TUOBLOG.IT

Memento Audere Semper

Monte Cassino

22:15, 29 August 2006 .. Posted in Revisionismo .. 0 comments .. Link

Tommaso BARIS
Monte Cassino 1944, scatenate i marocchini
tratto da Millenovecento, n. 14, dicembre 2003.

Tommaso Baris è dottorando di ricerca di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università La Sapienza di Roma. La tesi di laurea "Esperienza bellica e mutamenti sociali. L'impatto della guerra sulla popolazione civile del Frusinate 1943-1948" ha vinto la prima edizione del premio "Luigi Micheletti". Sullo stesso argomento Baris ha scritto anche il libro "Fra due fuochi", uscito per la Laterza



Nella primavera del 1944, gli anglo-americani, bloccati ad Anzio e Cassino dall'accanita difesa tedesca (1), decisero di aggirare l'ostacolo chiedendo al comandante francese Alphonse Juin di espugnare la dorsale montuosa degli Aurunci, prendendo alle spalle il dispositivo di difesa germanico. Il 12 maggio l'offensiva francese fu lanciata in direzione del monte Faito e del monte Maio, il cui controllo consentiva l'accesso alla catena dei monti Musoni. Grazie all'attacco condotto attraverso località assai impervie, in due giorni le truppe marocchine inquadrate nell'esercito francese (i cosiddetti goumier) aprirono ai mezzi corazzati la via per Ceprano e Frosinone e risalirono, nella settimana successiva, la provincia fino alla valle dell'Amaseno e del Sacco, costringendo i tedeschi a una rovinosa ritirata per evitare l'accerchiamento (2). Durante la loro travolgente avanzata, per circa due settimane, dal 15 maggio all'inizio di giugno, quasi dimezzate dalla resistenza tedesca (alla fine della battaglia i goumier erano ridotti a circa 7 mila), le truppe francesi si abbandonarono a una serie impressionante di saccheggi, omicidi e stupri in tutti i paesi conquistati, soprattutto contro gruppi ristretti di persone o individui isolati, finchè non fu loro ordinato di arrestare la marcia a Valmontone. Il carattere sistematico delle violenze e la sostanziale acquiescenza di comandanti e ufficiali diffusero la convinzione della libertà di azione concessa ai soldati coloniali contro i civili, nonostante le sanzioni previste nei codici militari per i reati citati. In un memorandum della Presidenza del Consiglio, l'atteggiamento degli ufficiali francesi era duramente stigmatizzato perché «lungi dall'intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi», segnalando come le truppe marocchine fossero state reclutate «mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio» (3). «Gli ufficiali lasciano ai marocchini una discreta libertà di azione» e «nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare e da qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta il diritto di preda».

Una nota del 25 giugno del 1944 del comando generale dell'Arma dei Carabinieri dell'Italia liberata alla Presidenza del Consiglio, segnalava nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui 3 su uomini, 29 omicidi, 517 furti compiuti dai soldati marocchini, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (...) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate» (5).

L'impatto per la popolazione civile fu quindi traumatico. L'ondata di violenza generalizzata e sottratta a ogni controllo dei tanto attesi liberatori gettò gli abitanti in uno stato di prostrazione profonda, accentuando il senso di sfiducia verso ogni realtà esterna. La liberazione tanto agognata si trasformò in un incubo di violenza sfrenata e incontrollata. L'inatteso seguito degli avvenimenti è rimasto impresso a caratteri assai vividi nella memoria dei protagonisti (6). «Li potettero qua a migliaia, se vedevano scegnere dalla montagna... da luntano erano come alle furmiche», ricorda Concetta C. «Ma fuiette nu passaggio, in tre iuorni, facettero l'inferno. Erano na razzaccia brutta e sporca. C'avevano gli 'recchini agliu nase, certe vesti longhe (...). pe tutta la montagna se sentivano strilli e lamenti...» (7). Giovannina M., un'altra testimone intervistata, dei marocchini dice: «Nui aspettavamo gli liberatori, arrivettero chigli da n'auta razza. Erano brutti, parevano gli diavoli. Ce rubettero chigliu poche che c'era rimasto e facettero tanto scempio della populazione... C'avevano carta bianca agliu fronte e facettero tutte chelle sporcizie agli omene e alle femmene... una strage. Chisti marocchini erano sporchi, come alle bestie. Erano niri con gli occie rusci, con gli 'recchini agliu nase... na montagna piena, sbucavano da tutte le parte, pigliavano tutte le donne che incuntravano e se le purtavano alla boscaglia, passavano in colonna in mieso a nui... addò vuò scappà?» (.

