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diari del Conte

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JONATHAN RICHMAN - Big Mama, Roma, 20 ottobre 2006

Piove, piove. L’altra sera diluviava, manco un trans per strada, maledizione; vado al bordello solito e l’hanno chiuso, allora chiamo il maresciallo per chiedere spiegazioni: non avevano pagato la mazzetta, ovviamente, poi ogni tanto anche loro devono far finta di lavorare. Però il brav’uomo si è fatto una striscia con me e poi mi ha accompagnato lui stesso in un altro bel posto dalle parti del quartiere Coppedè, e dentro c’era bella robetta, ragazzine dell’est e un paio di belle cubane pienotte che hanno soddisfatto il mio desiderio di chiappismo, senza manco il problema della proboscide davanti (che comunque può essere sempre utile, io dico male di certa gente ma in realtà sono di larghe vedute – specie per quanto riguarda voi che leggete, perché non ve lo prendete nel culo invece di perdere tempo a leggere le stronzate che scrivo?). Una bella seratina, Michela insisteva per uscire ma penso che gli sto concedendo troppo ultimamente, è diventata un po’ troppo invadente. Per non parlare di Silvia, che sono stato costretto a licenziare. Lei piangeva, voleva la liquidazione (ecco dove si arriva con la sinistra al governo!), così ho chiuso la porta dell’ufficio a chiave e l’ho spruzzata abbondantemente, ha avuto tutto il liquido che voleva. Ora ho assunto una nuova schiava, ma per ora è ancora in prova: le pompe le fa benino, ma non ti dà soddisfazione quando te la sbatti, pare che sta lì a farti un favore. Con quello che le pago, a ‘ste zoccolette. Mah. Ha da venì!

Lo psichiatra mi dice che devo insistere con questa cosa del blog, anche se non ne ho tanta voglia, con tutto quello che ho da fare al lavoro, i nuovi bidet aerodinamici, le forniture che si accavallano, eccetera. Le pastiglie che mi ha dato mi rincoglioniscono un po’, ma qualche effetto lo stanno facendo: l’altra sera rincasando invece Marianna mi è venuta incontro un po’ brilla, e anziché metterle una mano tra le cosce mi sono limitato a baciarla con la lingua come immagino facciano tutti i padri normali. E anche con Michela, l’altra sera a cena ho avuto l’impulso improvviso di piantarle una forchettata tra le tette, invece mi sono limitato a darle il solito ceffone. Forse lentamente riuscirò a cambiare, a ritornare quello che ero un tempo, quando c’eri tu, Laura, così non dovrai più vergognarti più di me da lassù o da dove accidenti ti trovi ora.

Però per quanti passi avanti uno possa fare ci sarà sempre qualcosa che ti farà rodere il culo e spingerti alla perdizione. No, non parlo della Finanziaria, per quella spero in una nuova eversione - destra o sinistra, non fa differenza - che faccia crollare tutto. Mi riferivo a cose più spicciole, come il concerto (se così possiamo definirlo) di Jonathan Richman al Big Mama lo scorso venerdì.

 

Sì, lo ammetto, non sono un gran conoscitore del suddetto personaggio, non vado oltre i primi album dei Modern Lovers e qualche canzone sentita qua e là. Sapevo che la sua qualità di scrittura era molto semplice, che dal vivo puntava principalmente sulla simpatia, ma credo che l’altra sera si sia decisamente esagerato. Voglio dire, leggo di una performance in duo con chitarra e batteria e mi aspetto una cosa lo-fi (maledetti anni ’90), d’accordo, ma il tizio si è presentato con una chitarra classica non amplificata, se non da un microfono al quale il più delle volte si guardava bene dall’avvicinarsi: spesso si spostava anche da quello della voce, per rendere immagino più intima l’atmosfera, mentre canticchiava pezzi fessacchiotti perlopiù in italiano (!), oppure in spagnolo o in francese, intervallati a pochi pezzi in inglese, tra cui pochissimi classici, tra cui “I was dancing in a lesbian bar” (geniale più che altro nel titolo), l’accenno di “Egyptian reggae” e un paio di pezzi dal primo album dei Modern Lovers, uno lento di cui non ricordo il nome e l’altro era “Pablo Picasso”. Niente “Roadrunner”, neppure nel bis. Anzi, a voler essere puntigliosi, il bis (se escludiamo un ultimo pezzo forse aggiunto senza lasciare il palco) non c’è stato proprio, malgrado il pubblico che riempiva il locale (va bè, ci vuole poco), di solito costituito da mummie medioborghesi che non vedono l’ora di tornarsene a casa, stavolta abbia applaudito per lunghi minuti: chissà perché, visto che lo show proposto fosse più adatto all’animazione di un campeggio che a un locale dove si suona musica. Intendiamoci, l’ex-ragazzo ha cantato e suonato bene, anche considerando che faceva fatica a reggere la chitarra senza cinta alcuna, il che gli consentiva di poggiare spesso lo strumento per prendere una o due percussioni e andarsene in giro per il locale trasformando il concerto in una festa in casa: la prima volta bene, la seconda pure, ma dopo un po’ di questa solfa – intervallata appunto da pezzi in italiano dal testo deficiente – ci si chiede che senso abbia. Certo, c’è da dire che quando il folle se ne andava in giro almeno il batterista faceva qualcosa, anziché limitarsi (come per il 90% della durata dello show) a tenere il tempo esclusivamente con grancassa e charleston, standosene letteralmente con le mani in mano, immagino per non coprire del tutto le poche note – anche belle! – che uscivano dalla chitarrina disgraziatamente pochissimo amplificata di Gionata, che sa anche suonare lo strumento e faceva persino begli assoletti senza bisogno di strumento di accompagnamento, peccato che non si sentisse quasi una mazza. Durata totale dell’evento, 31 minuti il primo set e 32 il secondo, fate un po’ voi il conto. Simpatico, sì, ma la prossima volta non ci ricasco.

A fine concerto, sono andato al cesso e mi sono messo due dita in culo, così tanto per fare qualcosa in tema.

 


Posted: 14:51, 22 October 2006
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ALTRE SECCATURE...

Ma è mai possibile che non si possa trascorrere una serata in pace, senza problemi, senza gente insulsa che ti rovina il meritato riposo dopo una settimana di duro lavoro? Venerdì sera stavo così bene quando sono uscito dal bordello, ero riuscito a sfanculare sia Michela che Silvia, avevo spostato in avanti l’incontro con l’assessore, avevo mangiato e bevuto in abbondanza e in tasca recavo una bustina di eroina purissima: un po’ di tranquillità, finalmente. Anche quella troietta di mia figlia diceva che restava a dormire a casa di quella sua amichetta dalle grandi pere (chissà che fanno quando sono da sole…mmhhh…), e avevo svariati dvd tra cui scegliere per rilassarmi un po’. Macchè! Parcheggio la Rover, e sento una musica indiana del cazzo provenire dall’interno. Ti pareva, qualcosa è andato storto. Esce mia figlia (o così mi sono rassegnato a credere), tutta vestita co’sta tunica larga sgargiante da fricchettona, e dietro di lei una specie di scimpanzé basso, grassoccio e quasi completamente pelato, con una maglietta sporca raffigurante il Che e in sovrimpressione una foglia d’erba (ma che cazz…???), i pantaloni di una mimetica alla zuava e dei luridi sandali da cui si intravedevano piedi che non sembravano aver conosciuto acqua dagli anni ’80 o giù di lì; un disgustoso esercito di ispidi peli gli ricoprivano le gambe e gli spuntavano persino dal colletto, intorno a svariate collanine del cazzo: peli anche bianchi, oltretutto, giacché questo turpe individuo sembrava essere della mia età o giù di lì, oppure se aveva meno di quarant’anni, bè, se li portava decisamente male.

Fa per allungare la mano verso di me, io istintivamente mi ritraggo e vado a prendere i guanti di plastica in bagno, così posso fare uno sforzo e stringere la mano flaccida di questo scimmione, che - mi informa la puttanella raggiante - scrive di cultura sul "Manifesto" (potete immaginare che razza di cultura, non certo Dante o Cavalcanti). Reprimo a stento la scatarrata che stavo per lanciargli in faccia e gli chiedo se abbia anche un lavoro vero, lui ride della battuta (quale?) e dice che fa un po' di volontariato presso non so quale associazione sovversiva, una di quelle cose che fanno i pezzenti per diminuire il senso di colpa dovuto al fatto di essere coglioni. Ha incontrato Marianna a una "cena sociale" in uno di quei postacci dove si riunisce la gioventù malandata, la trova straordinariamente matura (precocemente andata a male, direi io) per la sua età, e si felicita con la mia larghezza di vedute: "è chiaro che tu, pur essendo un imprenditore, sei uno dei nostri". Rispondo dandogli del voi - tentando di ristabilire le distanze - che non mi occupo di politica, e mi dirigo verso il salone, tolgo il cd harekrishnaneggiante dallo stereo e lo lancio dalla finestra tipo frisbee, poi metto su il vinile di "Funhouse" a palla per coprire le blateranti parole dell'individuo, che commenta più o meno positivamente la Finanziaria (riguardo alla quale non mi sono scagliato in questa sede perchè semplicemente non me ne frega un cazzo, tanto c'ho i conti in Svizzera, e se la ditta fallisce tanto meglio, la riapro in Cina o in Romania pagando la manodopera un decimo di quanto dò a queste merde), tirando fuori una busta d'erba mentre io mi attacco al Chivas. Vedo i resti di una cena (Marianna si è guardata bene dal rassettare, la serva latita), e nella mia infinita bontà gli propongo un caffè, ma vede la marca e si rifiuta, parla di sfruttamento e stronzate varie, mi lascia un opuscolo sul "commercio equo e solidale", purtroppo troppo ruvido per pulirmici il culo. Faccio finta di niente, sperando che dopo aver fumato un po' i due si ritirino dalla mia vista per tentare una copula in un luogo più appartato: certo, 'sto scimmione...eppure io l'ho abituata bene...dove ho sbagliato, Laura? Consigliami da lassù.

Tutto stava andando discretamente, ero calmo. Ma quando parte "Loose" mi chiede di abbassare un pochino, per favore: "non amo molto il metal", spiega. Per fortuna sto prendendo delle pillole per mantenere la calma, così sguaino la spada da samurai solo per scherzo, poi alzo un altro po' e gli faccio notare che nel 1970 il metal non esisteva e infatti stavamo tutti meglio. "E' Funhouse!" - "Cosa?" - "Gli Stooges!" - "Chi?" - "Gli Stooges, cazzo! La musica non rientra nella cultura di cui dite di scrivere?" - "Spiacente, compagno, ma certe aberrazioni moderne non le definirei musica. Dovresti sentire qualcosa di più positivo, che ti libera la mente...che so io, i Doors o i Jefferson Airplane..." - "Vi ho detto che è un disco del 1970, coglione, e comunque Iggy Pop anche sull'orlo del baratro è molto più positivo dei vostri atteggiamenti da fattone di merda! Volete del Chivas?", e glielo sputo in faccia. Lui non raccoglie, troppo intento a rollarsi uno spino così sottile che non stordirebbe neppure un bambino dell'asilo (figuriamoci quella troia tossica di mia figlia), ma dice che conosce Iggy Pop, "quello che ha fatto i dischi con Bowie, però quelli erano meglio, qui ci sono tutte vibrazioni negative", insiste. Te le farei sentire io le vibrazioni negative, con un vibratore in culo (come uso con mia figlia quando osa esprimere giudizi sulla mia musica), ma mantengo la calma, come mi ha insegnato lo psichiatra. "Ma scusa tanto, testa di cazzo [questo tanto il voi non se lo merita], sarai un po' più giovane di me anche se sembri mio nonno, però starai intorno ai quaranta, possibile che non ti piaceva il punk?!?" - "Il punk sì, qualcosa, mi piaceva Patti Sm...", CRACK! In qualche modo, non so come, la boccia di Chivas è finita a pezzi sulla sua crapa mezza pelata, ora sanguinante. "Mamma mi portò da ragazzino al concerto alle Cascin...", mormora prima di svenire. Marianna mi guarda con disgusto, scoppia a piangere che sono sempre il solito, che non mi sta mai bene nessuno dei suoi amici, ma io credo di aver fatto del mio meglio per controllarmi, di certo come dice il dottore posso sempre migliorarmi, ma già il fatto di cercare di contenere la mia impulsività credo sia positivo, boh. L'ho sculacciata un pochino controvoglia, poi l'ho lasciata libera di andare a battere con la sua amichetta tettona.

