TUOBLOG.IT

La vita e sempre una piccola magia....

{ 17:39, Monday, August 7, 2006 } { 3 comments } { Link }

 GATTO

Quale, tra i numerosi piccoli felini selvatici che vivono in Europa, Asia, Africa o America, avrà dato origine al gatto domestico? In quale periodo sarà avvenuta la domesticazione? La risposta a queste domande non è ancora sicura: vi sono infatti moltissime ipotesi.

Alcuni fossili attestano la presenza del gatto in tempi antichissimi. Ossa di gatto risalenti a 10.000 anni fa, per esempio, sono state ritrovate assieme a quelle di altri animali in una grotta sui monti Sandia, nel Nuovo Messico. Reperti archeologici di 8.000 anni fa, venuti alla luce nell'Anatolia sud-occidentale, ci dimostrano che a quell'epoca tra l'uomo e il gatto vi era già amicizia. La paleontologia, tuttavia, può accertare la presenza di un animale in un certo periodo, ma non aiuta a stabilire quando iniziò l'addomesticamento.

Alcuni naturalisti, in tempi passati, hanno dato per scontato che il gatto domestico (Felis catus) fosse un discendente selvatico di quello europeo (Felis sylvestris), mentre altri sostengono che la natura di quest'ultimo, come quella dei grandi felini, è totalmente selvatica: secondo tale teoria, quindi, questo animale non può mai aver accettato alcuna ingerenza dell'uomo. Questo gatto vive tuttora nelle foreste e nelle macchie di molti paesi; si nutre di piccoli roditori, di uccelli, di lepri, di serpi e anche di insetti e limita la sua presenza solamente all'habitat che gli consente di trovare queste prede. Il gatto domestico, quindi, non può assolutamente essere il Felis silvestris caduto in servaggio.

Secondo la tesi di altri naturalisti ed etologi, il gatto selvatico africano (Felis lybica) è, al contrario, una specie che accetta la presenza umana, si avvicina ai centri abitati e sfrutta varie fonti alimentari, inclusi gli avanzi dell'uomo. E' molto più probabile, quindi, che gli esseri umani in passato ne abbiano avvicinato e allevato i cuccioli e che da questi si siano via via evolute delle specie intermedie, che a loro volta hanno dato origine al nostro gatto domestico.

Anche le cause che hanno condotto a tale domesticazione sono ancora incerte. Non necessariamente vi deve essere stato un motivo utilitaristico: forse sono stati solo il desiderio proprio dell'uomo di avvicinarsi agli animali selvatici e la grazia dei piccoli felini a giocare un ruolo importante.

In tempi di carestie e di guerre il gatto è stato anche utilizzato come alimento; alcune popolazioni apprezzano tuttora la carne sia del cane che del gatto. L'ipotesi di una domesticazione per fini alimentari ha però poco credito, causa dell'alto costo dell'allevamento di un carnivoro.

Un'ipotesi da prendere in considerazione è invece quella della domesticazione finalizzata all'eliminazione dei roditori. In questo caso, però, non sarebbe possibile risalire a più di 4.000 anni a.C.: solo in quel periodo, infatti, l'agricoltura cominciò a svilupparsi in modo consistente ponendo il problema della salvaguardia delle granaglie.

L'ingresso del gatto nella storia è databile in base a testimonianze iconografiche egizie (3000 a.C.), ma i motivi per i quali l'antico popolo egizio passò dal rispetto per l'animale che proteggeva i granai a una vera e propria divinizzazione di esso, sfumano in quell'alone vagamente misterioso che ha sempre circondato questa straordinaria creatura. I numerosissimi monumenti egizi che lo raffigurano, le iscrizioni e le mummie di gatto che sono state ritrovate, ci confermano la venerazione tributata a questo animale, sia nella sua forma naturale sia nella sua personificazione: spesso infatti si trova rappresentato nella forma di un uomo con testa felina. Sappiamo che il culto della Dea Bastet, divinità dalle sembianze di gatta, sempre raffigurata con il sistro, simbolo dell'armonia del mondo, era praticato già nel 3000 a.C., poiché il suo più antico simulacro è stato trovato nei pressi di Tebe, in un tempio della quinta dinastia. Bastet, o Bast, era la Dea della sessualità e della fertilità; questi aspetti della umana, originariamente, erano sotto la protezione di Iside, la dea della luna.

Il culto del gatto raggiunse il suo apogeo nel 950 a.C., quando si arrivò a condannare alla pena capitale chiunque ne causasse, anche accidentalmente, la morte.

