration on Human Genetic Data”, 2003;

- U.N.E.S.C.O., “Implementation of the Universal Declaration on tha Human Genome and Human Rights”, 2003;

- O.N.U., “Genetic privacy and non-discrimination”, 2004;

- “Additional Protocol to the Convention on human rights and biomedicine, concerning biomedical research”, Strasburgo, 2005;

- O.N.U., “United Nations Declaration on Human Cloning”, 2005;

- U.N.E.S.C.O., “Universal Declaration on the Bioethics and Human Rights”, 2005;

- O.N.U., “Genetic privacy and non-discrimination”, 2007;

- “Carta dei diritti fondamentali dell‟Unione Europea”, Strasburgo, 2007;

- O.N.U., “Gneetic privacy and non-discrimination”, 2008;

- “Additional Protocol to the Convention on Human Rights and Biomedicine Concerning Genetic Testing for Health Purposes”, Strasburgo, 2008.

Leggi

- 23 08 1988, n.400, “Disciplina dell'attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri” (in partic.art.17);

- 12 081993, n.301, “Norme in materia di prelievi ed innesti di cornea”;

- 29 12 1993, n.578, “Norme per l‟accertamento e la certificazione di morte”;

- 01 04 1999, n.91. “Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti si organi e tessuti”.

Decreti

- R.D.09 07 1939, n.1238, “Ordinamento dello stato civile” (abrogato dall'art.110, D.P.R. 03 11 2000, n.396);

- D.P.R. 10 09 1990, n.285, “Regolamento di polizia mortuaria” (in partic.artt.4, 8 e 9);

- D.M.22 08 1994, n.582, “Regolamento recante le modalità per l‟accertamento e la certificazione di morte;

- D.P.R.03 11 2000, n.396, “Revisione e semplificazione Ordinamento dello Stato Civile”

Documenti deontologici

- Dichiarazione di Ginevra dell‟Associazione Medica Mondiale, 1948;

- Codice di Norimberga, 1949;

- Codice Internazionale di etica medica dell‟Associazione Medica Mondiale, 1949;

- Dichiarazione di Helsinki dell‟Associazione Medica Mondiale, “Principi etici applicabili alla ricerca medica sugli esseri viventi”;

- Harvard Commission, “A Definition of Irreversible Coma”, 1968;

- National Commission for the Protection of Human Subject of Biomedical and Behavioral Research, “Belmont Report”, 1979;

- President‟s Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedical and Behavioral Research, “Uniform Determination of Death Act”, 1980;

- Consiglio delle Organizzazioni Internazionali delle Scienze Mediche, “Linee guida internazionali di etica della ricerca biomedica condotta su soggetti umani”, 1982;

- Organizzazione Mondiale della Sanità, “Linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la buona pratica clinica nella sperimentazione dei farmaci”, 1995;

- Conferenza internazionale sull’armonizzazione dei requisiti tecnici per la registrazione dei farmaci ad uso umani, “Linee guida per la buona pratica clinica”;

- O.M.S., “Ethical, scientific and social implication of cloning in human health”, 1998;

- O.M.S., “Cloning in human health”, 1999;

- O.M.S., “Cloning in human health”, 2000;

- O.M.S., “Reproductive cloning of human beings: status of the debate in tha United Nations General Assembly”, 2004;

- O.M.S., “Reproductive health: draft strategy to accelerate progress towards the attainment of international development goals and targets”, 2004;

- O.M.S., “Genomics and world health”, 2004;

- Pontificia Accademia delle Scienze, “Perché il concetto di morte cerebrale è valido come definizione della morte. Dichiarazione da parte di neurologi e altri e Risposta alle obiezioni”, Città del Vaticano 2008;

- O.M.S., “Global strategy and plan of action on public health, innovation and intellectual property”, 2008.

La pittura di Demet Kiziltas

I caldi toni e le forme “acquerellate”, il segno lieve ma deciso e preciso, contraddistinguono lo stile di Demet Kiziltas che nelle diverse esprienze pittoriche mostra un abile confronto con altri generi e stili.