Insomma, a farla breve ho sprecato una bottiglia di Chivas mezza piena e mi è toccato aprirne un'alltra, anche se con i cocci poi mi sono divertito a lavorare l'ano di quella stupida filippina, per cui comunque non mi lamento (si lamenta lei - e che te lo dico a fare? - ma è già tanto che l'ho messa in regola, sono troppo buono, quando imparerà a fare delle pompe decenti forse le ridò anche il passaporto). Sul resto del weekend nulla da dire, non riesco a smettere di ascoltare l'ultimo di Dylan: ne volevo parlare, ma arriverei ultimo e non aggiungerei nulla alla bellezza delle musiche, degli arrangiamenti e (rinnovata sorpresa) dei testi. Suppongo sia una notazione banale ma, come diceva qualcuno, me ne frego.


Posted: 13:14, 8 October 2006
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Le notti bianche

Era destino che non dovessi lavare la Mercedes, ma ne aveva proprio bisogno. La Volvo aveva un problema alle candele, la Rover era ancora sporca dentro del sangue di quella povera ragazzetta dell’est di cui non voglio nemmeno parlare, l’Opel se l’era fregata quella troia di mia figlia (e stavolta anzi che non c’è andata nemmeno a sbattere! Fra un paio di anni, quando potrà prendere la patente, forse si sarà persino disintossicata, chissà…oggi sono ottimista, forse perché è morta la Fallaci?). Insomma, lavo la Mercedes e ovviamente il giorno dopo che la prendo per uscire a cena fuori piove a dirotto. Era destino. Ma d’altronde me l’aveva già rovinata la sera stessa, neppure dieci minuti dopo che ero uscito dall’autolavaggio, quello zingaro di merda al semaforo. Io gli dico no, no, faccio no con la testa, urlo, faccio rombare il motore e cerco di metterlo sotto, ma il bastardo si mette di lato e, mentre le macchine passano dall’altra parte (se no passavo pure col rosso, cazzo mi frega…ma purtroppo resto un cittadino responsabile, anche dopo che ho pippato: troppo buono, come il vecchio Stalin), questo escremento umano coperto di cenci luridi quanto lui si sposta sulla sinistra e da lì tira fuori quella putrescente spazzola unta di schifo e me la sbatte sul parabrezza (schizzando ovviamente anche il cofano!). Mi mangio il fegato, ma la vendetta è pronta: tiro fuori una moneta da due euro, quando fa per prenderla gli agguanto la mano e gli tiro il braccio dentro mentre tiro su il finestrino. Me lo sarò trascinato dietro a 100 all’ora per altri tre semafori, per poi girare verso una stradina di campagna e buttarlo lì in mezzo alla strada, mentre dal lato opposto sopraggiungeva un tir, che purtroppo ha frenato.

Non se ne può proprio più di questa gente: ma se agli zingari ci eravamo in qualche modo abituati, negli ultimi anni nuove flagellazioni si sono abbattute sul nostro ex-Belpaese: non bastavano i negri e i marroni e i gialli, il comunismo persino dopo la sua caduta continua a fare danni inviandoci i suoi degeneri prodotti: slavi vari, albanesi e soprattutto rumeni, che vengono qua e credono di poter fare il cazzo che gli pare. Una buona parte rubano a chi ha come me la fortuna di avere qualche lira da parte, costringendoci così a costosi sistemi di allarme, e pure quelli che lavorano (ce ne sono, lo ammetto) comunque finito il loro turno bevono e importunano le nostre donne, coi loro volgari approcci se non con veri e propri tentativi di stupro. Proprio l’altra sera, frenando di colpo per evitare di mettere sotto un povero gattino, vedo una giovane donna che si divincola in un angolo buio della strada: penso a un litigio in una coppia di fidanzati, può capitare, ma poi guardo bene e vedo lei normale e lui vestito come un profugo: era un rumeno. Salgo sul marciapiede e accendo gli abbaglianti, poi sto per uscire con la chiave inglese ma il bastardo scappa. Peccato che quel giorno avevo scordato la pistola a casa (grosso rischio: quella stronzetta di Marianna ci spara ai piccioni quando è fatta, ma una volta ha beccato un bambino, per fortuna solo di striscio, ma comunque un bel cazzo per il culo). La povera ragazza piangeva, tremava per lo spavento. L’ho convinta a salire in macchina e a bere un goccetto per tirarsi un attimo su. Voleva fare denuncia, ma purtroppo sappiamo benissimo che non sarebbe servito a nulla. L’autobus la lascia lontano da casa, ogni sera le tocca fare dieci minuti di strada isolata al buio, rischiando simili inconvenienti. Stavolta le ha detto bene, mi sono offerto di accompagnarla in macchina. Ovviamente non ho fermato dove ha indicato, ma mi sono diretto verso una viuzza isolata che conoscevo a nemmeno un minuto da lì, e – a farla breve – l’ho violentata io. Molto meglio di quanto avrebbe fatto un qualsiasi rumeno del cazzo (lui, troppo sbronzo per una prestazione da vero maschio e privo di fantasia, non le avrebbe fatto il culo). Voglio dire, ragazzi, io in questo Paese ci sono nato! Vorrà pur dire qualcosa, no?

La troietta non riusciva a smettere di frignare, le ho asciugato le lacrime con una banconota da 200 (veramente sprecata, ma cerchiamo di far sentire importanti queste ragazzette) che poi le ho infilato nelle mutande: un po’ di gas al peperoncino sugli occhi (ce l’avesse avuto lei, ahahah, la prossima volta forse impara) per non farle prendere il numero di targa, e poi anche lei giù dalla macchina in corsa ancora con i pantaloni calati, che mi stava facendo fare tardi al Circolo Cacciatori.

Insomma, abbiamo problemi su problemi con tutte queste etnie del cazzo, non se ne esce più, ma che va a inventarsi il nostro sindaco Veltroni dei miei coglioni? La Notte Bianca! Che palle! L’anno scorso sono riuscito a darmi malato, ma questa volta Michela mi ha quasi ricattato, e allora per non litigare e finire a sberle come al solito mi è toccato immergermi nell’odiata folla festante (chissà poi perché), a patto che si andasse dove dicevo io: ho così optato per una serata di sano jazz, un lungo tributo a Miles Davis (che tu amavi, Laura mia adorata, invece questa cretina sbadiglia quando lo metto e a casa si sente i …bbrrrr…Jamiroquai. Come mi è andata male la vita.).

Usciti dall’appartamento di lei dalle parti di Baldo degli Ubaldi, proviamo a muoverci con la Volvo, ma poco dopo ci rendiamo conto del traffico, e ci rassegniamo (cioè, lei si rassegna, io volevo morire) a prendere i mezzi. Questi ancora non erano pieni, ma a Flaminio sono entrati dei giovani tifosi della Roma (partita vinta) che cantavano urlanti canzoni sguaiate e volgari, sbattendo sulle porte e facendo un casino infernale, il che mi ha fatto sentire ancora una volta la mancanza di un regime autoritario che possa incanalare bene le giovani energie di queste masse di coglioni e reprimere il resto della merda che si portano dentro.
Finalmente a Termini abbiamo cambiato, e già c'era un mezzo casino nella metro. Abbiamo resistito fino a Piramide, poi di fretta (cioè, lei con quei cazzo di tacchi alti se la prendeva con comodo, ma io l’ho presa a calci) ce la siamo fatta a piedi verso la Casa del Jazz, che non è proprio vicinissima: sul sito c'è scritto "scendere a Piramide" con la mappa, ma forse dovevano aggiungere "prendetevela nel culo". E a proposito di prendersela nel culo, quando sono arrivato le non poche sedie erano già abbondantemente occupate dalle masse veltroniane attratte dalla gratuità dell'evento. Mi fa piacere che così tanta gente apprezzi la buona musica o faccia finta, ma la cosa mi prende in contropiede. Proviamo a posizionarci sul prato di lato, ma in piedi non si può stare, ostruisco la visuale e uno spagnolo (no comment) viene a dirci di sederci. Proviamo a spostarci, ma poi devo rassegnarmi a godermi l'evento seduto sul nudo e umido prato: non si vede una mazza, a causa della gente che siede sul muretto, ma la musica parla da sé: il primo gruppo (signori jazzisti, ma non ricordo ora i nomi) di questa serata dedicata al grande Miles Davis propone un omaggio a "Kind of blue": dopo una breve intro, partono le immortali note introduttive di "So what" su cui il gruppo jamma alla grande in una lunga versione. Ancora più lunga la versione di "All blues", che mi pare concludesse il disco capolavoro (disco che tutti voi ovviamente conoscete a menadito, se no siete delle enormi merde). Poi fanno un pezzo loro, e si libera finalmente la sedia del tavolino accanto a me. Libidine. (Michela resta a terra, e gli cicco sopra col sigaro.) Finalmente vedo la band, soprattutto il batterista: che rigore, che sobrietà! Continuano con pezzi da altri dischi del periodo, tra cui lo scatenato "Dottor Jekill". A seguire, dopo 15-20 minuti di pausa, l'incognita della serata: la rilettura ("aggiornata" ai giorni nostri) del Miles Davis elettrico ad opera del “collettivo Baba Yoga” + ospiti: ora, voi capite bene che da una cosa in cui c'è di mezzo la parola "yoga" non può venire niente di buono (e anche la parola “collettivo” non risolleva di molto le cose!). Eppure i primi due lunghi pezzi (il primo una ulteriore rilettura funkeggiante di "So what") sono esempi di fusion creativa e pulsante, tutto sommato più krauta che prog, il tizio alle tastiere è una belva e pur sfiorando spesso il cattivo gusto non lo abbraccia, le percussioni elettroniche abbinate alle tablas sono interessanti, in certi punti sembrano i Can prodotti da Aphex Twin. Col terzo pezzo, ancora...ehm..."All blues", non c'è molta differenza con l'originale, solo rovinato. Un po' inutile. Poi restano solo in due agli electronics con la voce registrata di una donna mediorientale, mi pare...mah. Col ritorno degli altri la catastrofe: arriva un tizio scuro col fez che suona un violino arabeggiante, poi inizia a cantare tipo muezzin...un fottuto arabo di merda! Diventa un gruppo di orribile musica etnica del cazzo, una cosa orribile (oltre che banale e scontata), con pezzi lunghissimi, interminabili. L'intro di un pezzo da "Bitches brew" fa ben sperare per un ritorno a cose più attinenti, ma è solo un canovaccio su cui spargere merda razzialmente impura a tutto spiano. Dopo un bel po' la tortura finisce.
Dopo incessante attesa, ben oltre la mezzanotte sale l'ultimo gruppo (capitanato dall'ottimo batterista Roberto Gatto), il più atteso, un omaggio al mitico quintetto 1964-1968, di cui conosco bene l'ultima produzione, un po' meno la mezzana (eri tu l’esperta, Laura, di questa e di tante altre cose, la tua testa era un diamante, dentro e fuori…Dio mio, cosa ho perduto), ma loro attingono principalmente dalla prima o comunque da dischi che non ho mai sentito: ovviamente un pezzo più bello dell'altro, ma viaggiano intorno ai 15 minuti, con assoli di tutti e rarefazioni ritmiche per il piano e il basso (cioè restano soli), il che – unito agli psicofarmaci, alla stanchezza e al sonno arretrato – rende veramente difficile seguire le splendide variazioni sui temi proposti.
Vorrei andar via prima, ma sono stoico e resto fino alla fine, ben oltre l'una e mezzo (d'altronde l'orario classico per la chiusura di un concerto nella Capitale!): viene annunciato un bis con ospiti (dal primo gruppo a esibirsi), facciamo l'ultimo sforzo...ma è ancora una volta "So what", ma
possibile, con tutti i pezzi che ha scritto e suonato quest'uomo! E che cazzo! Basta, via dalla folla.