I gatti venivano chiamati Mau o Mieou, parola onomatopeica che ricorda il miagolio, ma che indica anche la luce: il gatto, infatti, grazie agli occhi che splendono anche al buio, era il simbolo della luce sacra. Non vi era casa egiziana che non ospitasse dei gatti; ad essi venivano consacrati anche i figli, che per tutta la vita dovevano portare un medaglione con l'effige felina. Se un gatto moriva, la sua morte era ragione di grande cordoglio nella casa: i familiari si rasavano le soppraciglia in segno di lutto. Il piccolo corpo veniva imbalsamato e solitamente trasportato a Bubaste, città consacrata ai gatti e meta di pellegrinaggi durante le feste celebrate in loro onore.

Alla fine del secolo scorso sono state trovate in diverse località, come Bubaste e Teben Beni-Hassn, necropoli di gatti con centinaia di migliaia di piccole mummie. Alcune di queste erano avvolte in bende colorate, sulle quali era stato accuratamente disegnato il muso, completo di occhi, naso e baffi. Dai dipinti e dalle sculture, ma ancora più dalle mummie ritrovate, si nota chiaramente che già esistevano due tipi di gatto: uno dalle orecchie piccole e muso arrotondato, l'altro con orecchie più alte e muso allungato. Entrambi avevano il pelo corto, rossiccio con macchie e striature nere.



BASTET

{ 17:29, Monday, August 7, 2006 } { 0 comments } { Link }

Bastet

dea lunare, dea dei gatti, veniva rappresentata con il corpo di donna e la testa di gatta, rappresenta il legame telepatico per lo scambio di energie. Fuoco, acqua, bianco, il sistro.



la storia del leone......il mio segno zodiacale...

{ 17:08, Monday, August 7, 2006 } { 0 comments } { Link }

 

Una linea retta che dalla Stella Polare passa attraverso le Puntatrici dell'Orsa Maggiore, Dubhe e Merak, ci porta fino alla quinta costellazione dello zodiaco, il Leone, identificabile per la famosa falce formata dalle stelle della criniera e da Regolo, la sua stella più brillante.

Dubhe, a (alfa) Ursae majoris è una gigante gialla distante 75 anni luce. Merak, b (beta) Ursae majoris è una stella bianca distante 62 anni luce. Rappresentano in pratica le ruote posteriori del Grande Carro, e vengono definite Puntatori poiché “puntano” in direzione della Stella Polare.

Visibile da dicembre a giugno, Leo è una delle più grandi figure del cielo e l'immagine poligonale tracciata dalla posizione dei soli che la compongono dà l'idea di un animale di gran forza che guarda verso occidente.

Il Leone occupava una posizione di primaria importanza quando le costellazioni furono create, perché segnava il solstizio d'estate simboleggiando la suprema vittoria della luce sulle forze delle tenebre: posizione questa che più tardi, a causa della precessione degli Equinozi, perse in favore del Cancro prima e dei Gemelli poi (oggi è il 21 giugno), ma che fu sua dal 4000 al 2000 avanti Cristo.

Forse l'origine del nome dell'asterismo è dovuta al fatto che il Sole faceva il suo ingresso in questo segno zodiacale nel periodo più caldo dell'estate (da qui la nostra definizione solleone). In conseguenza delle alte temperature i leoni abbandonavano le tane nel deserto per dirigersi verso il Nilo a cercarvi refrigerio e la loro comparsa non mancava di creare notevoli problemi agli abitanti delle zone in prossimità del fiume. Per questo i leoni erano fonte di timore ma anche di rispetto. Un altro motivo che dava rilievo alla costellazione del Leone era la coincidenza del transito del Sole con la levata eliaca di Sirio e le piene del Nilo. Per sottolineare reverentemente questo fenomeno astronomico collegato alla costellazione, gli egizi scolpivano la testa di un leone sui ponti dei loro canali, simbolo che si è perpetuato nelle fontane che raffigurano leoni dalla cui bocca sgorga uno zampillo d'acqua. Anche l'orologio ad acqua, usato anticamente nei processi pubblici, era in forma di leone ed era chiamato Guardiano del Fiume.