Il confronto con gli impressionisti premia Demet per l’originalità e la dolcezza del segno, per la linearità “veloce” delle forme (su cui scorre agevole l’occhio), uscite di getto dalla mano della Pittrice, inserendosi negli schemi tipici degli impressionisti con motivi floreali, naturali e paesaggistici di vario genere, con luci ed ombre colte nella loro immediatezza.

Nei “Riflessi” la Pittrice rappresenta bene paesaggi e scene reali, filtrate dal ricordo e dal sogno, qualcosa di non nitido ma reale, qualcosa che esiste nella dimensione temporale della nostra interiorità. Qualcosa di sospeso tra i ricordi, il sogno e la realtà: quel mondo, inindagabile ma pur vero, idoneamente rappresentato nella sua inconsistenza ontologica ma reale, come i riflessi nell’acqua e nei corpi lisci e lucidi, le ombre, le immagini rifratte da fenomeni fisici. Ecco che tornano i luoghi fisicamente e temporalmente lontani: Istanbul, la Cappadocia, Venezia… ma anche la più reale Napoli in un sogno d’argento.

“Dimore storiche”, una sezione di opere paesaggistiche che nonostante il titolo strappano al tempo e al divenire il paesaggio e lo cristallizzano risaltandone tutti i particolari, rendendo quel preciso istante eterno e come se questo “eterno”  fosse la realtà, l’unica realtà possibile di questo angolo di mondo. Atmosfere magiche, direi, perché anche se questa fissità blocca rigorosamente l’acqua, le ombre, le luci… queste vivono per nitidezza e fulgore. Ne esce un sapiente movimento immobile: la necessità di fermare tutto in un momento bloccando ogni movimento che è la vita stessa delle cose inquadrate nell’opera con il sapiente gioco di nitido e sfumato, ancor più complicatissimo da rendersi con questi colori tenui.

Quella dimensione ontologica, di cui abbiamo scritto sopra che sfugge nelle pitture dei “Riflessi” è l’oggetto di una ricerca approfondita con il ciclo di quadri sull’“Essenza”, dove la materia del paesaggio rappresentato si rende quasi informe. A-morfo è il tratto e tutto perde la propria funzione estetica, vivendo in funzione del punto centrale dell’opera: un’ascesa verso una dimensione nuova e rivelatrice dopo il bagno purificatore per cui si abbandona la caoticità della sola materia.

“Infinito” è la sezione dell’arte che si esprime attraverso simboli im-medianti, della pura intellezione che viene riprodotta senza il tramite delle immagini narranti, simboli chiari, semplici, ma di significato profondo. “Infinito” è la sezione delle opere più delle altre aperte al dialogo tra artista e fruitore dell’opera, dei diversi osservatori tra di loro nonché alla profonda ricerca di colui che ammira l’opera al fine di cogliere i molteplici significati, tentando di arricchirne l’opera con altri significati.

Nuovi traguardi. Energia creatrice e poesia in Demet.

Nelle opere più mature i colori tenui, propri della pittura di Demet infondono rilassatezza, ma a un’osservatore attento ragionerà su quelle tonalità e su quelle forme, che in alcuni casi si presentano come apparentemente senza forma, e comprenderà che sono come la materia e i colori del magma di un vulcano: uno spettacolo stupendo a vedersi ma carico della sua energia e potenzialità di vita, come anche di distruzione. Come nelle forze della natura, potenza distruttrice e creatrice sono tutt’uno senza distinzione, la stessa assenza di tali confini esiste in Demet.

Proprio come il magma di un vulcano, che con il suo scorrere lento e calmo, porta con sé i germi per la fertilità futura della terra, così la pittura di Demet porta una plurivocità di contenuti e possibili interpretazioni, eminentemente “opera” d’arte.

Dunque, assenza di confini e limiti morfologici; vastità di “energia”; contenuti intellettuali e messaggi infiniti; ampiezza interpretativa; potenza estetico-comunicativa.  Come tutto è compreso nel magma che sgorga dal vulcano, allo stesso modo tutte le idee e i pensieri possono essere rintracciati nella pittura di Demet.