Posted: 15:05, 17 September 2006
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Volevo parlare del nuovo album di Dylan ma poi me ne sono scordato...

Il mondo degli affari non è tutto rose e fiori. Un tempo si aveva a che fare con personalità di prestigio, gente che ci sapeva fare, che sapeva vivere. In parte è ancora così. Ora alle vecchie generazioni si sono succeduti figli incapaci, nipoti indegni, giovani rampanti in preda alle droghe più disparate e a una smania di potere che è solo personale e non ha quella sana spinta di conservazione dello stato delle cose che fino a qualche decennio fa ci metteva al riparo dalle idee balzane del comunismo e simili. Senza questa sovrastruttura morale è chiaro che non si va lontano, c’è solo ambizione personale che non giova né alla propria azienda né all’economia in sé. Anch’io penso ovviamente al mio culo, anch’io penso a spassarmela alla grande, ma credo di avere un etica (professionale e non solo) tale che anche quando schizzo in faccia a una minorenne strafatto di crack mi fa tornare poi coi piedi per terra, per poter amministrare seriamente la mia azienda e svolgere il mio dovere di oligarca, ben consapevole di avere il suo posto in una struttura atta a sottomettere il volgo ignorante e indegno della parità sociale. Ma tutto questo va lentamente scomparendo.

Si ha sempre più a che fare con gente incompetente e raccomandata, specie nel settore degli appalti: le cose già si stavano già mettendo male da tempo, ma chiaramente con governo, regione e giunta di sinistra le cose sono precipitate. Per piazzare qualche water scheggiato in un ospedale per lebbrosi o qualche lavandino difettoso in una qualsiasi scuola elementare del cazzo, ci tocca avere rapporti con gente assolutamente indegna del posto di relativo rilievo che occupa: oltre ad arrivisti e idioti vari, il tasto dolente (indipendentemente dall’aria che tira in politica, per cui non c’è speranza) è indubbiamente rappresentato dalla lobby giudaico-omosessuale. Che gli ebrei stiano rialzando la testa sempre più non è un mistero per nessuno, purtroppo i forni non erano abbastanza capienti e dopo la guerra tutti questi mollaccioni pseudodemocratici si sono lasciati impietosire come babbei (per quattro morti), e hanno lasciato fare a questa gentaglia il cazzo che gli pareva: passi la costruzione del discutibile stato sionista (che è un eterno pugno al culo per la situazione mondiale, ma almeno fa girare un bel po’ di soldi nel commercio di armi; e poi, se si fossero veramente trasferiti là in blocco, un paio di bombe atomiche al momento giusto e paff! passata la paura), ma tutto il potere economico ne è uscito sempre più rafforzato…per non parlare di quello culturale! E, a farla breve, non è finita qua: negli ultimi decenni – a causa delle ideologie perverse e delle idee balzane uscite fuori dal ’68 al ’77 – si è affermato sempre più, persino nel nostro cattolicissimo paese, un parallelo potere occulto capeggiato da luride checche, che adesso hanno anche l’ardire di uscire fuori allo scoperto! Che tempi ingrati. E negli ultimi 7-8 anni ho notato un progressivo avvicinarsi di queste forme striscianti di potere, fino all’alleanza in alcuni casi. E’ sempre più frequente trovare un assessore o un sottosegretario finocchio o ebreo, o tutti e due insieme, e di solito quando c’è un qualche rimpasto o ribaltone l’uno si succede all’altro. E a me tocca ricevere questa gente, o peggio ancora andarci a cena.

Ma al peggio non c’è limite: se l’ebreo si limita a non mangiare carne di maiale (e questo già ti fa capire che della vita non c’ha capito proprio un cazzo, esattamente come i musulmani, altro grosso problema se non li fermiamo alla svelta con le cattive), c’è gente che la carne non se la mangia proprio: questa strana mania – immagino anch’essa legata a idee sinistroidi – ha preso piede sempre più, e negli ultimi mesi sarà già la seconda o terza volta che mi trovo a cena con qualche fighetto comunista (per fortuna non sempre frocio) che, vedendomi addentare una bella bistecca al sangue, mi guarda sconvolto come se mi stessi inculando un bambino negro (embè, poi, anche se fosse?). Perché il problema non è tanto che questi non ordinano il secondo (tutto sommato cazzi loro, anzi anche meglio se pago io!), è che vorrebbero importi le loro scelte balzane, convincerti che stai sbagliando a fare un bel pasto come Dio comanda. Inizialmente la prendevo sul ridere, poi – forse l’ipersensibilità, dovuta al fatto che anche quella mignotta di mia figlia per due o tre mesi s’era fissata con questa mania (poi ha lasciato perdere…le piace troppo il salsiccione, specie quello di papà, ahahah) – ha cominciato a rodermi un po’ il culo. Cioè, sei tu che sei strano, perché mi devi scassare i coglioni?

Ma, nella mia infinita bontà e comprensione, posso comprendere tutto: alla fine capisco chi non vuole fare del male alle bestie, tutto sommato sono meglio degli uomini. E poi anche la buonanima di Adolf era vegetariano. Però la cosa non finisce qui: c’è gente profondamente malata che, per qualche imperscrutabile motivo che mi sfugge, oltre a non mangiare carne e pesce, non mangia uova, latte e derivati. E allora che cazzo si mangiano, vi chiederete? Boh, roba strana come la soia, un coso chiamato “tofu” credo, poi frutta e verdura a volontà. Suppongo che almeno vadano bene al cesso. Per me andrebbero internati. C’è gente che muore di fame in tutto il mondo e questi fanno pure storie, li manderei qualche mese nello Zimbawue o in qualche altro paese inferiore, poi voglio vedere se ti viene fame! (Poi un amico mi spiegava che ci sono delle categorie di veri malati mentali, come i “fruttariani” che mangiano solo frutta, altri che si nutrono solo di bacche e radici – tipo Hansel e Gretel – e altri ancora che - per rispetto alle piante, immagino - mangiano solo frutta caduta spontaneamente dalle piante, il più delle volte marcia: non so il nome, credo siano una specie di setta, probabilmente vivono nelle caverne, da dove spero andrà un giorno qualcuno a stanarli con un lanciafiamme, per una sempre benvenuta esecuzione sommaria.)  Questi mentecatti si chiamano “vegan”, mi pare, forse perché credono di vivere sul pianeta Vega, o non so cosa.

Allora, la settimana scorsa vado a cena con Michela (purtroppo ogni tanto mi tocca portarmela appresso, lei è convinta di essere la mia donna…prima o poi toccherà affrontare questo argomento) da quel pirla delle rubinetterie verso Fiano Romano; un tipo giovane e in gamba, credevo, sta pure con una gran fregna che fa ancora l’università (mi pare scienze della comunicazione, una di queste nuove facoltà improduttive che non servono a una mazza). Arrivo alla villetta, e una volta entrato vicino all’ingresso vedo una specie di altarino del cazzo, con un piccolo Budda e altre fregnacce orientali o indiane o non so che. Io non ho mai capito se uno diventa vegetariano perché è buddista o se diventa buddista perché è vegetariano, ma credo ci sia un qualche collegamento, fatto sta che questi due virus sembrano spesso collegati tra loro. Ora, forse alcuni di voi si saranno fatti delle idee sbagliate su di me, penseranno che sono razzista o di vedute ristrette. Liberi di farlo. In realtà io ho un profondo rispetto per gli orientali e le loro ataviche credenze, credo che vivano (o meglio che vivevano, visto che si sono omologati alle nostre cazzate) meglio di noi. Ma, parliamoci chiaro, per credere a una religione ci devi vivere dentro, essere nato, ti deve essere stata inculcata da piccolo, e anche la vita quotidiana del paese in cui vivi deve essere improntata su quei principi. Così ha senso. Ma noi siamo occidentali, intrinsecamente atei, materialisti forzati, e ci immaginiamo eventualmente Dio con la barba e con una grossa verga, vendicativo e cazzuto, porco Dio! Ma siamo seri, come stracazzo si fa a diventare buddisti?!? Questa è tutta colpa di quella merda sinistroide: le comuni, i fricchettoni, Jeck Kerouac, Siddharta, Jim Morrison e Jovanotti, tutta una poltiglia di non-idee mischiate insieme e date in pasto a queste teste di cazzo, i cui genitori non hanno saputo usare il necessario pugno di ferro in culo nell’educarli. Istupiditi dalle droghe leggere (manco quelle pesanti!) e dai falsi ideali, si attaccano a queste minchiate. E’ giunta l’ora di proclamarlo a chiare lettere: il karma, il dharma, il tantra, il mantra, lo yoga, la meditazione trascendente…è tutto soltanto un grosso mucchio di merda!

Uff…scusate lo sfogo! Insomma, a tavola questo idiota comincia a far portare dalla donna robette macrobiotiche, risotto al radicchio, sto pastrocchio de “tofu” o come cazzo si chiama… tutte cose raffinate, ma che alla fine non sapevano di niente, vuoi mettere due rigatoni alla pajata! E spiegava la sua scelta di vita, era uno di questi abitanti di Vega, la ragazza pure fissata, e cominciano poi a parlare di queste cazzo di filosofie orientali, e io fra me e me comincio a smadonnare (pensa che quando ero ragazzino a tavola con papà si parlava di armi che potessero essere usate da un bambino, e invece ora guarda come ci siamo ridotti), soprattutto quando Michela comincia a discutere pure lei di queste boiate (che poi lei che ne sa, povera cretina, che ha fatto l’istituto tecnico, le sue conoscenze e qualità sono ben altre!), e il karma, e il tantra, il mantra…che par di palle! Mi metto un altro po’ di parmigiano grattugiato (unica concessione per noi “eretici”, grazie, grazie tante) nel risotto, così almeno sapeva di qualcosa, e levo di mezzo il contenitore, ma dimentico il cucchiaino sul tavolo. Dopo una buona mezz’ora di cibi insipidi e di argomentazioni pseudofilosofiche orientaleggianti con cui non intendo tediarvi, finalmente con la macedonia si inizia a parlare di lavandini e bidet (era ora). Mentre viene servito il dolce (o presunto tale, visto che non c’era dentro né latte né uova), al tizio cade l’occhio sul contenitore del formaggio grattugiato, e si fa ansioso: “Dov’è finito il cucchiaino?”, chiede. Gli dico che l’ho lasciato là, vicino al vino rosso. Diventa viola in faccia. “Oddio [perché non dice “Obbudda”?], l’ho preso io per la macedonia!” – “E vabbè, ciò che non strozza ingrassa”, gli rispondo, come diceva sempre nonna, che in tempo di guerra di gatti se n’è magnati a volontà! Non faccio in tempo a finire la frase che lo vedo scavalcare tutti e correre verso il bagno. Imbarazzo generale. Così tiro fuori la roba e ci facciamo tutti uno striscione, la ragazza credeva fosse coca e va lunga sulla poltrona. Allora faccio un cenno a Michela, che va su di lei e comincia a sbottonarla e a leccarla ovunque, poi le sfila le mutandine e finalmente usa la sua bocca per qualcosa più alla sua portata che il misticismo orientale, mentre io mi faccio una grossa sega e vengo fin troppo in fretta sui riccioli freschi di parrucchiere della studentessa semisvenuta. Mi scappava anche da pisciare, ma il tizio ha liberato il bagno, quindi ho usato la via normale. Praticamente questo coglione è andato al cesso e si è messo due dita in gola per vomitare tutto, non potendo tollerare l’idea di aver ingerito qualche milligrammo di formaggio rimasto (forse) attaccato al cucchiaino. E’ tornato bianco come un lenzuolo, ha fatto una mezza giravolta-riverenza davanti all’altarino del piccolo Budda e si è scusato, poi ha messo il cucchiaino da solo nella lavastoviglie con una pastiglia di disinfettante e ha messo in funzione. La ragazza si è addormentata, gli dico, forse non è abituata al vino. Tutto ok, per l’affare attende il mio contratto da firmare. Allora lo invito a venire in ufficio qualche giorno dopo, anzi no, per sdebitarmi lo invito a cena per giovedì sera. La mia domestica si intende di cucina vegan, gli assicuro. Tutto contento, accetta.