Non diversa l'immagine trasmessa dalle fonti ufficiali. Una relazione del Ministero degli Affari Esteri sottolineava che «quotidianamente, in qualunque ora del giorno e della notte» avvenivano «violazioni carnali, ferimenti e assassini, rapine e saccheggi. Molto frequenti erano stati i casi di ragazze giovanissime deflorate e violentate successivamente da interi gruppi di soldati in preda a furia sadica», mentre «molte donne sono state trovate cadavere a seguito delle violenze patite. Molto spesso tali atrocità sono state commesse in presenza dei famigliari, ridotti prima all'impotenza, e dopo il massacro degli stessi», confermando che «i genitori, i fratelli, i mariti» erano stati costretti «ad assistere allo scempio effettuato» e spesso «uccisi, feriti o malmenati per la resistenza fatta o la difesa esercitata allo scopo di impedire le violenze carnali» (9). La natura selvaggia del comportamento del Cef disorientò quindi la popolazione, convinta di vedere arrivare gli americani: «Girava la voce che venivano gli americani... invece gli americani non c'hanno passato alla montagna» (10) dice Tommaso Fortunato. la sorpresa fu totale. Gli abitanti rimasero stupiti prima dall'aspetto dei liberatori, poi, dall'inatteso dilagare delle violenze. «E' stata brutta. per fortuna i marocchini qui non sono passati... all'inizio quando ho visto a Sora questi neri, ho detto: mamma mia guarda gli animali... lo dissi alla figlia della padrona, perché non mi rendevo conto che anche loro erano esseri umani» (11). «Nui non lo sapevamo mica che chisti marocchini pigliavano le femmine», racconta Maria De Angelis, «Nui sentivamo alluccà (gridare) ma non lo sapevamo chello che stevano a portà annanze (avanti) la gente pé la riparà e loro non ce vulevano ì (andare)» (12).

La sensazione di impotenza, la tolleranza mostrata dai comandi verso i marocchini, il riconoscimento ufficiale che pareva accompagnare la loro violenza selvaggia e indiscriminata, totalmente al di fuori di una possibile regolamentazione, sconcertò gli abitanti dei paesi liberati. L'impossibilità di una qualsiasi difesa dinnanzi al dispiegarsi di una ferocia animalesca (più volte richiamata dall'accostamento dei goumier alle bestie), così feroce da fuoriuscire dalla sfera umana (indemoniati e diavoli sono infatti definiti ripetutamente i marocchini), l'abbandono subito dalle autorità alleate in cui avevano riposto tanta fiducia, segnarono in maniera indelebile la memoria dei giorni di guerra. L'immagine restituitaci, e dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali, è quella di un paesaggio infernale: «I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre (...) da altri militari veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi» (13).