Un altro accostamento che questo stile suggerisce, forse anche più immediato, è quello con il mare, o, meglio, con la spiaggia e con il mare: la spiaggia senza confini ed il mare senza limiti. Il mare e la spiaggia s’incontrano e si lasciano, si abbracciano ed ognuno prende qualcosa dall’altra che trasporta con sé, si allontanano e ognuno lascia all’altra un ricordo di sé. questo compenetrarsi è un integrarsi, un arricchirsi ed un completarsi.

Simbolica e culturalmente riassuntiva espressione che richiama i più arcarci interessanti e sempre validi concetti di un mondo che si rigenera pur essendo se stesso sostanzialmente, così come rappresentato già nel fuoco eracliteo.

Come il fuoco di Eraclito cambia tutto e tutto si cambia nel fuoco di Eraclito, allo stesso modo, simbolico e contenutistico, tutto è compreso nel magma cosmico e nel continuo dialogo-scambio tra Terra e Mare. La pittura di Demet si apre al dialogo più ampio, ogni opera è un’opera aperta, una sfera pubblica sulla quale dialogano e si scambiano raffinati fruitori d’arte ma anche profani che ampliano alle molteplici e svariate discussioni e agli infiniti significati, ma anche aperte all’accoglimento di ogni nuovo interlocutore. È anche questa la bellezza e la potenza del genio: caricarsi di nuovi discorsi e nuove interpretazioni, perché quei contenuti sono presupposti e annessi.

 

                                            Enzo Amazio, Fire tunnel, 2008

Nell’album Fire tunnel le musiche e i ritmi confermano che Amazio possiede genio e talento che sanno fondere generi diversi dando vita ad un originalissimo jazz. Direi che possiamo individuare determinati generi (con i quali possiamo confrontare l’autore) nei diversi brani potendoli significativamente classificare in un funky-jazz etnico, “Fire tunnel” e “Rione Terra”; un richiamo ad atmosfere methenyniane, in “Campi Flegrei”; un invitante be-bop, in “Lady Lidia”.

Riteniamo sia necessario un percorso, seppure veloce, dei brani per poterne avere un quadro più chiaro. Il primo è “Fire tunnel” suggerisce un viaggio dinamico, ottimi suoni che alternano virtuosismi solisti e concertati di chitarra acustica sapientemente pizzicata, batteria, sassofono che prendono la scena divenendo protagonisti per alcuni momenti, conduttori del viaggio in questo “tunnel di fuoco”. Segue, poi, “Campi Flegrei”. Vitalità, dolcezza, poesia brillante, strumenti che seguono uno stesso percorso, ma che a tratti si avvicinano e si allontanano, dialogano. “Visioni lunari” appare come un jazz più classico, un confronto con il jazz tradizionale nel quale se l’originalità di Amazio cede il passo a questo confronto, questo si fa importante proprio in quanto pietra con il quale l’artista si mette sotto esame: un buon trenta e lode. A seguire, “Gioioso”. Richiama atmosfere brasiliane. “Ninna nonna”. Gioco di parole o dedica appassionata? Sta di fatto un serio ed impegnato passaggio di note da uno strumento all’altro con un’atmosfera musicale di sottofondo rilassante. “Rione Terra”. Caos cittadino tra le vie e i vicoli del centro, dove si alternano momenti di freneticità, note che si rincorrono, a momenti di quiete la cui sensazione pare evocata anche nella brezza marina dalle note più dolci che spezzano i passaggi più dinamici del brano. “Entro nell’antro”. Magistrali melodie di “Entro nell’antro”, magiche atmosfere, luci soffuse, non nell’Antro della Sibilla cumana storico bensì in uno di sogno, moderno, ugualmente magico e piacevolmente alienante. Quindi, “Lady Lidia”. Lady Lidia, brano tanto spensierato e giocoso quanto impegnato. “Allegro napoletano”. Pezzo che muove concettualmente dai ritmi della musica barocca, ma solo per richiamo e regole compositive. Il resto è la festosità degli ambienti della Terra napoletana. Per finire, ultimo dell’album ma stupendo come tutti, “Dreams”. Dolce concerto in cui la chitarra acustica viene accompagnata da archi con comparse significative di una o due altre chitarre. Chiude magistralmente l’album con un dolce “sogno”. Invero, il sogno è quello che ci ha regalato l’autore, passando diversi generi di musica, sempre secondo la chiave di lettura jazz, con composizioni che rivelano talento compositivo e di esecuzione, profonda conoscenza e sapienza musicale, estro e genio artistico. Sempre fresco, sempre sorprendente, perennemente innovativo.