Alla serva ho dato invece un giorno libero, ho fatto poi venire a servire un trans amico del mio ragioniere. Ho fatto un intruglio di verdure in parte tritate e in parte passate, poi sono sceso in cantina. Avevo ancora nel freezer un paio di braccia di quel bambino zingaro che ho messo sotto per sbaglio verso Pasqua: puzzava così tanto che manco i dobermann l’hanno voluto, poi mi ero scordato di disfarmene. Questa era l’occasione buona. Ho disossato pazientemente sto schifo, messo tutto nel frullatore e ridotto tutto a una poltiglia che ho poi mischiato alle verdure, speziato a volontà, e già che c’ero ci ho anche sborrato dentro. Con questa schifezza ho condito il cous-cous per gli invitati: la coppia buddista, Michela e Silvia (si odiano ma se vogliono i miei soldi devono condividere il desco, e ogni tanto anche il letto), quella troia di Marianna con la sua nuova fiamma, un ragazzo rachitico con gli occhiali, la solita zecca malmessa (ovviamente il rasta è durato poco…a questo gli do al massimo quattro giorni) Devo dire che il piatto aveva un buon aspetto. Gli ospiti hanno gradito molto, hanno chiesto la ricetta, ma quella è un segreto, spiacenti! Io purtroppo ero indisposto, ho potuto mangiare solo un po’ di riso in bianco. Che peccato.


Posted: 11:36, 3 September 2006
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FAUST - Palamazda, Milano, 24 agosto 2006

Questo sospirato soggiorno sul mio yacht sembra essere decisamente partito col piede sbagliato: prima quel coglione di sub che va a cacciarsi sotto l’elica del motoscafo, poi Marianna mi va in overdose a ferragosto (chiaramente non mi muovo per queste cazzate, c’ho la serva apposta, poi è ora che si responsabilizzi), ora addirittura in Sardegna vanno a cacciare fuori una “tassa sul lusso”! A questo ha portato affidare la nostra fragile nazione alla sinistra! Come se esistesse una tassa sulla povertà… Dall’anno prossimo me ne vado in Corsica, almeno la Francia ha un governo serio che non se la prende con chi ha la fortuna di avere due lire da parte. In mezzo a tutto questo c’è Michela che mi tempesta di telefonate, sms e squilli, dice che si sente trascurata e stronzate varie…con quello che le passo al mese non penso che abbia il diritto di sentirsi trascurata, ma queste troie si vanno facendo sempre più esigenti. Colpa mia che credo ancora alle relazioni stabili: devo rassegnarmi, nessun’altra potrà mai sostituirti, Laura, tu eri un esemplare unico. Non pensiamoci.

Un’interruzione imprevista ma piacevole è stata quella di giovedì scorso, per il concerto dei Faust a Milano. Quando ho letto la mail di un vecchio amico pochi giorni prima non volevo crederci, ma ho controllato ed era vero: i Faust gratis alla festa dell’unità (bleah) di Milano, con la nuova formazione di Jean-Hervè Peron, per una data unica come al solito (raramente fanno un vero e proprio tour, tranne l’anno scorso qualche data in Gran Bretagna). Essendomi perso la data dell’anno scorso in Sicilia, stavolta ho sfanculato tutto e mi sono precipitato in aereo verso quel che per me resta la Capitale morale d’Italia: è sempre un piacere lasciare la pigra e inconcludente vita romana, dove mi hanno costretto le mie infauste scelte aziendali, per venire a respirare un po’ di seria vitalità a Milano, dove la gente è attiva e si dà da fare. Un tempo venivo spesso, quando avevamo la fabbrica vicino Varese, quanti impicci abbiamo combinato…acqua passata. Ora passo soltanto ogni tanto per qualche incontro o quando c’è da portare qualche somma particolarmente ingente in Svizzera. Questa volta ne ho approfittato per salutare il nostro vecchio avvocato, presentatosi come al solito con una vistosa strappona al seguito; ci siamo presi un paio di Campari e gin insieme, e devo purtroppo segnalare che anche qui, persino nei bar più di lusso, sta prevalendo la deplorevole abitudine di assumere cinesi: in uniforme, padronanza della lingua e tutto, ma pur sempre cinesi. E’ irreversibile, lo stile va scomparendo. E’ diverso da quando ti serve il negro, quello ha sempre dietro quella sana tradizione di schiavitù consapevole che lo rende tutto sommato simpatico (quando sta al suo posto, ovviamente). Questi invece ti guardano con queste facce inespressive, non sai mai che pensano, e sotto sotto mantengono quell’aria distante e superba, quella dignità orientale del cazzo…e poi ci stanno veramente invadendo, non se ne può più. Persino al Grand Hotel Verdi, vabbè che è solo un quattro stelle (il mio preferito, il Grand Hotel Duomo, costruito con gli stessi marmi della cattedrale, era inspiegabilmente pieno), ma è pur sempre un hotel di classe…niente, a portarmi nella suite lo champagne ghiacciato (cioè, facciamo finta che fosse ghiacciato, non voglio innervosirmi) ecco che arriva un cinese del cazzo! Uff…ok, almeno in via Monte Napoleone tutto era come al solito, ho preso un completo e un paio di camicie da Armani e un paio di occhiali da sole da Gucci; sono andato da Cartier per comprare un collier per Michela, poi per fortuna mi sono fermato e mi sono chiesto: perché buttar via tutti quei soldi per quella zoccola? E le ho preso un…come diavolo si chiama, boh, un braccialetto per la caviglia con un rubino, così mi dà ancora più gusto quando mi calpesta. Offerto con un po’ di coca, dovrebbe bastare a tenerla buona per un pochino.

 

Ma veniamo al motivo del viaggio: i Faust, che il lettore serio ovviamente conosce benissimo o si impegnerà a conoscere da questo preciso istante, pena la dannazione eterna. Attivi in Germania dal 1970 al 1975 circa, poi lo scioglimento per mancato successo (nonostante un certo seguito raccolto in Inghilterra, la Virgin li fa fuori), e vista la vena sovversiva e incostante della loro musica, che andava contemporaneamente in tutte le direzioni senza farsi tanti problemi di stile, ciò non stupisce: troppo strani anche per il krautrock; (anch’io inizialmente non li amavo, mi sembravano troppo zappiani, per fortuna che tu, Laura, hai insistito: tu eri aperta a tutto, vedevi più lontano di me, di tutti…perché l’ho fatto, perché?) poi la reunion prima a due poi a tre verso la metà degli anni ’90, poi dopo il 1997 ancora in due, con solo Zappi Diermaier e Hans-Joachim Irmler che continuano fino a poco fa con altri elementi (nel frattempo sono usciti ottimi album in studio); l’anno scorso, il colpo di scena: il percussionista Zappi abbandona il dittatoriale tastierista Irmler e si ricongiunge col bassista e cantante Peron, formando una line-up a quattro con due membri degli Ulan Bator, discutibile ma coraggioso gruppo d’oltralpe; contestualmente Irmler continua a chiamarsi Faust con le reclute degli ultimi anni. In conclusione, abbiamo ora due formazioni chiamate Faust: quella più sognante e dadaista con Peron e Zappi (purtroppo Rudolf Sosna – un po’ il Barrett della band, autore di gran parte delle cose più legate alla forma canzone – è morto da anni per ragioni legate all’alcoolismo e non ha mai partecipato ad alcuna reunion), e quella più pesante e “industrial” con Irmler (vista un paio d’anni fa a Firenze). In quest’occasione abbiamo la possibilità di bearci della prima, e accettiamo felici l’invito a riascoltare finalmente anche i vecchi pezzi che sono stati reinseriti nel repertorio nelle date inglesi dell’anno scorso.

Così mi turo il naso e mi faccio lasciare dal taxi davanti alla festa dell’unità, dove già l’anno scorso mi era toccato recarmi per vedere l’enorme concerto dei Wilco (considerata all’epoca “la cosa migliore fatta dalla sinistra in cinque anni”, commento di un loro elettore al concerto). Ma l’anno scorso era mi pare la festa nazionale, stavolta era la solita festicciola del cazzo, e oltretutto apriva proprio giovedì, per cui gran parte degli stand erano ancora chiusi, e non c’erano in giro troppe zecche e radical-chic dei miei coglioni, il che è un bene per me ma male per i Faust, che – in mancanza di una nutrita schiera di fans, resa impossibile dal periodo e dalla inesistente pubblicità data all’evento, di cui si è comunque saputo (chi lo sapeva) credo non prima di agosto – non hanno potuto neppure beneficiare del grande afflusso di pubblico casuale dato da tale collocazione…ammesso che un pubblico casuale avrebbe resistito più di mezz’ora alla non facile proposta del gruppo tedesco (si fa per dire, attualmente è composto di tre francesi e un austriaco!). Parentesi: buffo vedere i Faust alla festa dei comunisti pentiti; pensate che svariati anni fa avrebbero dovuto suonare a Roma in un famoso centro sociale (una delle piaghe della Nazione), ma gli zellosi non vollero perché il gruppo in una vecchia intervista si era definito “nazista”, cosa chiaramente impossibile (purtroppo!) per il tipo di “arte degenerata” proposta. Così la cosa saltò, e altre soluzioni non vennero considerate perché gli organizzatori – anche loro zecche politicizzate – non volevano far pagare un prezzo che non fosse politico, e così a farla breve una decina d’anni fa ci siamo persi i Faust in Italia per la demenza di questa gentaccia che organizza i concerti. Purtroppo, si continua a dar credito alla sinistra, e tutti ne pagano le conseguenze.

Ordunque: dopo aver tracannato un paio di birre fuori del Palamazda, inspiegabilmente chiuso fino a poco prima dell’inizio della serata, disturbato in meno di 45 minuti da tre rappresentanti di varie etnie inferiori che volevano vendermi cose inutili (l’ultimo dei quali così insistente da farmi ricorrere al mio spray al peperoncino), finalmente sono entrato nella struttura dal brutto nome e, dopo il solito pessimo gruppo spalla (ve li segnalo negativamente, si chiamano Melloncek e fanno irrimediabilmente CAGARE: non sono nemmeno in grado di descrivere il loro fusion?prog?post?merd?rock fatto di banalità assortite e cambi immotivati, avevano le solite facce da cazzo tipiche dei musicisti italiani, sembravano molto convinti, non so di cosa; il bassista aveva i rasta (…) e c’era un percussionista sulla cinquantina fomentatissimo che non c’entrava una mazza. Condanna senza appello. Se poi andate a leggere quello che scrivono sul loro sito vi rendete conto del dramma psichiatrico di questi falliti senza speranza che magari, chissà, hanno pure un pochino di successo – per essere chiamati ad aprire per i Faust… – mentre ci saranno migliaia di gruppi con passione e qualche idea che si sbattono continuamente nelle cantine inascoltati…), insomma dopo questa chiavica di gruppo, che almeno ha avuto il buon gusto di suonare solo una mezz’ora, ecco finalmente poco dopo salire i tre Faust. Sì, solo tre, formazione purtroppo ridotta perché uno dei due Ulan Bator era indisponibile per un lieto evento familiare: questo influirà credo non poco sulla riuscita della serata.