«Nui le semo incontrati per la via e pure in mieso alla strada se pigliavano le femmene», racconta sempre Giovannina M. «Gli omene anziani che stavano con nui nun ce putevano soccorre pecchè loro erano assai e ammazzavano chili che difendevano le donne...C'erano gli graduati che erano bianchi, francisi e non gli dicevano (g)niente. Iemmo (andammo) a fa commedia agliu commando... ce dissero che per fa ì (andare) annanzi gli marocchi li avevano dovuti dà "carta bianca". Solo alla fine, dopo tre iuorni, gli tolsero sta carta bianca». «Arrivettero addò stavamo nui e con chisti ce stevano pure i francisi, chigli che gli cumannavano», aggiunge Concetta C. «E facettero stragi... Io c'avevo le mie cose, quando se ne accurgettero gli due che m'avevano sbattuta per terra s'alluntanarono (...). Sai quante vecchie so morte per gliu dolore...». La popolazione poté soltanto nascondersi, sperando di riuscire a sfuggire ai soldati: «La notte so arrivati chisti marocchini e hanno cominciato a bussare alle case... grida dappertutto nel paese. A casa nostra non hanno fatto niente pecché la seconda notte si è ristretta tutta la famiglia... abbiamo chiuso dentro con una varra (sbarra) dietro la porta, e così dopo tre giorni è passata la furia» (14). Per il capitano Pittalli «il 90% delle persone che hanno attraversato la zona di operazioni delle truppe marocchine sono state derubate di ogni loro avere, come anche molto alto è il numero delle donne violentate, e notevole anche il numero degli atti contro natura commessi a danno di uomini», ricordando che «molti casi vengono taciuti» (15). I dati del Ministero degli Interni, raccolti pochi mesi dopo la liberazione, indicano in circa 3.100 le donne vittime delle violenze sessuali da parte delle truppe marocchine (16) ma si tratta di una stima nettamente inferiore al numero reale degli abusi. La guerra moderna tendenzialmente totale, mise quindi in comunicazione anche le piccole località periferiche con i grandi eventi, che spesso finirono per coinvolgerle. La comunità, impossibilitata ad incidere sugli eventi, non riuscì ad elaborare una valutazione condivisa della violenza che la travolse.



Note
(1) Sui numerosi tentativi degli anglo-americani di sfondare la linea Gustav nella zona di Cassino esiste una vasta bibliografia: W Nardini, Cassino fino all'ultimo uomo, Milano, Mursia, 1962; R. Bohmler. Montecassino. Con le truppe tedesche dalla Sicilia a Roma, Milano, Baldini & Castaldi, 1965; F. Majdalany, La battaglia di Cassino, Milano, Garzanti, 1974; J. Piekalkiewicz, Cassino. Anatomia di una battaglia, Novara, De Agostini 1981; D. Hopgood/D. Richardson, Montecassino, Milano, Rizzoli, 1985.
(2) B.H. Liddel Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Milano, Mondatori, 1970, pag. 750.
(3) ACS, PCM, 1948-50, n.33491, f.19-10, sf. 1 Violenze truppe alleate. Il memorandum non datato accompagna la lettera del Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi alla Commissione alleata di Controllo del 10-7-1944.
(4) ASMAE, Affari politici, 1931-1945, Francia, b. 98, f. Atrocità varie commesse dalle truppe francesi ai nostri danni, sf. 1 Nota del capitano Pittalli della stazione dei Carabinieri del 25-5-1944.
(5) ACS PCM, 1944-47, n.10270, f. 19-10, sf 1 Truppe alleate comportamento. Nota del Comando generale dell'arma dei Carabinieri del 25-5-1944.
(6) Sull'immagine delle truppe marocchine conservata nella memoria delle donne: V. Chiurlotto (a cura di), Donne come noi. Marocchinate 1944-bosniache 1993, in "DWF", n1, 1993, pp 42-67.
(7) Intervista a Concetta c, 1918, contadina, realizzata il 12-9-1999 ad Esperia.
( Intervista a Giovannina M, 1921, contadina, realizzata il 13-9-1999 ad Esperia.
(9) ACS, PCM, 1944-47, n.10270 f. 19-10: "Truppe alleate comportamenti". Telespressodel 16-10-1944, inviato dal Ministero degli Affari Esteri alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero degli Interni, allo Stato Maggiore Generale, alle rappresentanze diplomatiche italiane di Londra e Washington.
(10) Intervista a Tommaso Fortunato, 1912, contadino, realizzata il 20-11-2001 ad Esperia.
(11) Intervista a Laura A, 1927, casalinga, realizzata il 23-04-2001 a Cassino da Francesca Burdi.
(12) Intervista a Maria De Angelis, 1927, contadina, realizzata il 30-12-2001 ad Esperia.
(13) ASF, Prefettura di Frosinone 1927-1987, II serie, b.1620, f. "Donne violentate dai marocchini. Piedimonte San Germano". Segnalazione dei Carabinieri all'Ufficio provinciale dell'Assistenza postbellica del 9-9-1946.
(14) Intervista a Gladinoro Messore, 19282, contadino, realizzata il 90-2-2002 a S. Ambrogio sul Garigliano.
(15) ASMAE, Affari politici, 1931-45, Francia b.98, f. "Atrocità varie commesse dalle truppe francesi ai nostri danni" sf. 1 Nota del capitano Pittalli alla stazione dei carabinieri di Aversa del 28-5-1944.
(16) ACS, MI, Gab.1944-46, b. 27, f. 2097, "Assistenza sanitaria alle donne che subirono violenza da parte dei marocchini nella provincia di Frosinone e Littoria". Nota del 13-9-1944.