 

Enzo Amazio, Wave, 2009

Otto brani costituiscono l’album Wave, nuova espressione del percorso in continua maturazione di Amazio. “Wave”. Geniale esercizio, composizione raffinata, melodie da sogno. Dolce che vizia, compagnia cordiale. Wave va oltre, ci richiama squarci di cultura araba su una base di musica senza confini. “Amoroso”. Un pizzicato di chitarra conduce melodie che farebbero benissimo a gara con i maestri brasiliani per passare ad un pizzicato più impegnato che ricorda un certo artista italiano, per passare ad un abile dialogo musicale tra strumenti diversi per finire con quel pizzico di gioia e malinconia tipici della musica brasiliana. “Pizzica”. Pizzica è più indecifrabile nel senso che lascia poco spazio alla fantasia e, con ritmi alterni, appare come un gioco di matematica. Il brano richiede un orecchio più attento ed esperto per il jazz tradizionale. “Al di là di noi”. Romantica poesia d’amore scritta con arte, una promessa d’amore eterno, una danza, un legame che non si scioglie, dove strumenti, come persone, si parlano e si alternano su temi delicati. “Petit garçon”. Una piccola melodia parigina suggerisce un brano jazz che si articola nel classico panorama musicale del genere, con il quale Enzo Amazio si viene a confrontare diverse volte e costantemente, offrendoci perle che ci ricordano la sua capacità di paragonarsi con i Maestri con la “M” maiuscola. “My woman”. Brano soft attraverso il quale percepiamo l’intensità di un sentimento amoroso per una donna in particolare, ritraendoci questa donna colta e di classe. “Summer day”. Le note che corrono danno la sensazione del vigore dall’immensa luminosità estiva e di un caldo contenuto da una brezza marina che corre sulla pelle accarezzandola con lieve salsedine. “Tunes of Gods”. Tunes of Gods è brano ideale per un garbato commiato dell’ascoltatore, ora che l’album volge al termine. Dolce come un tramonto estivo, che saluta e rimanda ad un giorno nuovo, un saluto che non interrompe nulla ma che sfuma oltre l’orizzonte.

 

Enzo Amazio, Rivivere, 2012

Rivivere, ma potremmo dirlo anche “Rinascere”, perché, come un bagno purificatore attraverso i più diversi generi musicali Enzo Amazio dà vita ad un jazz di una fase più matura, ma richiama le origini dopo aver navigato nelle diverse esperienze musicali. “Rinascere”, “bagno purificatore”, “navigazione” ed “esperienze”. Ri-nascere è un ri-tornare alle origini dalle quali si è iniziato un distanziamento, un cammino per acquisire nuove conoscenze e un aspetto nuovo, dal quale si ritorna migliori di prima, ma cercando proprio quello che si era prima, paragonandosi a questo “essere prima” per ri-conoscersi. “Bagno purificatore”: il bagno purificatore è l’immersione in acque nuove per purificarsi-dimenticare, ma senza rinnegare o cancellare dalla mente, le conoscenze acquisite (altrimenti sarebbe un rinnegarsi e gettare via le esperienze precedenti e, quindi, parte della propria identità) e presentarsi con animo vergine per una nuova iniziazione, per una nuova conoscenza che richiede l’animo fertile della miglior predisposizione alla conoscenza di cose nuove. “Navigazione” è altro termine che indica la voglia di acquisire nuove conoscenze, di solcare nuovi mari e cercare nuovi lidi su cui approdare, la capacità di vincere le intermperie per un viaggio che richiede sacrificio (ed anche il rischio di mettersi in gioco) e impegno, nonché la costanza e la forza di superare le difficoltà e le fatiche fino a tornare più forti e carichi di cose nuove. “Esperienza”: il tempo, l’aumento di conoscenza, la saggezza intesa come maturazione stilistica e contenutistica, come una persona che con gli anni acquisisce maturità: anche questo un viaggio metaforico, un viaggio nel tempo che porta un bagaglio di saggezza, in questo caso “saggezza musicale”.