 

Già a guardare il palco ci si fa un’idea di ciò che la serata può riservarci: oltre a strumenti più tradizionali come due tastiere, batteria, chitarre, ecc, abbiamo sulla destra un altro set di percussioni con lamiere sospese in alto e altra roba strana, accanto c’è una tavola da stiro col ferro e dei panni appoggiati; verso il centro c’è un grosso bidone malandato di metallo, appoggiato da una parte il disco di una sega circolare dentellata, per terra un trapano e una smerigliatrice, credo…sul lato sinistro c’è una betoniera. Un lato “industrial” rimane evidentemente anche in questa nuova incarnazione del gruppo. Verranno usate altre percussioni “volanti” (nel senso che le usano e poi le frullano via), oltre a vari effetti e aggeggi. La musica? Beh, dopo una breve introduzione in cui si fa fare a tempo “hum” al pubblico (esperimento diciamo riuscito, considerando anche la sala non proprio affollata) hanno iniziato con una canzone vera, mi pare fosse “Lauft…Heist…ecc ecc ”, dal 4° album, col vecchio Peron (vecchio fricchettone coi capelli bianchi lunghi, vestito con abiti da fricchettone macchiati dappertutto) che prima si accompagna alla chitarra acustica, presto sommersa dalla quella elettrica del giovane Cambuzat sulla sinistra, poi passa al basso, suonato piuttosto rudemente, mentre il panzuto Zappi passa incessantemente dalla batteria sul fondo alle percussioni sull’estrema destra, le cui raffinatezze verranno anch’esse in parte coperte dal volume eccessivo (almeno stando sotto il palco) del chitarrista. In questo modo il trio diventa spesso un duo, anche considerando che Peron quando non fanno canzoni vere e proprie (cioè per metà concerto) non suona ma va in giro a piedi scalzi cantando – parlando – declamando – urlando cose in francese, inglese e finanche italiano, avvalendosi di percussioni varie, soffiando in uno strano corno o suonando (anche benino) la tromba, fresando o trapanando, insomma si dà da fare, a un certo punto si rende anche utile stirando la maglietta di uno spettatore (ripetendo insistemente “there’s nothing serious about music”, affermazione che non mi trova del tutto d’accordo), ma dal punto di vista strumentale il suono ne risulta un po’ sguarnito: immagino che con l’altro Ulan Bator a chitarra e basso il muro di suono sia più coerente.

Stasera, almeno da quello che si sente sotto il palco, è invece carente, specie nella seconda parte della serata, più dedicata alle canzoni, mentre dopo il primo pezzo di cui dicevamo iniziano le surreali improvvisazioni (o meglio “momenti meno legati alla forma canzone”), a volte riconducibili a veri e propri pezzi (il primo è il recitativo finale di “Miss Fortune”, dal primo album), altre volte fini a sé stesse, ma non ci si fa caso per la nota attitudine surrealista del gruppo e per la presenza scenica dei tre individui, che si alternano agli svariati strumenti: oltre al deambulante frontman e a Zappi che si alterna a batteria/percussioni/tricchettràc/lamiere/ecc, il nuovo acquisto Cambuzat si alterna – con risultati alterni – alle chitarre (suonate o pizzicate discretamente o massacrate, con dispendio di crybaby ed effetti vari) e alle due tastiere, a un certo punto accende la betoniera, poi la fa cigolare trascinandola avanti e indietro; sul medesimo rumore campionato in studio si innesta un breve mantra che, viste le farneticanti dichiarazioni di Peron che fa riferimento all’ “other side of the machine”, forse è una ripresa dell’omonimo tema tratto dal disco doppio realizzato all’epoca col minimalista Tony Conrad, forse no. Dura poco, comunque: a mancare in questo concerto è proprio l’aspetto più krauto e ossessivo della band, forse anche per la line-up ridotta che non consente certo lunghe cavalcate marziali, pena la noia. C’è però intatto tutto lo spirito sovversivo dei Faust, e a confermarlo ecco annunciata una cover di Bob Dylan, che dalle frasi urlate tra una trapanata nel bidone di Peron e le scintille che partono dalla sega circolare smerigliata da Zappi (mentre il giovane sulla sinistra prima suonicchia, poi trascina e sbatte in giro la chitarra) si arguisce essere un’originalissima versione di “Hard rain’s gonna fall”.

Dopodiché, passati ormai tre quarti d’ora composti perlopiù di rumori assortiti, passiamo ad un’altra fase del concerto, quella delle canzoni: graditissimo il divertente reggae di “The sad skinhead”, dal 4° album (saccheggiato in questa serata), anche se la chitarra elettrica di Cambuzat sommerge quella classica di Peron, e il risultato non appare proprio perfetto; a seguire un simpatico e romantico walzer che potrebbe essere un inedito, oppure sta sugli album degli anni ’90 e io non lo ricordo. A seguire Peron lascia la chitarra acustica e prende il basso, cosa che ristabilisce un volume bilanciato nella band, ma non necessariamente un’unità artistica coerente, perché: a) i Faust non sono certo, né potranno mai diventare (?) un power trio; b) la tecnica bassistica di Peron, almeno dal vivo, è abbastanza approssimativa (e verso la fine il basso sembra pure un po’ scordato). Considerando il lavoro chitarristico dell’altro, costretto a passare di palo in frasca per coprire tutto, e a volte tirato un po’ via, il sound che ne risulta sembra essere di una punk band, neppure delle migliori. Beatamente incuranti di ciò, i tre folli si lanciano in una versione “strimpellata” (o comunque molto diversa dall’originale) della marziale “Mamie’s blue” (da “So far”, 2° album), fortunatamente breve, poi parte l’inconfondibile ritmo ossessivo Velvet/Suicide di “It’s a rainy day, sunshine girl”, dal medesimo album, che più di tanto è impossibile rovinarla, così esce fuori una discreta versione, che fa però rimpiangere la presenza di qualcun altro che suoni. Infine Peron, sempre più fomentato, annuncia il classico blues 70’s di “Giggy smile” da “Faust IV” (francamente uno dei pezzi più invecchiati del loro catalogo, secondo me), che a me non sarebbe mai venuto in mente di proporre senza l’organo e comunque in formazione così ridotta: a loro sì, e quello che ne esce non è proprio bellissimo (a cominciare dal cantato), è la catastrofe finale, in un paio di occasioni persino la batteria sbaglia a entrare. (Raccontato così sembra un disastro, ma la simpatia, moralità e convinzione degli esecutori rendono la serata coinvolgente, queste sono osservazioni fatte a mente fredda.) Finita la prima parte della canzone, arriva la divertente marcetta col buffo e ossessivo solo di organo eseguito dal valente Cambuzat (la chitarra è stata mandata in loop), su cui si innesta un bordello della madonna, sul quale a un certo punto Peron (che prepara prima due bacinelle di roba che manda fumo) si strappa letteralmente la camicia, si cala pure i pantaloni e completamente nudo svela due televisori (prima nascosti da un telo) che rovescia e distrugge a picconate (meglio di Iggy Pop! Sicuramente più sincero, almeno adesso) mentre il giovane sbatte la chitarra in giro e apre un paio di fumogeni rossi, che in breve invadono il palco e le prime file del pubblico (compreso me che bestemmio), continuando poi tutti a fare un gran casino per svariati altri minuti, dopodiché salutano la piccola folla entusiasta e se ne vanno.

A questo punto, dopo 75 minuti di musica e performance, non c’era nemmeno bisogno di un bis (anche perché dopo una roba così che altro fai, dai fuoco al locale?): ma, chiamati a gran voce dal non foltissimo ma motivato pubblico, eseguono tra le macerie una sgangheratissima versione di “It’s a bit of pain” (ancora una volta dall’ultimo album, ma risalente a due anni prima), con la quale fortunatamente si congedano del tutto.

Raccontata così non sembrerebbe forse una gran serata, ma all’aspetto strettamente musicale va aggiunto quello visuale e performativo, che ha reso l’happening (di questo dobbiamo parlare quando parliamo dei Faust dal vivo) piacevolissimo e degno della trasferta: unico rimpianto, chissà come sono quando suonano in quattro e dopo aver provato (il giovane Cambuzat ammetterà dopo il concerto che non si vedevano da un mese…). Lo spirito beffardo e dadaista della band rimane inalterato. Certo, è stato un piacere risentire i vecchi pezzi insieme alle folli improvvisazioni, ma resta da vedere che cosa sarà in grado di produrre (discograficamente parlando) questa nuova incarnazione (o “deriva”, come ammette un po’ tristemente Peron, per il quale i veri Faust si sono sciolti nel 1997) della band. Irmler con Zappi ha fatto l’ottimo “Ravvivando” nel 1999 e un discreto album solista l’anno scorso, che combineranno ora questi altri folli? Attendiamo frementi.

 

Ritornato alla dura realtà della squallida periferia milanese, ho chiamato un taxi e – non riuscendo a trovare una puttana decente nei paraggi – mi sono fatto portare prima al centro, ma a quanto pare non è più la Milano da bere dei bei tempi, così mi sono spinto ai Navigli, dove tra i vari localacci pieni di plebaglia mi sembrava di averne trovato uno decente in grado di servirmi un Bloody Mary come Cristo comanda: purtroppo era infestato da svariate checche (un’altra delle piaghe della Nazione, su cui prima o poi mi toccherà soffermarmi), una delle quali a un certo punto ha cominciato a rompermi le palle invitandosi al tavolo e rischiando anche di farmi cadere la coca; malgrado i miei insulti si è attaccato, e ha provato a seguirmi all’uscita, finendo dritto dritto nel Naviglio. Purtroppo sapeva nuotare ed è sopravvissuto, spero gli sia venuto almeno un raffreddore. Fattomi riportare all’hotel, ho chiesto un altro po’ di champagne e soprattutto se avevano carne fresca da offrirmi entro breve tempo, perché ero un po’ stanco. Dicono “non si preoccupi”, io invece ero preoccupato, e infatti…ci avrei giurato…dopo cinque minuti mi bussa alla porta questa puttana, ovviamente cinese. Non me la sono sentita di mandarla indietro, l’erezione da coca andava soddisfatta, ma ho sfogato tutta la mia rabbia sulla poverina che credo abbia avuto dei problemi nell’evacuazione intestinale durante i giorni successivi. Nessun rimorso, è stata pagata più che bene, specie considerando l’etnia di seconda scelta.

La mattina dopo in aereo accanto a me in business class si siede un cinese, e aveva il medesimo completo di Armani che indossavo io. Sono andato in bagno e ho vomitato come un cane.