19 Agosto 480 a.C.

22:30, 18 August 2006 .. Posted in Storia Antica .. 0 comments .. Link

2486 anni fa cominciò la nostra battaglia in difesa dell'identità europea

Di coloro che alle Termopili morirono,
gloriosa è la sorte, bello il destino,
altare la tomba, ricordo prima che lamento,
e lode è il compianto.
Tal veste funebre né la ruggine
oscurerà né il tempo che tutto doma:
è di uomini valorosi. Questo luogo sacro
si prese come abitatrice la gloria d'Ellade.
E lo attesta pure Leonida re di Sparta,
che gran ornamento di virtù ha lasciato
e gloria eterna.

(C. Coppola, Letteratura greca classica, Nuova Accademia Ed. 1962)






Luogo: il Passo delle Termopili.
Eserciti: l’esercito persiano contro gli alleati greci.
Contesto: Guerra persiana.
Protagonisti:
LEONIDA re di Sparta e generale dei greci
MARDONIO generale delle armate persiane
SERSE re dei re di Persia
IDARNE comandante degli Immortali.

Dopo la sconfitta a Maratona i persiani non persero le loro mire espansionistiche, e le speranze di pace dei greci furono presto infrante dalle dimostrazioni di ostilità di Serse figlio di Dario re dei re di Persia. Questi organizzò un esercito enorme formato da tutti i popoli a lui sottomessi, stimabile intorno ai due milioni di uomini (secondo lo storico Erodoto), seguito, via mare da una flotta di milleduecento navi; l’esercito più grande che il mondo avesse visto fino a quel momento.

Gli alleati greci decisero che il punto migliore per opporsi all’invasore "barbaro", fosse il passo delle Termpoli, l’unica via agevole per giungere alla Grecia vera e propria dalla Tessaglia. Le forze alleate erano veramente esigue, Sparta fu la prima città a mandare i suoi uomini al passo (300 opliti) comandati dal re Leonida formidabile guerriero ultra sessantenne dalla mente sveglia e acuta, dietro l’esempio di Sparta arrivarono i rinforzi dalle altre città greche Tegea, Mantinea, Orcomeno, Corinto, Fliunte, Micene, Tebe, e dalle altre città dell’Arcadia e della Beozia per un totale di 3900 opliti seguiti dai rispettivi scudieri che fungevano da fanteria leggera.

Per prima cosa gli spartani e i loro alleati ricostruirono il vecchio muro di difesa al passo, caduto in rovina, e attesero l’arrivo dell’esercito persiano. Quando gli esploratori riferirono a Serse il numero dei greci che presidiavano il passo, il re scoppiò a ridere e piuttosto perplesso si chiese cosa stessero aspettando, non aveva capito che i greci si preparavano alla morte per dare tempo alle altre città di prepararsi.

Serse attese quattro giorni convinto che il solo il numero sarebbe bastato a far fuggire gli alleati. Allo stesso momento anche la sua flotta non riusciva ad avanzare bloccata dalle veloci navi ateniesi al cui comando si trovava il brillante Temistocle. Al quinto giorno Serse spazientito ordinò l’attacco sicuro che il numero stesso sarebbe bastato ad annientare i greci. Quando alcuni disertori dell’esercito persiano (perlopiù greci arruolati con la forza) avevano dichiarato che i Medi erano così tanti da oscurare il sole con le loro frecce, gli spartani risposero -bene almeno combatteremo all’ombra-.