Per la sua forza e le abitudini predatorie il leone (Panthera leo) è stato considerato per molti secoli il re degli animali. Il mito dei poteri sovrannaturali del leone sopravvive ancora oggi: in alcune parti del mondo si crede che consumando o indossando parti del corpo di un leone si possa in breve riavere la forza perduta, curare le malattie e addirittura ottenere immunità dalla morte. Un tempo i leoni erano molto più diffusi di oggi. Dai fossili conosciamo almeno 18 specie di felini estinti. A Olduvai Gorge, in Africa, è stata trovata la Panthera Gombaszoegensis, forma intermedia tra leone e tigre, datata a un milione e mezzo di anni fa, l'antenato più antico di leone mai conosciuto e diffuso anche in Europa. Sono stati trovati fossili in Inghilterra e presso il fiume Alazeya in Siberia del “leone delle caverne”, Panthera leo spelaea, che viveva in Europa 600.000 anni fa. Studiando un cranio di 100.000 anni e le figure delle grotte, si è giunti alla conclusione che i leoni antichi assomigliavano molto agli attuali leoni dell'India del Nord, della foresta di Gir.

Gli scritti di Aristotele menzionano il leone in Grecia nel 300 a.C. e i Crociati, durante le loro campagne, ne incontrarono frequentemente un po' dovunque attraverso il Medio Oriente e fino all'inizio del 1900 si potevano trovare leoni dall'Africa fino all'India del Nord.

Come altri membri della famiglia dei gatti, il leone ha un corpo flessuoso, compatto, muscoloso e dall'ampio torace. Il cranio è perfettamente adattato per uccidere e divorare la preda, con mascelle corte e potenti. La parte superiore della lingua è coperta da papille cornee curvate all'indietro, utili sia per maneggiare la carne, sia per togliere i parassiti durante le "opere di pulizia". I sensi più sviluppati sono la vista e l'udito.

Il leone è il più sociale di tutti i felini. La sua organizzazione è basata sul branco che di solito è formato da 4 a 12 femmine adulte imparentate tra loro, i loro cuccioli e da 1 a 6 maschi .

I maschi adulti possono raggiungere una lunghezza muso-coda di 3,3 metri (contro i 2,7 metri di una femmina) ed un peso di 240 Kg (nella femmina 180 Kg). Il compito principale del maschio nel branco è difendere il territorio e le femmine dagli altri maschi e la dimensione è ovviamente un vantaggio. La pressione evolutiva verso l'incremento delle dimensioni è bilanciata dall'incremento della necessità di cibo. Questo può spiegare l'esuberanza della criniera del maschio: la criniera aumenta le dimensioni apparenti dell'animale senza gli svantaggi di una crescita di peso.

Le storie fantastiche sul leone non finiscono mai: il testo protocristiano “Physiologus” racconta le circostanze meravigliose della nascita del leone. Quando la leonessa partorisce il piccolo, esso è morto. La madre veglia il cadavere senza mai distogliere lo sguardo per tre giorni interi, fino a quando non arriva il padre che soffia sul muso del cucciolo, per indirizzare il soffio vitale nelle narici del piccolo, portandolo finalmente così in vita. In realtà, dopo una gestazione di circa 110 giorni nasce il leoncino (vivo!) che pesa circa 2 chilogrammi ed è lungo circa 25 centimetri ed è completamente dipendente dalla madre, la quale lo allatta per almeno sei mesi.

Quando parliamo di leone ne abbiamo una immagine classica, ma in realtà ne esistono numerose sottospecie, più o meno minacciate di estinzione (o già estinte): il leone del Congo (Panthera leo azandica), Africa centro-occidentale, protetto; il leone del Katanga (Panthera leo bleyemberghi), Africa centrale, protetto; il leone del Transvaal (Panthera leo krugeri), Africa meridionale, protetto; leone di Barberia (Panthera leo leo), Africa settentrionale, estinto dal 1922; leone dei Masai (Panthera leo massaicus), Africa centro-orientale, protetto; leone del Capo (Panthera leo melanochaitus), Africa meridionale, estinto dal 1858; leone nubico (Panthera leo nubica), Africa orientale, minacciato; leone asiatico (Panthera leo persica), Riserva di Gir nell'India occidentale, a rischio di estinzione; leone del Senegal (Panthera leo senegalensis), Africa occidentale, molto minacciato; leone del Kalahari (Panthera leo bleyemberghi), Africa centrale, protetto.

Nei “Rig Veda” al dio solare Indra sono dedicati duecentocinquanta inni, più che a qualsiasi altra deità dell'olimpo indiano. Indra era il dio della pioggia, del fulmine e del solstizio. Come avveniva in Egitto con l'alluvione solstiziale del Nilo, così in India il periodo della siccità terminava con l'ingresso del Sole nel Leone, quando arrivavano i monsoni apportatori di pioggia e della rinascita vegetale. Come personificazione del solstizio estivo, Indra veniva definito «colui che pose il Sole così alto nel cielo» e «Indra fermò il corso del Sole», in riferimento al rallentamento apparente che il Sole compie in quel periodo. Anche in India si parla del conflitto fra luce e buio, la rappresentazione astronomica del conflitto fra Indra (il Sole) e il serpente Vrita (la costellazione dell'Idra), con la vittoria finale di Indra nel solstizio estivo.