Posted: 16:55, 26 August 2006
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ROLLING STONES - Olympiastadion, Berlino, 21 Luglio 2006

Dio, quanto mi rode il culo! Ieri sera sono rientrato in villa stanchissimo, ho parcheggiato la Volvo nel box e sono entrato dal retro. Vado in cucina, e vedo che la serva si è presa la confidenza di cambiarsi il turno di riposo da sola, è uscita con altri musi gialli e mi ha lasciato un biglietto sgrammaticato accanto a un piatto di pasta fredda. Poi vado nel salone, da dove sentivo provenire un tipico frastuono, e ovviamente stravaccata davanti alla tv a guardare quegli stupidi video pseudomusicali di negri c’era quella zoccola di mia figlia (sì, ce l’ha un nome, ma bisogna meritarselo di essere chiamati per nome! E poi così esalto la sua qualità principale, quella di fare ottimi pompini), in compagnia di quella vacca della sua amica zecca e racchia e di un…brrr…mi vengono i brividi solo a ripensarci…un RASTA in casa mia, nel mio salotto, sul mio tappeto di orso bianco! Ma cos’avrò fatto di male nella vita, oltre a diffondere nel mondo qualche migliaio di mine antiuomo e qualche mitragliatrice? E sì che la mia pena l’ho scontata, lo sai bene, Laura! Questo disgustoso individuo si tira su, con una puzzolente maglietta del Che e i jeans luridi e sdruciti, sorride strafatto mostrandomi i denti marci e biascica qualcosa in una parlata che tradisce le sue origini credo calabro-saudite (perché non stiamo nemmeno parlando di un negro, perlomeno una volta tanto mia figlia scopava bene e magari diventava meno acida: no, è semplicemente il solito fricchettone schifoso che da decenni infesta ciò che resta della nostra cultura umanistica), poi fa per allungarmi la mano e io naturalmente mi ritraggo schifato, così Marianna storce quella bocca da troia e mi dice che il tizio – di cui ho rimosso il bislacco nome, credo di origine indiana…ah, il ’68, che orribile sfacelo per la Nazione! – è il suo nuovo amore, dolcissimo e intelligentissimo, e frequenterà la “nostra” casa per un bel po’ (sì, immagino, mignotta com’è…). Poi si gira, si tira un po’ su la maglietta e mi mostra…orrore…un enorme tatuaggio! Non bastavano le schifezze in faccia, ora ogni volta che la prendo da dietro quando è troppo fatta per rendersi conto mi tocca vedere sto coso brutto che mi ondeggia sotto il naso. Le dico gentilmente che glielo toglierò a forza di cinghiate, e lei comincia a urlarmi contro con quel tono odioso…chissà di chi ha preso…tu non urlavi mai, Laura, la tua voce era quella di un usignolo. Poi ci si mette pure quella balena della sua amica, e insomma a farla breve ho cominciato a spruzzare il DDT addosso a tutti quanti, e si sono tolti dai coglioni. Ma tu guarda che problemi. Devo riaddestrare i cani, in casa mia stanno entrando cani e porci, una volta li bloccavano, ora chissà com’è, forse quella puttanella si fa scopare anche da loro. Vita del cazzo.

Se non altro oggi ho risolto coi sindacati, cioè risolto a modo mio: ho detto loro che si andrà avanti come previsto, e se non gli sta bene c’è un sacco di gente che cerca lavoro, albanesi, rumeni, non è proprio il mio genere di persone ma quando c’è da lavorare lavorano, mi ricordo quei due che mi hanno fatto quella stanza abusiva sul terrazzo vicino al Pantheon in una sola notte…gran lavoratori, quando non rubano. E va be’, andando a stringere trattativa sospesa fino ai primi di settembre (come se non lo sapessi, che anche loro hanno le loro barchette), così sbrigo altre due cazzate e finalmente volo in Sardegna. Prima però finisco di raccontarvi della mia breve vacanza.

 

Berlino, venerdì 21 luglio

Il giorno dopo c'erano i Rolling Stones, ma non avevo proprio una gran voglia di vederli. Visti tante altre volte in altre situazioni e condizioni, molto più giovane io e relativamente più giovani loro. Soprattutto non mi andava di stare lì dalle 15 che aprivano i cancelli (in realtà li hanno aperti alle 16 passate), sotto il sole senza acqua (che tanto te la sequestrano e comunque diventa piscio). Sì, questa volta non mi andava di prendere la tribuna numerata, che in un concerto in uno stadio si traduce nello stare comunque distante e laterale rispetto all'azione. Nè mi intrigava l'idea del "biglietto VIP" che consentiva di vedere il concerto stando sul palco: costava tipo mezzo milione di vecchie lire (ma quello non è un problema, lo guadagno in pochi minuti scaccolandomi) , e poi che stronzata è? Ho fatto bene a non prenderlo in considerazione, visto che le svariate decine di "fortunati" che hanno vinto il cosiddetto "upgrade" per questa opzione (chiaramente i biglietti di questo tipo se li sono dati in faccia) hanno preso posto sulla fantascientifica struttura situata SOPRA il palco, per cui hanno assistito al concerto da svariati metri di distanza e soprattutto vedendo i musicisti - ammesso che riuscissero a vederli - di spalle. Che gran cazzata.

Così per questa volta ho deciso di mischiarmi alla volgare plebaglia - tanto qui non becchi napoletani o altra gente del cazzo, sono tutti prevalentemente biondi con gli occhi azzurri, come è giusto che sia - per assistere tranquillo allo show dal prato, anche alquanto dietro visto che i biglietti per stare davanti erano finiti (ho deciso questo viaggio all'ultimo momento), per procurarmeli avrei dovuto rompere le palle a troppa gente, in estate non me la sono sentita. Poi c'è il secondo palco dove fanno 3-4 pezzi, mi sarei fiondato proprio là sotto, per varie ragioni da vicino vicino non li ho mai visti. Con questo spirito sono entrato mediamente tranquillo (malgrado le varie botte di coca) nel glorioso Olympiastadion, costruito nei gloriosi anni '30 da gente che s ne intendeva. Per prendere un bicchiere d'acqua appena entrato (3 EURO!!! mortacci loro!) mi sono giocato la prima fila sotto il suddetto palco piccolo, ma ero comunque in seconda e avrei visto tutto benissimo se - dopo un osceno gruppo spalla, da fucilare - non si fosse messo un coglione del servizio d'ordine proprio davanti a noi. E' incredibile, non esiste un punto ottimale per assistere a un concerto degli Stones. Anche se ipoteticamente uno potesse stare davanti, in mezzo non si può stare perchè c'è un largo passaggio divisorio.

Già, perchè io ricordavo che l'altra volta preparavano un palchetto in mezzo per lo spazio "interlocutorio" di 3 pezzi in mezzo alla gente. Stavolta invece era IL PALCO a venire in avanti, recapitandoti a domicilio i Rolling Stones, sempre più vicini, proprio davanti ai tuoi occhi! Non importa che stessero suonando "Miss you" (all'inizio della quale mi ero abbandonato a un sentito e sonoro scorreggione), è stata una cosa emozionante. Keith Richards, Mick Jagger, Charlie Watts, Ron Wood, il negro del cazzo e il nuovo tastierista, per 10 minuti e passa a cinque metri da me, come sotto il palco di un club! Wow! Non importa che non riescano a suonare a tempo perchè il suono che gli esce da davanti e da dietro è sblzato di un quarto di secondo, non importa che facciano mi pare un pezzo nuovo e "Start me up", poi dopo 1 minuto di "Honky Tonk Woman" il palco torna inesorabilmente indietro (tornerà per 5 secondi solo il cantante a fine concerto) ...vedere da vicino le rughe di questi mostri sacri vale il prezzo (pur altissimo) del concerto.

Dettagli più "tecnici": all'inizio del concerto, iniziato con "Jumping jack flash" seguita da "It's only rock'n'roll", la chitarra di Keith Richards era forte e chiara, e sembrava piuttosto ispirata, stava suonando veramente, poi ha cominciato su un pezzo a prendere delle note a cazzo che sembrava non c'entrassero molto con la tonalità del pezzo, pian piano si distingueva anche Ron Wood ma ciò non significa che ci fosse un preciso "muro di suono"... diciamo che dubito che gli Stones facciano delle vere e proprie prove, ecco: più si va avanti e più si sente che il suono è tenuto insieme da basso e batteria, su cui le chitarre alternano riff smozzicati a cazzeggi spesso male assortiti, ma a loro perdoniamo tutto...

Il concerto è letteralmente precipitato quando dopo 7-8 pezzi è arrivato il siparietto dedicato a Keith Richards, che ha "cantato" (usiamo questo termine) "Before you make me run". Mentre Jagger aveva in precedenza ruffianamente detto di quanto fosse bello tornare a Berlino, lui ha detto più o meno "it's good to be back here... it's good to be back everywhere", scoppiando poi in un largo sorriso-risata e dimostrando la sua totale ubriachezza/fattanza e soprattutto di non avere la minima idea di dove accidenti si trovasse! Poi ha attaccato "Slippin' away", dapprima con qualche incerta pennata poi iniziando a cantare (...) ha del tutto rinunciato a suonare la chitarra, buttandosela dietro le spalle. Poi un omaggio a Ray Charles, "Night time is the right time", cantata per metà da Jagger e per metà da una negrona, a seguire la parte in mezzo al pubblico, una pessima versione (brutto ritmo campionato) di "Sympathy for the devil", poi "Brown sugar", "Paint it black" e poco altro. Pochi anche in complesso i pezzi dal nuovo album, 3 o 4 in tutto, tra cui "Streets of love", bella versione perchè almeno lì c'era il cantante a suonare la chitarra ritmica, altrimenti scarsamente presente (dall'inizio alla fine di un pezzo) nel precario equilibrio sonico della band.

Insomma, gli Stones dal vivo oggigiorno sono quello che sono, ecco. Vederli una volta fa bene, una seconda dipende, di certo non significano molto per quello che fanno ora. Vorrei però spezzare una lancia per Mick Jagger, che pur limitato vocalmente riesce a stare sul palco per quasi 2 ore (tolta la pausa dei due pezzi cantati da Keith) a livelli atletici veramente alti, considerata l'età. Va detto che sembra anche l'unico a preoccuparsi seriamente del gruppo e della sua resa, Charlie Watts fa come sempre il suo dovere ma dall'espressione non pare gliene freghi molto, i due chitarristi stanno praticamente tutto il tempo a guardarsi e a ridere, nelle pose più contorte possibile. Fosse per loro, non penso che il gruppo andrebbe avanti oggigiorno, o forse sì, ormai è solo una questione di management. I Rolling Stones si sono in realtà sciolti nel 1974 o giù di lì. Ma noi li vediamo e continuiamo a goderne (più o meno).

 

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Uscendo dall'Olympiastadion, mi sono voltato qualche secondo e il colpo d'occhio è stato maestoso: un fiume di persone, una massa che un Fuhrer un tempo avrebbe potuto convogliare verso grandi speranze, e a cui oggi non resta altro che il rito purificatore del Rock'n'roll, prima di tornare ad essere oppressi da musulmani ed ebrei. Per restare vicino a questo popolo sfortunato ho preso l'affollata ma efficiente metropolitana, facendomi una sgradita sauna. Ho recuperato le energie poi nella Iacuzzi con Karlheinz e la sua amichetta, veramente simpatica, specie dopo la terza striscia (ha il culo un po' stretto, ma non urla inutilmente come sento fare a tante ragazzine). Non abbiamo comunque esagerato, il mattino dopo dovevo prendere l'aereo presto per una fottuta riunione di lavoro: qui si decide il futuro del bidè, mica cazzi. Fine della mia breve vacanza. E anche di questa boccia di Forester, per cui penso sia giunto il momento di lasciare questo lugubre ufficio per farmi un giro a puttane.
Baci ai pupi.


Posted: 14:32, 10 August 2006
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WOVEN HAND - Passionkirche, Berlino, 20 luglio 2006

Ancora una giornata in questo ufficio semideserto, a combattere con questa gentaccia inaffidabile che si prende pure il lusso di non presentarsi, quando dovrei invece farli prelevare dalla Gestapo a casa e farli sbranare dai miei dobermann. Come se non bastasse, quella zoccola di Silvia (la mia cosiddetta segretaria-ingoiasperma) è in ferie, così devo andare da solo fino al frigorifero nella stanza accanto per prendermi le cose. E poi gliel'ho detto decine di volte, l'estate mi va il succo d'arancia rosso, rosso, perdio! Niente, c'erano solo litri e litri di succo d'arancia normale, anche di bassa qualità. Il fatto che il più delle volte lo uso mischiato al gin non significa niente, la mattina dopo i biscotti al cioccolato voglio (ESIGO) del buon succo d'arancia, e lo voglio rosso. Quando torna gli dò un paio di cinghiate su quel bel culo rotondo di stupida proletaria, come l'ultima volta, così quando poi si siede se lo ricorda che lo voglio rosso, rosso come le sue belle chiappe fustigate. Mmmhhhh! Va bè, manteniamo la calma, che se Dio vuole fra un po' arrivano questi idioti.