E non si sbagliarono di molto per tutto il giorno combatterono ferocemente e nello stretto passo dove il numero non aveva significato e fecero strage dei persiani che con le loro armature leggere e le lance corte non potevano nulla contro il pesante equipaggiamento oplita. Il giorno successivo Serse schierò in campo le sue truppe d’èlite i diecimila Immortali comandati da Idarne che non ebbero maggior fortuna. I greci combattevano a turno concedendosi un pò di riposo da quel massacro si accasciavano a terra sudati e sporchi di sangue per poi rialzarsi e tornare a combattere.

Ma il terzo giorno a causa di un tradimento i persiani fecero passare gli immortali di Idarne attraverso un sentiero che aggirava il passo. Leonida venuto a conoscenza del tradimento fece tornare a casa gli alleati per risparmiarli in prospettiva delle future battaglie. Lui e i suoi spartani sarebbero rimasti per coprire la ritirata e morire sul posto perché le leggi di Sparta non contemplavano la ritirata. Rimasero anche 700 tespiesi che piuttosto di abbandonare Leonida preferirono morire. Quando i persiani chiesero di consegnare le armi Leonida gridò -venite a prenderle!-

Gli spartani combatterono con assoluto disprezzo della vita con le aste delle lance ormai spezzate e con le spade, poi con i pugni e i calci lasciando sul campo più di ventimila persiani compresi due fratelli di Serse, alla fine si rifugiarono sul colle che sovrastava le Termopili per proteggere il corpo del loro re caduto. Serse ordinò che fossero finiti con gli archi per non perdere altri uomini.

Il sacrificio dei trecento spartani permise agli ateniesi di prepararsi allo scontro navale di Salamina e agli altri greci di rimandare il confronto con i persiani un anno dopo a Platea. Tuttavia non è fuor di luogo pensare anche che il loro sacrificio contribuì a salvare la civiltà greca, modello e patrimonio culturale di tutto il nostro mondo occidentale.

Ancora oggi sul posto si trova una lapide rivolta a tutti i greci:



XXIV giorno di guerra

19:38, 5 August 2006 .. Posted in Attualita .. 0 comments .. Link

24° GIORNO SULLA CAPITALE IL BOMBARDAMENTO PIU’ MASSICCIO DALL’INIZIO DELLA GUERRA. UN EX AMBASCIATORE DI TEHERAN: HEZBOLLAH HA NOSTRI MISSILI A MEDIA GITTATA

 

di Giuseppe Zaccaria (La Stampa)
BEIRUT. Oggi in tutto il Libano essere sciita vuol dire sentirsi un bersaglio, appartenere a una specie subumana costretta a rifugiarsi nelle cantine, calarsi nei sottoscala, sprofondare nelle catacombe. Ormai nella logica di Israele dovunque uno sciita si trovi può nascondersi un Hezbollah, qualsiasi palazzo, scuola, centro islamico si trasforma in obiettivo, le incursioni dell'altra notte hanno squassato ancora una volta l'aria di Beirut con boati: non erano mai parsi così potenti e mettono la città in ginocchio. L'impressione era che i piloti di Gerusalemme avessero cominciando a lanciare bombe più potenti, quelle a penetrazione.