Nel planisfero di Denderah, in Egitto, la costellazione è rappresentata da un leone in piedi su un serpente significando la vittoria della luce sul serpente della tenebre, la stessa immagine è ben visibile anche nel cielo notturno poiché il Leone è proprio sopra al serpente celeste Idra.

Hydra è la più grande costellazione del cielo, difficile da vedere a causa della sua scarsa luminosità. L'Idra si snoda dai confini con il Cancro fin nei pressi della Bilancia, la sua lunghezza complessiva è di oltre 100°. La stella più brillante è Alphard, “la solitaria”, una gigante arancio distante 130 anni luce.

Ma gli egizi non sono stati i primi a ritrarre il felino, infatti la raffigurazione del leone percorre ininterrottamente la storia dell'uomo ad iniziare dal paleolitico, mantenendo intatta la sua simbologia di forza, potenza e regalità, e la tradizione dei leoni a guardia della porte, come nella grotta paleolitica dei Trois Freres, trova un bel seguito in un leone sumerico del XIX secolo avanti Cristo, in pietra, che sorveglia il tempio di Dagan, dio degli Amorriti a Mari, caratterizzato dagli occhi in pietra bianca con al centro un cerchio di scisto nero, ma molto più famosa è la Porta dei Leoni di Micene (Aslanlikapi, 1300 a.C.), il cui poderoso architrave è sormontato da un fregio triangolare con una colonna e due leoni rampanti.

La rappresentazione del leone è frequente anche in epoche più recenti, con una grande ricchezza nel Medio ed Estremo Oriente. Nell'Asia orientale, i leoni erano conosciuti solo attraverso tradizioni remote perciò i leoni raffigurati in immagini e sculture hanno poco in comune con il modello naturale. Come figure tutelari delle porte, vengono rappresentati due leoni stilizzati che proteggono l'accesso ai luoghi sacri. Quello di destra ha forma maschile e tiene sotto la zampa una perla, quello di sinistra, femmina, un cucciolo. In Giappone, il leone (il cane-leone) ha perso ancora di più il suo aspetto naturale ed è chiamato “cane-Buddha”. Nell'araldica europea il leone, insieme all'aquila, è l'animale maggiormente ricorrente. Per lo più è rappresentato in posizione eretta e con il corpo di color oro o rosso, come esempio osservare lo stemma di Ravenna.

Come conferma il ritrovamento di raffigurazioni del cosiddetto "uomo-leone", l'uomo ha sempre creato esseri ibridi con animali temuti e venerati al tempo stesso. Le statuine di uomini con la testa di felino (risalenti ad un periodo che va da 32.000 a 34.000 anni fa) avevano forse lo scopo di appropriarsi dello spirito e della forza dell'animale.

E ciò vedremo che è sopravvissuto all'evolversi delle civiltà.

Si è spesso voluto vedere il simbolo del leone nella Sfinge egizia e certamente l'antichità di questa figura è molto grande e ancora discussa, ma la Sfinge nella sua variante chiamata dagli egiziani “siriana” (un leone con ali e volto di donna) ha sicuramente una relazione con la costellazione del Leone. All'inizio del quarto millennio avanti Cristo i solstizi e gli equinozi erano contrassegnati da quattro stelle di prima grandezza: l'equinozio di primavera era marchiato dalla stella Aldebaran del Toro; il solstizio estivo da Regolo dei Leone; l'equinozio autunnale da Antares dello Scorpione e il solstizio d'inverno da Fomalhaut nell'Acquario. Queste stelle sono passate alla storia con il nome di Stelle Reali. Ma per i popoli al di sopra di una certa latitudine era difficile scorgere Fomalhaut, perché troppo bassa sull'orizzonte, così gli fu preferita Altair dell'Aquila. Ecco quindi che cosa ha originato il Grifone in Mesopotamia, l'ibrido astronomico con ali e zampe posteriori di aquila, corpo e corna di toro, testa e zampe anteriori di leone, coda di scorpione con tanto di aculeo avvelenato. Questa figura è il prototipo delle Chimere, molto diffuse nel medioriente e presso i popoli mediterranei, e nelle quali è sempre presente il leone, mentre variano le altre figure a seconda della cultura e del calendario. Se l'anno era diviso in tre parti, gli animali erano leone, capra e serpente, oppure toro, leone e serpente che corrispondevano alle metamorfosi stagionali di Dioniso; oppure ancora Leone, Cavallo e Cane come le tre teste di Ecate. Nell'anno diviso in quattro stagioni, come in Grecia, abbiamo Toro, leone, scorpione e serpente marino, o Idra.