Ma vediamo i brani dell’album, partendo dal primo e procedendo secondo l’ordine in cui li ha collocati l’autore. “Maela”. Pizzicato di chitarra… chitarre che aprono l’ingresso agli altri strumenti con reminescenze brasiliane su tema squisitamente jazz. Maela, una persona che lascia un ricordo di sé sfumato e indiretto, malinconico come alcuni accenni propri della musica brasiliana, mai conosciuta personalmente ma che lascia un impronta. “Primavera”. Anche questo brano inizia con una compagnia di chitarre per proseguire con una rincorsa di note come fossero nell’aria fresca ed asciutta della primavera. E il brano prosegue in tutta la sua dinamicità di strumenti che volteggiano nell’aria e percorrono le strade della città per annunciare che è giunta la bella stagione con tutta la sua dolcezza e la sua energia. Il brano pare descrivere il volgere di un’intera giornata dalla mattina alla sera, il regno, la dimensione propria del jazz. “Preludio”. Una poesia dolcissima, una melodia che viene da lontano e richiama atmosfere desertiche dell’Africa, in cui il protagonista è il cleofono. “Orient Express”. Orient Express è un brano dinamico sui binari di melodie miste orientali, mediterranee, africane, in una chiave jazz mista anch’essa tra un jazz classico di periodi non molto lontani e originali incastonature di Amazio. “Walts for Marta”. Chi è Marta? Una ragazza che danza sulle note, le percorre con passo delicato, cammina con ritmi diversi. A me sembrava un dialogo strano tra più interlocutori, ma lo trovavo un po’ scollegato, indecifrabile e le immagini che mi si formavano nella mente erano imprecise perché non corrispondevano, come se i protagonisti fossero diversi e, come dicevo, ognuno lì a dire cose sue. Quindi ho chiesto il perché del titolo “Walts for Marta” e la risposta mi ha dato questa chiave di lettura. “Cumarumba”. Il mare al tramonto sul mare di Cuma… un concerto jazz su questo mare, che si prolunga nella notte. Rilassanti armonie che si alternano come folate calde del vento di scirocco. “Simona”. Di nuovo quello che definisco come il brano più bello di Enzo Amazio. “Simona” è una poesia musicale che rimane inalterata nel tempo e come era nel prima album di Enzo è adesso, giusto qualche nota di piano in più che emerge e conferisce un tono più romantico nella seconda parte del brano. “Rivivere”. Nuovamente suggestioni musicali africane si intrecciano in frenetiche melodie a ritmi e strumenti tipici della musica jazz. “Emozioni”. Azzeccatissimo il titolo per “Emozioni” che riesce a unire bene sensazioni più animate e più calme, suscitando solo buone emozioni. “Italian poem”. Anche in questo album, a chiusura un ottimo brano, dolce e rilassato, che ci avvia alla chiusura. Notare questo e tutto quello che si ascolta nell’album mostra la capacità di Enzo Amazio a comporre dei brani che sono concepiti ed ascoltabili singolarmente e allo stesso tempo hanno un filo narrativo che giunge ad una dolce conclusione… nell’attesa di un nuovo album di Enzo.

 

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Gabriele Giannantoni, Lezione sull’arte classica, Lezioni sull’Estetica di Hegel

5 febbraio 1998

Prima di iniziare la lezione, il Professor Giannantoni concorda con gli studenti la lezione per il lunedì successivo, da tenersi presso il Museo dei gessi perché trova necessario far vedere le diapositive per entrare meglio nel discorso di Hegel sull’arte classica.