I diseredati del Libano si calano nei sotterranei, ascoltano i messaggi di una tv a sua volta sprofondata nelle viscere della città - quella «Al Manar» da cui Hassan Nasrallah continua a lanciare proclami - e aspettano che passi la tempesta mentre sentono montare una rabbia inestinguibile. Ieri sera dagli schermi del partito di Dio un ayatollah profetizzava: «Il martirio di tutti noi presto condurrà alla sconfitta del Satana sionista...». Le plebi libanesi ascoltano e affilano i coltelli. L'altra sera aerei israeliani avevano lanciato volantini in cui intimavano agli abitanti di quattro aree non ancora bombardate di sgomberare al più presto, qualcuno lo ha fatto, la maggioranza è scesa in cantina. Qui invece, ad Al Ouzaiy, la porta Sud della città nessuno aveva lanciato avvertimenti ma le incursioni ci sono state lo stesso, 19 in meno di due ore.
«Mia moglie è impazzita, pochi giorni fa eravamo arrivati qui da Tiro e adesso altre bombe altro terrore...». Ahmed Al Gotah sta guardanto sconsolato le rovine di quello che era stato il porticciolo del sobborgo, i missili l'hanno devastato. Ci sono stati morti e feriti. E’ impressionante vedere nel piccolo specchio d'acqua la distesa di rottami che galleggiano e qualche prua che si affaccia dal fango come per chiedere aiuto. «Queste erano tutte barche di pescatori che da tre settimane non uscivano più per paura delle motovedette israeliane», ci spiega ancora Ahmed, che adesso è profugo due volte perché dopo aver perso la casa a Tiro stamani ha scoperto che è stato colpito anche il magazzino in cui aveva trovato alloggio. Qualche centinaio di metri più avanti la determinazione degli israeliani si mostra in tutta la sua spaventosa efficacia. La strada centrale di Ouzaiy si dirige verso l'aeroporto, l'altra notte l'hanno rimbombardata a tappeto e adesso pare uno sterminato groviera, sulla destra un'intera quinta di palazzi è venuta giù. Resta in piedi un cartello che in questa devastazione assume un'aria grottesca, dice «Al Hadi, scuola per sordomuti».

In questo blocco di costruzioni si concentrava quello che gli sciiti della zona chiamavano «centro culturale umanitario», un complesso di quelle organizzazioni di assistenza e indottrinamento che i movimenti islamici finanziano da anni. La scuola «Al Hadi» era organizzata dal movimento Amal, il liceo «Hussein Kassir» dal partito di Dio, il «centro di assistenza imam Sadr» dai due movimenti assieme.

C'erano anche un magazzino, che magari poteva nascondere armi e un ambulatorio, che magari poteva accogliere dei guerriglieri e nel dubbio gli aerei hanno spianato tutto, di tutto ciò che ha sentore di Hezbollah non deve restare pietra su pietra. Dall'altra parte della città le bombe sono cadute sui quartieri di Rouise, Haj Mady, Bein al Abed. Non è risparmiata neppure quella che fino a ieri era la linda e deserta Beirut dei cristiani, stretta da una cintura di macerie che ricopre anche le aree martoriate di Haret Hreik, Sfejr, Bourj Baraj. Qui verso il mare si riesce ancora a sopravvivere, tutt'intorno manca l'ettricità, l'acqua non arriva da giorni, il cibo scarseggia e gli umani vivono come topi in attesa della prossima incursione.

Nelle viscere di Beirut montano le tensioni, fra gli sciiti c'è chi comincia a temere che gruppi di sunniti possano approfittare del momento per regolare conti antichi, se le cose continueranno così alla devastazione della guerra fra breve potrebbe sommarsi l'orrore di uno scontro etnico. Forse la strategia israeliana punta anche a questo, per il momento è riuscita a fare di Beirut un'isola al centro del Libano.

L'altra notte le incursioni hanno tagliato l'ultima via di comunicazione verso Nord, la superstrada che collegava la capitale a Tripoli. Bombardamenti mirati hanno fatto saltare due viadotti all'altezza di Jumyeh, dove si trova il famoso «Casinò du Liban». In apparenza lo scopo è di impedire ai rifornimenti che arrivano da Nord e dalla Beka'a di raggiungere la guerriglia ma in pratica questo toglie a chiunque la possibilità di abbandonare Beirut, perché anche la via di montagna per il confine siriano è tagliata in più punti. Adesso una delle città più belle del mondo è tagliata fuori da tutto e rischia una velocissima decadenza. Le banche da giorni hanno bloccato le transazioni in valuta e nessuno se volesse andarsene potrebbe procurarsi altro che lire libanesi, la benzina scarseggia drammaticamente.

Tutto questo nella capitale: ma i bombardieri israeliani non hanno colpito solo Beirut. Almeno 33 i morti, tra cui molti siriani, tutti agricoltori in una fattoria vicino al villaggio di Qaa, non lontano dal valico difrontiera con la Siria, nella valle della Bekaa dove le vittime stavano caricando frutta su camion.