Una variante delle Stelle Reali compare nella visione di Ezechiele nella “terra dei Caldei”, dove l'immagine che gli apparve aveva quattro facce: una d'uomo, una di leone, una d'aquila e una di toro. Una simile visione ebbe Giovanni nell'Apocalisse: gli apparvero «quattro animali pieni di occhi davanti e di dietro. Il primo animale assomigliava al leone, il secondo assomigliava al vitello, il terzo aveva la faccia come d'uomo e il quarto era simile all'Aquila volante» Queste quattro figure diverranno i quattro evangelisti: Matteo l'Uomo, Marco il Leone, Luca il Toro e Giovanni l'Aquila.

La stella più brillante della costellazione di Leo è Regolo a (alfa) Leonis, “piccolo re”, una stella bianco-azzurra distante 85 anni luce.

Il Sole, la Luna e le stelle come Regolo, occupano un posto prominente nella cosmogonia dei Boscimani, come d'altronde avviene normalmente in tutte le culture primitive. Questi astri non sono per il Boscimano entità astratte ed esterne al contesto in cui vive, ma sono creature reali, che in un'altra epoca (chiamata «epoca della prima stirpe») erano loro stesse uomini e cacciatori come lui e vagavano sulla terra in cerca di selvaggina e avevano la facoltà di parlare.

Giove, dalla luce rossa e brillante, all'epoca della prima stirpe era Cuore d'Alba, un valoroso cacciatore che viveva con Lince, la sua splendida moglie chiamata !K--g!nuin-t‡ra in lingua /xam, e la figlioletta. La lingua dei Boscimani, la lingua /xam, è unica al mondo, ricca di suoni schioccanti che vengono comunemente trascritti con questi simboli: "!" alveolare-palatale, "#" alveolare, "/" laterale, "Þ" labiale. La x, inoltre ha un suono gutturale. Ma torniamo alla storia: in seguito ad un incantesimo operato dall'invidiosa Iena, Lince divenne l'animale di cui porta il nome e la figlioletta venne allevata da sua sorella /Xe-ddé/'o'. Scoperto l'inganno, gli occhi di Cuore d'Alba rimasero grandi e brillanti dall'ira, tanto da sembrare braci. E anche dopo che divenne una stella (o meglio, un pianeta), continuò a brillare più di ogni altro astro del cielo. La figlioletta divenne Regolo, della costellazione del Leone.

Tra le altre stelle vale la pena di ricordare:

Denebola, b (beta) , “la coda del leone”, è una stella bianca distante 42 anni luce;

Algieba o Algeiba, g (gamma), “la criniera”, è costituita in realtà da una coppia di stelle giganti giallo oro che orbitano l'una intorno all'altra con un periodo di 620 anni, distanti da noi 100 anni luce;

Zosma, d (delta) è una stella bianco azzurra distante 52 anni luce;

e (epsilon) è una gigante gialla distante 310 anni luce;

z (zeta) è una stella bianco azzurra distante 120 anni luce. Fa parte di una tripla ottica le cui altre due componenti sono visibili con un binocolo;

i (iota) è distante 78 anni luce, appare come una stella bianco azzurra ma in realtà è una doppia stretta costituita da due stelle che orbitano l'una intorno all'altra con un periodo di 200 anni.

Facile da trovare è la falce di stelle che ha per manico Regolo e per lama ricurva le stelle della criniera. Sicuramente fu un simbolo popolare per gli agricoltori al tempo in cui il solstizio avveniva nel Leone e coincideva con il periodo del taglio del grano. In Mesopotamia veniva chiamato Gis-mes, l'Arma ricurva. I Sogdiani e i Korasmiani la chiamavano Khamshish, la Scimitarra.

Gli antichi arabi, prima dell'introduzione dell'astronomia greca, crearono la più grande figura stellare mai creata: si trattava di un enorme leone che cominciava da un lato con le stelle dei Gemelli, si estendeva su Cancro, Leone attuale e Vergine fino alla Bilancia, a nord raggiungeva le stelle dell'Orsa Maggiore e a sud quelle dell'Idra. A questa iperbolica costellazione venne dato il nome di Asad, il Leone, che i nuovi astronomi trasferirono all'odierno Leone.