“Oggi vorrei terminare circa le considerazioni che Hegel fa sull’arte antica, ricordandovi che tutte le cose che abbiamo visto sin qui sono considerazioni sull’arte greca in generale come ideale di bellezza, realizzazione della spiritualità e, quindi, la forma greca dell’arte per eccellenza è la scultura, che è quella che più di ogni altra rende manifesta, visibile, la spiritualità. Però, arte greca è anche architettura, è anche poesia, musica, anche se non possiamo farci un’idea della musica greca, sia per la scarsezza dei documenti, sia per il fatto che l’accento greco non era un accento, come il nostro, tonico, ma musicale e è quasi impossibile ripetere la pronuncia dei greci antichi: l’alfabeto e la pronuncia greca noi la dobbiamo a Erasmo da Rotterdam. Come i greci antichi parlassero non lo sappiamo. Tuttavia, da alcune tracce sappiamo che non dovevano pronunciare gli accenti come noi. C’è il famoso frammento di Eraclito secondo cui l’arco ha nome vita e opera morte: biòs e bìos. L’accento tonico cade su vocali diverse, ma per i greci la differenza doveva essere più sfumata e quindi Eraclito poteva considerare l’arco un oggetto in se stesso contraddittorio.

Però, qualcosa della musica greca possiamo congetturare. Del resto, come voi sapete, la lirica era cantata, i cori delle tragedie erano cantati, quindi, l’elemento musicale era molto forte e, del resto, se era vera la teoria di Nietzsche secondo cui la tragedia ha origine dallo spirito della musica, dallo spirito dionisiaco, ecco che un la musica possiede un ruolo essenziale. Però l’analisi della scultura, dell’architettura, della musica, della poesia, sono condotte da Hegel, ancora una volta, in base a un principio sistematico, perché l’arte è rappresentazione sensibile e quindi deve cadere necessariamente sotto i sensi.

Ora, ci sono dei testi, dice Hegel, che sono inadatti alla trasmissione e alla conoscenza dell’opera d’arte, per esempio attraverso il gusto non conosciamo nulla di artistico, e così il tatto e l’odorato. Gli unici sensi che ci mettono in contatto con la rappresentazione dell’opera d’arte sono l’udito e, soprattutto, la vista. E allora, la vista è ciò che ci consente la conoscenza della scultura, dell’architettura e della pittura – anche la pittura fu in Grecia molto sviluppata, visto le origini della scuola stoica. Con l’udito, la musica. E la poesia? Noi possiamo rispondere oggi che la possiamo conoscere sia con la vista, leggendola, sia con l’udito, sentendola recitare. Però per Hegel questo non è soddisfacente, perché la poesia, in quanto recitata, o anche se era letta in pubblico, era conosciuta mediante l’udito. Però l’udito non è propriamente l’organo della conoscenza della poesia come lo è della musica: la poesia ha una funzione rammemorativi. Dice Hegel: “Sentendola io rievoco immagini, sensazioni, sentimenti che ho provato io stesso”. Quindi è questa funzione rammemorativa la caratteristica della poesia. Ora, se cominciamo dalle arti che possiamo conoscere dalla vista, l’architettura è la prima anche perché è l’arte che simboleggia dell’arte scultorea, l’arte simbolica per eccellenza per eccellenza della Grecia è la scultura.