 

Amburgo/Berlino, mercoledì 19 luglio

Dov'ero rimasto, Amburgo...bella storia. Quel pomeriggio poi ho preso il treno per Berlino: che soddisfazione, quando vai nei paesi civili, prendere un qualsiasi mezzo! Tutto pulito, ordinato, funzionale, impeccabile. Non ci sarebbe neppure bisogno di prendere la prima classe, anche se ovviamente lo faccio per ridurre il rischio di espormi al contatto con esponenti di etnie discutibili. Viaggio tutto ok, a un certo punto sono andato alla toilette per inspirare un po' di sostanze corroboranti, e uscendo incrocio una graziosa bamb... ragazzin... giovanissima ragazza tipicamente tedesca (c'è poco da fare, sono effettivamente una razza superiore), così con una scusa sono rientrato dentro con lei e ho chiuso la porta a chiave: ha fatto un po' di storie, le solite cose, fanno finta di piangere, eccetera, poi appena vedono la banconota verde da 100 euro chissà perchè passa tutto. Troie! Sono loro che provocano, come sempre. E noi poveri maschietti indifesi rischiamo di andarci di mezzo. Stupide leggi di sinistra. Ora manca solo che impongano il burka. Bah...

All'Hauptbanhof di Berlino c'era ad attendermi con la sua Mercedes il giovane Karlheinz, esponente di una nobile famiglia imparentata neanche troppo alla lontana con i Bayer, e sembra che il suo bisnonno sia stato parte integrante del team che mise a punto il glorioso "Zyklon B" nei tempi che furono. Veramente un onore. Un bel ragazzo, tra l'altro, ma manteniamo le distanze. Erano vecchi amici, papà e suo zio: un omone massiccio e spiritoso, l'ho incontrato solo un paio di volte da ragazzino, quando si trafficava alla grande col Congo, armi in cambio di diamanti...che tempi...e che ironia, per accrescere il business iniziarono a rifornire anche il terrorismo europeo, e poi il povero Hans finì sparato dalla RAF con un tipo di pistola inequivocabilmente fornitogli da lui! A volte la vita è proprio strana. Come per te, Laura, cadere nella tromba dell'ascensore, tu che non lo usavi mai...E' andata così.

Il giovane Karlheinz è veramente uno spasso, consuma e offre "speedball" a manetta e fuma in continuazione sigarette al mentolo, che poi si diverte a spegnere sulla nuca del negro che guida, poi gli fa invadere la pista ciclabile contromano e tutti si vanno a schiantare bestemmiando in tedesco, che ridere! Arriviamo nel grosso appartamento a Pranzauler Berg dove ha deciso di ospitarmi (la villa presso Potsdam è un po' fuori mano) e dopo un delicato pasto - erano quasi le dieci - mi offre la sua amichetta, ma io sono francamente un po' stanco così mi lascio succhiare distrattamente finendo il mio Martini, mentre lui guarda, ride e fa foto.

 

Berlino, giovedì 20 luglio

Il giorno dopo me ne vado un po' in giro per il centro, anche se lo so a memoria, ma finiti i Mondiali hanno ritirato fuori tutti i lavori in corso così mi innervosisco e mi metto a prendere la metropolitana a cazzo, finendo in uno dei tanti quartieri popolari. Berlino è piena di turchi e di altra robaccia musulmana, a volte fa paura camminare in mezzo a tutti sti potenziali kamikaze, ma so che la città non è un obiettivo sensibile quindi mi tranquillizzo, mentre tracanno birre alla spina a prezzi più che economici: il fatto che io sia pieno di soldi non significa che li debba buttare dalla finestra, o comunque se lo faccio lo faccio a modo mio, con droga e puttane, porcodio! Sono stanco di dare soldi a questi ex-pezzenti arricchiti di commercianti italiani, che ti rubano 5-6-7 euro per una birra alla spina (per tacere dei posti di lusso che frequento quando mi tocca incontrare qualche collega mondano del cazzo, o fare colpo su qualche strappona che si finge difficile): qui si va dai due ai tre euro, e il servizio è migliore, oltre al fatto di sapere di trovarsi in un Paese superiore.

Mamma li turchi, quindi, ma ci metterei la firma perchè qui non si incontrano zingari, da nessuna parte, non entra in metropolitana gente maleodorante a invocare i nostri soldi duramente guadagnati o a rompere le palle con la loro musica non ariana. Il problema dell'immigrazione è stato evidentemente risolto, anche se per loro è facile, non si trovano esposti su tre lati (non mi dite ora che i sardi sono italiani!) all'assalto di queste orde di disgraziati, contro i quali l'unico rimedio è cannoneggiare senza pietà, o esercitare un rigido controllo sui lager predisposti, dai quali si potrebbero prelevare (pagando un forfait allo Stato) tante giovani forze da ridurre in schiavitù (invece di buttare soldi inutilmente con queste domestiche filippine, che puliscono all'acqua di rose, poi gli dai una pacca sul culo e si offendono pure!), anzichè ritrovarci con questi terroristi zulù che ci scorrazzano per la penisola. Ma tanto lo so che parlo al vento.

 

Il giorno dopo il ritorno amburghese ho avuto il piacere di assistere a uno splendido concerto dei Woven Hand (nuovo progetto di David Eugene Edwards, ex 16 Horsepower) nel luogo più consono: una chiesa! Io pensavo che "Passionkirche" fosse il nome del locale o al limite una chiesa sconsacrata, invece era una vera e funzionante chiesa evangelista (nella parte ovest del quartiere di Kreuzberg) ... all'interno della quale vendevano bretzel e birra! Che gran civiltà. Mi sono scolato una Becks ghiacciata in chiesa a 2 euro, che soddisfazione! Il concerto è stato a dir poco intenso, considerate il lato unicamente gotico dei 16HP amplificato al massimo, poi c'è lui che assomiglia in modo impressionante a Max Von Sydow (l'attore biondo di Bergman) da giovane! Il posto chiaramente influiva sulla sacralità della performance, e contribuiva a creare un'atmosfera tesa e vibrante. Pazienza l'eccessivo rimbombo della batteria: già, perchè stiamo parlando di una vera rock band, oltretutto con l'altro ex 16HP Steve Taylor all'altra chitarra, un basso avvolgente che ti manda "sotto", con queste ballate religiose (non scordiamo che il tizio è figlio di un predicatore) che su disco - almeno sull'ultimo ottimo "Mosaic", confesso la mia colpevole ignoranza sul resto del repertorio dei Woven Hand - si affidavano a drone di organo e atmosfere "vuote" e dilatate, e che qui invece vengono affidate al trattamento rock di una band dalle cadenze martellanti e implacabili. La definizione coniata da qualcuno di "bluegrass gotico" non è distante dalla realtà, ma l'elettricità e i ritmi dark trasforma il tutto in un avvolgente evento sabbatico. Non siamo lontani dal vecchio Nick Cave solista dei tempi che furono, senza la sua spiritata presenza scenica - figuriamoci, Edwards canta seduto e con gli occhi chiusi - ma (grazie a Dio) anche senza la pesante spocchiosità di certe sue uscite più recenti. E il tutto appare onesto, sincero, per nulla artificiale. Pura ispirazione. Ovviamente manca la vastità di orizzonti (e di riferimenti musicali) del precedente progetto, i rimpianti 16 Horsepower, ma quello che ne rimane è ben focalizzato, limpido e dotato di un'energia che brilla internamente di luce propria.

Bello, gran serata, conclusa con una versione acustica alla chitarra-banjo di "Black Soul Choir", unica (mi pare) concessione al passato. Ancora una volta rimpiango di essermi perso i 16HP due anni fa a Varese per vedere l'eterna buffonata che gli Stooges ripropongono ormai tutti gli anni. "Tanto ritorneranno", mi dicevo, e invece la band si divise pochi mesi dopo per "divergenze artistiche, umane e religiose", mentre la "rara" reunion degli Stooges - divertente, per carità, ma era quello il significato originario degli Stooges? Essere "divertenti"? Che cazzo! - continua a riproporsi estate dopo estate sempre più priva di senso. Che peccato.

 

Finita la splendida performance, per riprendermi da cotanta estasi religiosa ho fatto due passi nel buio del vicino parco (dove, tale è la sicurezza di questa civile città, i bambini giocano soli fino a tarda serata...che io mi sia sbottonato un attimo i pantaloni è un imprevedibile eccezione che conferma la regola), poi dopo un paio di birre mi sono fatto riaccompagnare a casa da un tassista abissino, che gentilmente mi ha anche fornito il numero di due trans mulatti...volevo fare una sorpresa a Karlheinz, ma quando sono rientrato nell'appartamento mi aveva lasciato un biglietto con su scritto che era a un droga-party dalle parti di Wedding. Allora, per non mandarli via, ci siamo sparati insieme un po' di roba e poi, a farla breve, beh, li ho usati io entrambi. Se ne abbia usato prima uno e poi l'altro o ne abbia fruito contemporaneamente, beh, è un dettaglio che lascio alla vostra fervida immaginazione.


Posted: 17:53, 8 August 2006
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JOHN FOGERTY - Stadtpark, Amburgo, 18 luglio 2006

La temperatura considerando il periodo è più che accettabile, e se così non fosse il mio potentissimo impianto di condizionamento metterebbe le cose a posto. Ciò non toglie che mi roda fortemente il culo, se penso che potrei essere sul mio yacht a Porto Rotondo o in Africa a dare la caccia ad animali in via d'estinzione (o a qualche indigeno, come l'anno scorso per sbaglio, ma tanto quelli quando si estinguono? Se solo pensassero a scopare meno, e a provare a coltivare qualcosa, invece di stare sempre a chiedere la carità. Come se a noi i soldi ci piovessero dal cielo. Bah...). Ma quest'anno pare che si siano tutti coalizzati contro di me: i designer in ritardo con i loro assurdi progetti di bidet ipertecnogici (e va bè, proviamo anche l'idromassaggio sulle palle, con qualche televendita azzeccata su Rete 4 magari una dozzina li piazzeremo anche...ma che idea balzana), quella troia di mia figlia che va fuori di testa con quelle dannate pasticche e accoltella l'insegnante di greco, e poi, che te lo dico a fare, l'eterno dito al culo dei sindacati! Già prima non davano tregua, ora coi comunisti al potere si sono fomentati, e chi li ferma più? E poi, dico io, qui c'è una talpa da qualche parte: come diamine hanno fatto a scoprire che a ottobre mandavamo 200 unità in cassa integrazione? Come se lo facessimo per divertimento, poi! Figurati se mi diverto a dare soldi sudati a 200 persone che oltretutto manco lavorano. Leggi del cazzo. Uno non è padrone di fare quello che gli pare nella sua azienda. E invece di ringraziare che non li mandi per stracci con un calcio in culo e via (come farei io, altro che storie) protestano, protestano, basta che protestano...(ora li voglio, a governare). "E' inconcepibile che in una delle più grandi aziende del settore...", scrivono. Ma che è colpa mia se la gente evidentemente va a cacare nei prati? Se avessi continuato a vendere armi anzichè tazze da cesso a quest'ora starei tranquillamente a palle al sole. Papà aveva fatto un così buon lavoro, soprattutto con gli agganci, fornivamo tutto a tutti, a quest'ora solo col Medio Oriente ci compravamo 200 appartamenti a settimana. Ma tu, Laura, non volevi...e anch'io desideravo una vita più tranquilla, poi con la fine della guerra fredda, il crollo del Muro, un nuovo periodo di pace...che gran coglione, non ci ho capito una mazza! Tutto venduto per queste ceramiche di merda, per fortuna che ci sono anche le 20 agenzie di pompe funebri, a quelle il lavoro non manca mai. Pure a quelle eri contraria, e in effetti non ci hanno portato granchè bene. Ma ormai è andata come è andata.

Così sono qui, bloccato in ufficio mentre tutti si godono le vacanze, sorseggio il mio bourbon e assaporo il mio sigaro cubano, ripensando con nostalgia ai pochi momenti piacevoli che mi sono recentemente imposto di ritagliare nella mia vita densa di preoccupazioni e duro lavoro. La soddisfazione maggiore? Inutile dirlo, John Fogerty ad Amburgo.