Irreperibile è invece un asterisma che doveva trovarsi nello spazio fra Leone e Vergine, chiamato “Fahne”, bandiera, ma con ogni probabilità la coda del felino, oggi rappresentata ricurva su se stessa, era ritta verso l'alto e terminava in un ciuffo di stelle che venne amputato in epoca tolemaica per costruire la costellazione della Chioma di Berenice.

Coma Berenices è una debole costellazione che rappresenta la chioma sciolta di Berenice, regina d'Egitto, che se l'era recisa in seguito a un voto fatto agli dei affinché il marito, Tolomeo Euergete, tornasse incolume da una battaglia. Le stelle più brillanti di questa costellazione formano una V ben visibile, che un tempo rappresentavano la punta della coda del leone, l'unico felino ad avere un ciuffo di pelo sull'estremità della coda.

I cinesi vedevano in questo gruppo di stelle un Cavallo e, più anticamente, un Uccello Rosso. Solo nel sedicesimo secolo introdussero ufficialmente il Leone con il nome di Sze-Tsze.

Presso le antiche civiltà storiche il leone è spesso simbolo di divinità, in prevalenza femminili, e molto spesso era associato al Sole. Tra le più note, presso i Sumeri, la dea Ereshkigal o la dea Inanna, associata al leone alato, o mentre soggioga il leone avendone assunto lei stessa le ali. Hathor, rappresentata sotto forma di leone o di mucca, probabile figlia del Sole Ra; Horus consorte e figlio di Hathor, con testa di leone e disco solare; Mehit, dea con testa di leone; Tefnut, con testa di mucca o leone, sovrastata dal disco del Sole; in Tibet abbiamo Tara la dea leonessa tibetana; quindi ecco Nyavirezi, dea africana, simile al leone. Anticonformista è Chiu-Shou, divinità cinese, che era un leone che assumeva fattezze umane.

Spesso tali divinità erano rappresentate in piedi sul dorso del grande felino: presso gli Ittiti, Hebat, sposa di Teshub, raffigurata come una matrona; la dea lunare Shaushka, periodo accadico 2350 avanti Cristo, effigiata come figura alata, così come la dea Lilith, Durga, dea indù, distruttrice dei demoni o Sinha Kubera, altro dio Indù. In molti altri casi erano seduti su un trono a forma di leone, la prima immagine di questo tipo è probabilmente quella risalente al Neolitico, VII millennio avanti Cristo, in Anatolia, a Catal Huyuk, e cioè una statuina femminile seduta su un trono con leonesse come braccioli; ma anche In Oriente, Buddha, detto “il leone di Shakya” sedeva su un trono a forma di leone. In Grecia, Cybele, dea madre della Frigia, guida un carro trainato da leoni. A Roma Giunone era spesso ritratta su un carro trainato da leoni.

Il mito più conosciuto narra che la costellazione raffigura la prima delle dodici fatiche di Eracle, il leone di Nemea. La belva aveva origini incerte: la maternità era stata attribuita a Echidna, a sua figlia Chimera, o anche alla dea Selene, mentre la paternità era contesa tra Tifone e Ortro. Qualunque ne fosse l'albero genealogico, il leone imperversava nella foresta che circondava la città di Nemea e viveva in una grotta che aveva due ingressi, dalla quale partiva per le sue scorribande omicide.

Armato soltanto del suo arco e di un ulivo divelto alla radice e usato come clava, Ercole affrontò l'animale ma le sue frecce non scalfivano nemmeno la pelle dell'animale, perché era invulnerabile a qualsiasi arma. L'eroe allora fece roteare la clava con tale forza che il leone si spaventò e riparò nel suo antro. Eracle lo inseguì, chiuse una delle due entrate, poi si recò all'altra uscita e affrontò l'animale, soffocandolo a mani nude. Poi lo scuoiò con i suoi stessi artigli e ne indossò la pelle, usandone la testa come elmo.