Tuttavia la trattazione dell’architettura classica e soprattutto del tempio nei suoi diversi stili, che si differenziano non solo per il capitello, ma anche per le varie proporzioni delle strutture, comporta la soluzione che Hegel ha visto chiaramente – e che adesso vi dirò – fanno sì che il tempio dorico sia diverso da quello ionico, però l’architettura ha innanzitutto questa caratteristica: non ha il fine in se stessa. È qualcosa che serve per altro: per abitare, per passeggiare, per lo Stato, per gli spettacoli o per accogliere l’immagine della divinità. La cosa che caratterizza l’architettura è che sia adeguata al fine cui deve assolvere. Ora, Hegel ha notato una cosa esatta, cioè l’architettura greca è essenzialmente architettura di edifici pubblici: le case sono piccole. I greci non hanno conosciuto nulla di simile alle ville romane. Il teatro e il tempio, invece, sono le forme peculiari dell’architettura greca. Ma soprattutto il tempio è, per essere adeguato ha bisogno di armonizzarsi completamente con il clima, il luogo e il paesaggio naturale. Tutti i templi greci sono in una posizione stupenda. Ma è presso i greci che le strutture pubbliche furono gli oggetti dell’architettura. Gli edifici non sono belli, ma possono accogliere la bellezza. Il fine più libero di questa sfera è la religione. Per Hegel la forma tipica classica è la forma umana; la forma umana perfetta è quella della divinità e la divinità che sta dentro al tempio conferisce allo stesso il massimo di ornamento e di bellezza. E in effetti il tempio è la casa della divinità, ma in un senso molto diverso dalla chiesa cristiana. Nella chiesa i fedeli entrano e assistono alla messa, nel rituale greco i fedeli restavano fuori. Non a caso il tempio greco deriva direttamente dalla casa micenea, dal palazzo nobile di Micene, dal megaron: fondamentalmente il tempio dorico. In quanto dimora che accoglie l’immagine della divinità, il tempio è la forma più alta di architettura in Grecia. E Hegel fa un’altra considerazione, cioè la funzione di equilibrio nelle strutture del tempio greco. Perché tale equilibrio? (il rapporto è 4/9, cioè 4 altezza, nove larghezza).

Tutta la conoscenza di Hegel sull’arte greca è derivata dai libri e dice che la forma rettangolare è preferibile a quella quadrata. La proporzione non giusta è sgradevole e la funzione di sostegno deve essere osservata. Hegel ha intuito alcuni caratteri essenziali dell’arte classica, soprattutto templare. Una cosa curiosa è la descrizione della colonna, e in particolare del capitello e della base.

La base: qui comincia la colonna. L’esempio di maggior saldezza è la colonna dorica, ma questa non ha base, a differenza di quella ionica e di quella corinzia, che, però, sono sottili. Poi Hegel descrive i templi. Poi passa alla scultura. La scultura greca ha un diretto rapporto con l’ambiente: se ci sono sculture inadatte ad essere conservate in un museo, queste sono quelle greche; dovrebbero essere viste nel luogo dove furono collocate. La scultura greca rappresenta la figura umana.

Parlando dei marmi del Partenone, Hegel sottolinea la loro libertà e vitalità, date dal fatto che rappresentano delle forme universali di bellezza, ma con una tale finezza che non hanno nulla di allusivo, come invece la scultura orientale.

Hegel studia prima la testa, poi il corpo, poi il panneggio.

Dopo aver analizzato il profilo greco, Hegel dice che qui è la diversità tra la testa umana e quella della bestia, perché la testa umana ha la fronte, quella della bestia, no. Nella testa umana ogni organo serve alla sua funzione, quanto tutti gli organi della testa, a differenza di quelli della bestia, servono a esprimere emozioni e, quindi, spiritualità. Nella testa della bestia tutti gli organi sono in funzione della bocca, della funzione del mangiare. Ma viene spontanea una domanda: perché questa bellezza viene fuori solamente in Grecia? Perché i popoli orientali non hanno riconosciuto nel volto umano quella bellezza eccezionale? Hegel risponde perché il profilo greco deve essere considerato non solo come forma esteriore e accidentale, ma appartiene all’ideale della bellezza in sé e per sé, perché in primo luogo essa è quella conformazione del volto in cui l’espressione dello spirituale pone in secondo piano quel che è semplicemente “parlare”; in secondo luogo, più di ogni altro si sottrae all’accidentalità della forma pur senza mostrare una semplice conformità a leggi e bandire qualsiasi individualità.

Il Prof.Giannantoni prosegue nella lettura di Hegel sulla scultura.