 

Amburgo, martedì 18 luglio 2006

Malgrado la mia età non più giovanissima, devo ammettere che il cuore mi palpitava quando l'aereo è decollato da Fiumicino, e ho sentito il vuoto sotto la mia poltrona di prima classe, faticosamente prenotata all'ultimo momento mandando a fanculo sindacati, operai, balie, amanti e quant'altro. Finalmente avrei visto John Fogerty, uno dei miti della mia giovinezza, in un concerto che sicuramente - ne ero certo - non sarebbe stato patetico e/o inutile, come facilmente accade quando si supera la soglia dei cinquant'anni (e lui l'anno scorso ha superato anche quella dei sessanta). Stiamo parlando di un Rocker, di uno vero, che dal vivo non delude. Tutto contento, dimenticati i problemi a casa e in ditta, volavo alla volta di Amburgo: pazienza che la prima classe non sia più quella di un tempo, il succo d'arancia era caldo e per tutto il tempo una bambina, per di più negra, non ha fatto altro che piangere. Per foruna avevo la testa altrove.

Amburgo è una bella città, forzatamente moderna come gran parte delle città tedesche distrutte dai bombardamenti durante la guerra (ah, se le cose fossero andate diversamente...), attraversata da alcuni canali e da quello principale del porto, che non finisce praticamente mai (strano caso di città portuale distante in realtà centinaia di chilometri dal mare), mentre proprio accanto al centro si allarga un grosso specchio d'acqua - che prosegue più largo a nord, oltre il ponte della ferrovia - circondato da un lato da alcuni eleganti palazzi, uno dei quali era il mio hotel a cinque stelle. Credevo di scappare dalla calura romana (in quei giorni particolarmente opprimente) con questa purtroppo breve escursione tedesca, ma mi è andata male: la temperatura era all'incirca la stessa di Roma, ben oltre i trenta gradi, senza però la terribile umidità che in estate funesta la Capitale. Così, dopo un giro per il centro e un paio di fresche birre alla spina nella piazza della Rathaus, stanco di camminare sotto il sole che picchiava sono tornato dopo nemmeno due ore al grandhotel, per rinfrescarmi e rilassarmi in previsione del grande evento serale. John Fogerty, cazzo!

[Tra parentesi: do per scontato che il lettore (?) sappia chi era John Fogerty. Se non lo sapete e avete meno di vent'anni, vi perdono, invitandovi all'ascolto almeno di una raccolta dei Creedence Clearwater Revival, che però pur fornendone le canzoni più famose non potrà dare l'idea della modernità - per l'epoca - e della varietà di repertorio della band: per quello servono gli album, almeno "Green River", "Willy and the poor boys" e ovviamente il capolavoro "Cosmo's Factory". Se avete fra i venti e i venticinque anni e non lo conoscete, mi state sul cazzo ma siete ancora in tempo per redimervi, pur meritandovi alcuni anni di purgatorio. Se avete meno di venticinque anni, lo conoscete e non vi piace e/o non vi interessa (come quella troietta di mia figlia, che si sente quella monnezza elettronica liofilizzata e quei gruppacci con le chitarrone e la gente che urla senza motivo), la vita vi ha probabilmente già punito o vi punirà presto. Se avete superato i venticinque anni e non lo conoscete o non vi interessa o non vi piace (cioè in conclusione non vi piace il Rock), non siete altro che delle emerite MERDE che non meritano di vivere, se non per essere schiacciate dal pesante stivale del Dio del Rock. Che egli possa avere pietà della vostra inutile anima e delle vostre vite sprecate. Chiusa parentesi.]

Il trend negativo di sottofondo continuava con alcuni problemi nell'idromassaggio e alcune macchioline su un asciugamano, inoltre c'erano solo tre marche diverse di bottigliette di whisky nel frigobar, ma devo dire che sentite le mie rimostranze si sono subito dati da fare. Le prostitute presenti non erano di mio gradimento, e comunque non intendevo disperdere energie: ne ho fatte prenotare un paio passabili per la sera e ho pippato le mie polverine magiche da solo. Riposo fino alle 18, poi è arrivato puntualissimo il taxi.

Il concerto di John Fogerty si svolgeva all'interno di un palco stupendo, lo Stadtpark (che significa semplicemente "parco cittadino"), per cui non ho neppure considerato l'idea di cercare l'esatta ubicazione del concerto, mi sono fatto lasciare all'incrocio della via indicata e da lì, inizialmente guidato dal suono del soundcheck ("Travelin' band"!), poi grazie alle indicazioni di gente del luogo (c'è da dire che gli organizzatori non avevano messo nemmeno un cazzo di segnale), passando accanto uno splendido laghetto (dove gli amburghesi, sprovvisti di mare, facevano il bagno) e ordinatissime aiuole, sono finalmente arrivato al luogo, coi cancelli ancora chiusi, e ho dovuto aspettare una mezzoretta. Entrati, mi sono reso conto che lo spazio dedicato era piccolino e "rimediato", un po' deludente, ma perlomeno intimo. Per fortuna non c'era molta gente, almeno all'orario di apertura, per cui ho guadagnato tranquillamente una seconda fila da cui ho assistito godendo allo splendido show.

 

Non stupisce che Springsteen sia un fan di Fogerty, deve sicuramente aver visto un suo spettacolo da ragazzo! Sono praticamente la stessa cosa sul palco, ovviamente senza le esagerazioni di Bruce. Il sessantunenne sembra un ragazzino, si tinge sicuramente i capelli ma per il resto è tenuto giovane dal sacro fuoco del rock. Avevo letto delle scalette tempo fa, ma mi ricordavo che facesse giusto un numero sufficiente di pezzi, tipo una ventina, e senz'altro dopo la prima ora e qualcosa avrebbe accontentato tutti. Ne ha fatti 29, per due ore esatte, zompando ininterrottamente come un grillo da una parte all'altra del palco mentre faceva assoli a un volume altissimo! Il resto della band (altri 2 chitarristi,un chit/tastierista, basso e batteria - con due tom, il che di solito mi infastidisce, ma mi pare non siano stati mai usati) era coperto e un po' in ombra (peccato, si intuivano ottimi musicisti, oltre a "tenere" egregiamente come band), perchè faceva quasi tutti gli assoli lui e in generale per l'alto volume del pazzoide, che ha cambiato quasi una chitarra per canzone, mostrandoci tutta la collezione e raggiungendo il massimo del cattivo gusto con una chitarrina ricavata da una mazza da baseball durante uno dei rari pezzi della sua carriera solista (4 o 5, tutti ottimi, devo dire), mentre il resto del repertorio era ovviamente imperniato sulla produzione dei Creedence Clearwater Revival, di cui ha suonato praticamente TUTTI i pezzi, o quasi: il concerto è iniziato con "Travelin' band" e si è concluso con "Proud Mary"... in mezzo tutto il resto. Inutile fare un elenco, le ha fatte tutte, qualsiasi pezzo possa venirvi in mente c'era. O quasi: per dare spazio a pezzi minori quali "Bootleg" e "Keep on chooglin'", sono rimaste fuori perle come "Lodi", "Don't look now", "Effigy" e soprattutto "Run through the jungle", accidenti; ma per il resto ha fatto di tutto, compresa "Ramble Tamble", la lunga suite che apre "Cosmo's factory", suonata para para come Cristo comanda. La voce? Cristallina. Urla e non si scalfisce, non so come cazzo fa, io dopo aver cantato un paio di ritornelli già avevo quasi il mal di gola... Incredibile. Ottimo chitarrista, forse eccessivo in certi punti, prima di non ricordo quale pezzo stupisce i presenti con un intro metallara, con tanto di tapping! Ma a lui perdoniamo questo ed altro. Presenza scenica come si diceva invidiabile, è arrivato saltando, ha fatto in continuazione su e giù per il palco saltando e dopo due ore era lì tranquillo e sorridente. Ottimo. Proprio come mi aspettavo. Soldi ben spesi.  Raramente sono uscito così soddisfatto da un concerto. L'avresti adorato, Laura. Volete la scaletta? Eccovi la scaletta:

1) TRAVELIN' BAND

2) GREEN RIVER

3) WHO'LL STOP THE RAIN

4) IT CAME OUT OF THE SKY

5) BLUE BOY

6) I PUT A SPELL ON YOU

7) COMMOTION

8) BORN ON THE BAYOU

9) COTTON FIELDS

10) HOT ROD HEART

11) RAMBLE TAMBLE

12) THE MIDNIGHT SPECIAL

13) BOOTLEG

14) DEJA VU ALL OVER AGAIN

15) I HEARD IT THROUGH THE GRAPEVINE

16) HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN

17) ROCK'N'ROLL GIRLS

18) SWEET LITTLE HITCHER

19) LONG AS I CAN SEE THE LIGHT

20) KEEP ON CHOOGLIN'

21) HEY TONIGHT

22) DOWN ON THE CORNER

23) CENTERFIELD

24) UP AROUND THE BEND

25) THE OLD MAN DOWN THE ROAD

26) BAD MOON RISING

27) FORTUNATE SON

28) ROCKIN' ALL OVER THE WORLD (encore)

29) PROUD MARY (encore)

 

All'uscita del concerto c'erano decine, forse centinaia di persone ad ascoltare da fuori (in Italia succederebbe mai una cosa simile?), con sedie da campeggio e panini o portapranzo. Allontanandomi a malincuore dal luogo del concerto (ma dovevo sbrigarmi, la luce del tramonto si andava spegnendo - finalmente, erano le 23 passate!), ancora decine e decine di persone, gruppi e gruppetti, amici e famiglie (che tristezza essere lì da solo, Laura...ma non pensiamoci, è stata una bella serata), sparsi per i prati, non solo vicino al luogo del concerto ma in ogni dove, per tutto il parco: i tedeschi amano il barbecue, anche dove forse per sicurezza dovrebbe essere vietato. Ma evidentemente non succede niente grazie al senso civico della popolazione, che fa sì che in un parco dove a Milano la gente si cacherebbe addosso a uscire dopo le sette di sera possano passeggiare centinaia di persone, di tutte le età. Così come frequentata e sicura (oltre che ovviamente efficiente) era la metropolitana: ad Amburgo (come in tutta Europa, cazzo!) i concerti iniziano presto e finiscono presto, così si possono prendere i mezzi ed andare a dormire, anzichè arrivare alle due di notte e svegliarsi distrutti la mattina dopo. Così insomma prendo la metropolitana per tornare, non trovando un taxi, nè mi importava, perchè John Fogerty mi aveva momentaneamente rimesso in pace con l'umanità, potevo sopportare la folla, che poi folla non era.

Tornato in hotel, ho liquidato con pochi soldi le due zoccole negre che avevo prenotato. Volevo restare solo, un sandwich, una birra e a letto. Me la sono goduta alla grande la mattina dopo, a mezzogiorno inoltrato, nelle squallide ma funzionali sale porno lungo la Reeperbahn, ma queste non sono cose che vi possano riguardare. Anche perchè ripensandoci la ragazza della terza o quarta sala forse non era proprio maggiorenne: senz'altro era scarsa di seno, ma ciò non deve significare necessariamente che non avesse ancora del tutto sviluppato. Era scarsa di seno, tutto qui, ma aveva decisamente altre qualità e competenze. E poi che cazzo avete da insinuare, comunisti di merda, voi che siete per i matrimoni gay? Almeno a me piace la fica, giovane e non. Uff!

Questa idea del blog già mi ha rotto, come anche questi delegati sindacali che si permettono pure di cancellare gli appuntamenti. La coca è finita e me ne vado a casetta, a rilassarmi davanti al mio televisore a cristalli liquidi di 52 pollici, sempre che quella stronzetta non mi abbia occupato il salone con quelle zecche puzzolenti che frequenta. Anzi, meglio saperlo prima, fammi chiamare la serva. Tutto sommato che ce l'ho a fare se no altri tre appartamenti sfitti?

Ad majoram.


Posted: 18:02, 7 August 2006
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...questo è un risveglio!

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Posted: 13:53, 7 August 2006
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