In India, un avatar di Visnù, o Vishnu, era Narasinha, l'uomo leone. Vishnu è generalmente rappresentato come un bel giovane, dal colorito blu e che tiene nelle sue quattro mani una conchiglia, un disco, un bastone e un fiore di loto. Nelle sue incarnazioni si manifesta una parte della sua essenza divina, e si dice che un avatar appaia ogni volta che nel mondo si presenti il bisogno urgente di far fronte a una grande influenza malefica. Narasinha apparve per scacciare dal mondo il demone Hiranyakasipu che aveva ottenuto il controllo del mondo per un milione di anni da Brahma o da Shiva. Aveva anche ottenuto il dono dell'invulnerabilità di fronte ad un uomo o ad un animale, di giorno o di notte, su terra e su mare, e contro ogni arma liquida o solida. Il figlio del demone, Prahlada, però adorava Visnù e la cosa naturalmente irritava suo padre, tanto che tentò di ucciderlo, ma il ragazzo era protetto dal dio. In tono sprezzante Hiranyakasipu chiese a suo figlio se Visnù si trovasse in una delle colonne che sostenevano l'ingresso del suo palazzo. Alla risposta affermativa del ragazzo, il gigante colpì il pilastro dal quale subito emerse Narasinha che dopo un lungo duello squartò in due Hiranyakasipu.

Presso i Sumeri, Ningirsu (2100 a.C.) dio della pioggia e fertilità, splendente come il Sole, era rappresentata come un'aquila con testa di leone, e si diceva avesse vinto il leone dalle sette teste. Presso questo popolo il leone rappresentava la forza ostile alla vita, il demone.

In Egitto, Sekhmet, la moglie dalla testa di leone di Ptah, onorata come dea della guerra era in genere associata al potere distruttivo del Sole, all'occhio solare che brucia e giudica. Avversario spietato sul campo di battaglia, Sekhmet incarnava la forza e il coraggio del leone, mostrando una gioia sfrenata nel vedere la preda cadere ai suoi piedi. In alcuni casi veniva identificata con la dea dalla testa di gatto, Bastet, che era associata alla Luna. Questo legame tra il satellite e l'animale era probabilmente dovuto al modo in cui gli occhi dei gatti brillano nell'oscurità, proprio come la luna.

Questa costellazione possiede molte galassie di vari tipi: NGC 2903 è una estesa e brillante galassia; M 95 ed M 96 si trovano al centro del corpo del felino, distanti da noi 22 milioni di anni luce.
M 95 (NGC 3351) è una spirale barrata che può essere paragonata alla lettera greca (théta).
M 96 (NGC 3368) è un oggetto più grande e luminoso, una spirale vista di tre-quarti con una striscia di polveri che separa uno dei bracci dal nucleo. Qui si trova anche NGC 3521, una delle migliori galassie a spirale, vista quasi di taglio.
Ma i migliori oggetti del Leone sono M 65 e M 66, una coppia di galassie a spirale distanti 20 milioni di anni luce.
M 65 (NGC 3623) ha numerosi bracci ricchi di polveri strettamente avvolti.
M 66 (NGC 3627) possiede bracci che sono tra i più facilmente osservabili di tutte le galassie. R leo, posta a est di Regolo e distante più di 3.000 anni luce, è una gigante rossa variabile del tipo Mira Ceti. essa varia la sua luminosità con un periodo di 313 giorni



storia antica dei gatti

{ 17:05, Monday, August 7, 2006 } { 0 comments } { Link }
L’antica civiltà egizia è stata la prima ad addomesticare i gatti, all’incirca nel 2000 a.C.. gli egizi si resero conto che il gatto, animale intelligente, proteggeva la casa e i granai da topi, ratti e serpenti. Presto il gatto divenne un animale sacro e venerato ed ascese nei reami di una dea. Si credette che il gatto fosse la reincarnazione della dea Bastet.

Bastet è una dea molto interessante, ed è anche la ragione per cui i gatti moderni godono di tanta stima e non sono considerati animali nocivi. E’ la dea dell’amore, della gioia, del piacere, della danza e del canto, e al tempo veniva considerata una gran festaiola. Tale era il suo potere che uccidere o ferire un gatto era proibito, e il reato veniva punito con la pena capitale.

Si credeva che un giorno Bastet avrebbe cavalcato nel cielo insieme a suo padre Ra, il dio del sole, proteggendolo dai suoi nemici. Sempre vigile, fu anche conosciuta come « l’occhio sacro che sempre guarda », o « utchat » da cui deriva probabilmente la parola gatto. Di notte si trasformava in gatto, e con la sua vista prodigiosa proteggeva il padre dal suo peggior nemico, Apep, il serpente. Si credeva che Bastet avesse ucciso il serpente malvagio, e benedicesse il Nilo e i fertili terreni assicurando raccolti abbondanti –in seguito divenne anche la dea della fertilità.

A Bubastis costruirono un tempio a lei dedicato che ospitava diverse statue in bronzo a forma di gatto, e tanti gatti in carne ed ossa. Quando i gatti morivano venivano mummificati e sepolti nel tempio. Lungo le sponde del Nilo sono stati scoperti molti cimiteri di gatti.

La parte più piacevole del culto era la festa di Bastet, celebrata il 31 ottobre. Si beveva e si ballava a dismisura, e i bambini non potevano partecipare. sul Nilo galleggiavano chiatte piene di donne, fiori e vino. Si dice che si trattasse di riti sensuali, pieni di musica e danze, il primo stadio dello strip tease e delle danze erotiche.

Su un versante più delicato, era conosciuta come la protettrice dei gatti, dei bambini e delle donne, una dea di amore, fertilità e nascita, protettrice contro le malattie infettive. Piccole immagini della dea venivano regalate alle giovani coppie perchè fossero benedette dalla nacita di figli.

Gli egizi divennero talmente devoti alla dea Bastet ed ai gatti che promulgarono leggi per impedirne l’esportazione. I mercanti fenici riuscirono a contrabbandarne alcuni nei paesi del Mediterraneo e si pensa che i nostri soriani ne siano i discendenti diretti.

Dopo la fine della lunga era faraonica e la venerazione di tanti dei e dee, furono scoperte moltissime statue di Bastet, adorne di ori, con le code che accompagnano il corpo girate verso destra, doni, profumi e tesori. Anche oggi in molte case si trovano statue di Bastet che proteggono la famiglia.


i gatti e le donne....

{ 16:55, Monday, August 7, 2006 } { 1 comments } { Link }

Un'amicizia antica

Inutile negarlo: nell'immaginario collettivo da sempre la gattara è una donna. E anche se gli esempi maschili di amore per i gatti sono innumerevoli, la figura del gatto accomunato alla donna è sempre vivo. Le teorie in proposito sono innumerevoli, e ognuna trova ferventi assertori quanto appassionati denigratori.
Gli esteti, per esempio, cercano ragioni fondamentalmente "fisiche": sia gatto che donna sanno essere dolci, avere movenze aggraziate ed eleganti e al contempo, all'occorrenza, saper sfoderare gli artigli. A riprova di questo hanno il trucco che le antiche Egizie applicavano agli occhi (trucco che poi è stato usato dalle donne nel corso dei millenni fino a oggi): sottili linee di kajal che rendevano i loro occhi simili a quelli dei gatti. Poco importa che le antiche Egizie usassero questo accorgimento sia per motivi di salute (il kajal era un medicamento che preveniva le infezioni agli occhi) che per fini estetici.
I moralisti del medioevo accomunavano gatti e donne in senso negativo: entrambi incostanti, infedeli e assai poco affidabili (secondo loro). Gli psicologi sostengono che le donne vedano nei gatti una proiezione dei bambini. In fondo un gatto adulto è grande grossomodo quanto un neonato, emette un verso simile al vagito, ha testa e occhi grandi che fanno tenerezza, lo si può tenere in braccio e cullare, dorme molto e quando gioca è buffo e divertente. Ma una gatta è anche molto prolifica, mamma gatta si prende cura dei propri piccoli e li difende strenuamente.
Per questo è stata considerata in passato simbolo di fertilità e per questo, secondo gli antropologi, le donne si rivedono in lei. E poi i gatti amano la comodità del focolare, regno incontrastato, secondo gli storici, delle donne. I più moderni cultori del new age affermano che le donne vedano nel gatto un'incarnazione dei loro ideali: creature capaci di amare e di stabilire forti legami, ma allo stesso tempo forti, libere e indipendenti, che non temono di esternare i propri sentimenti e non hanno bisogno di un capo.
La scrittrice Colette diceva che donne e gatti si somigliano perché "entrambi possono essere costretti a fare solo ciò che vogliono fare". E poi ci sono quelle che amano i gatti senza chiedersi perché...


{ Last Page } { Page 1 of 7 } { Next Page }

About Me

Home
My Profile
Archives
Friends
My Photo Album

«  May 2013  »
MonTueWedThuFriSatSun
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031 

Links

amando
mio blog
Fate-vivi nel loro mondo incantato

Categories

storia delle fate

Recent Entries

Senza titolo
BASTET
la storia del leone......il mio segno zodiacale...
storia antica dei gatti
i gatti e le donne....

Friends

Valkyrja
soul
Beatrice
Miriam
emanuele
AmyLynn
Kla92
Supreme
tmesi87
zara
alicetta