Il ministro della Sanità Mohammed Khalifeh avverte che gli ospedali potrebbero chiudere entro una settimana, e al Sud entro cinque giorni: «Abbiamo scorte limitatissime, i reparti di rianimazione e le sale operatorie funzionano grazie ai generatori, ancora pochi giorni e centinaia di pazienti potrebbero morire». Al largo di Cipro due navi cisterna tedesche aspettano da Israele un’autorizzazione per potersi avvicinare, per Gerusalemme ci sono «problemi burocratici».



{ Last Page } { Page 1 of 2 } { Next Page }

About Me

Home
My Profile
Archives
Friends
My Photo Album

«  July 2014  »
MonTueWedThuFriSatSun
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031 

Links

Movimento Fascismo e Libertà
Il Popolo d'Italia
Casa Pound
THULE
Libreria AR
Libreria Orion
Libreria Scriptamanent
Volkermord
Sindacato C.U.L.T.A.
Aeronautica
Sito storico Kommando fascista
Comunismo
Oswald Mosley
Revisionismo
Institute for Historical Review
Blog: COC
Mutuo Sociale
Forum: Isola bianca
Forum: Informatica
ebay
NPD
Il sito italiano sul software
Hacker Journal



"Personalmente e figurativamente, mi sono sempre rappresentato il Fascismo, come un immenso e dinamico mosaico, all’interno del quale potevano incoercibilmente e complementariamente coesistere una serie infinita di anime del genio italico, europeo e mediterraneo. Per citarne soltanto alcune: da quella anarchica a quella monarchica, da quella repubblicana a quella socialista, da quella rivoluzionaria a quella riformista In altre parole, nel contesto di quel mosaico, c’era posto per tutti: dall’anarchico Leandro Arpinati allo statalista Alfredo Rocco, dal monarchico Emilio De Bono al repubblicano Alessandro Pavolini, dal comunista Nicolino Bombacci al conservatore Giuseppe Tanari, dai socialisti Ferrandini e Ferrari al liberale Alberto De Stefani, dal borghese Dino Grandi al socialista-rivoluzionario Edmondo Rossoni, dai sindacalisti Michele Bianchi e Mario Giampaoli al costituzionalista, Carlo Costamagna, dal poeta Gabriele D’Annunzio allo scienziato Gugliemo Marconi, dallo scrittore Luigi Pirandello al pittore/scultore/incisore Mario Sironi, dal nobile (marchese) Dino Perrone Compagni all’operaio proletario Giuseppe Solaro, dal burocrate Corrado Gini al filosofo Giovanni Gentile, dal massone Italo Balbo all’anti-massone Tullio Tamburini, dal giudeo Aldo Finzi all’antisemita Giovanni Preziosi, dal nazionalista Luigi Federzoni all’universalista Berto Ricci, dai mistici Niccolò Giani e Guido Pallotta al pragmatico Attilio Terruzzi, dagli intellettuali Giocchino Volpe e Giuseppe Bottai all’uomo d’azione per antonomasia Ettore Muti, dal futurista F. T. Marinetti al tradizionalista Julius Evola, ecc...Per riassumere come recita una delle prime strofe dell’inno Giovinezza diciamo che il Fascismo fu: I poeti e gli artigiani, i signori ed i contadini. Fu simultaneamente la destra, la sinistra ed il centro.Fu un tentativo di sintesi e di superamento, sia degli immortali principi del 1789 che di ciò che fino ad allora li aveva preceduti". Alberto B. Mariantoni

testi contenuti sulle pagine di questo sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Non si intende violare alcun copyright. La Legge n. 159 del 22 maggio 1993 ne consente luso solo per attività didattica, di studio e di ricerca. Lautore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per quanto riguarda i siti ai quali è possibile accedere tramite i collegamenti posti allinterno del sito stesso, forniti come semplice servizio agli utenti della rete. Il fatto che un blog fornisca questi collegamenti non implica una tacita approvazione dei contenuti dei siti stessi, sulla cui qualità, è declinata ogni responsabilità. Il proprietario del blog dichiara di non esserere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori,lesivi dellimmagineo dellonorabilità di persone terze,non sono da attribuirsi allautore,nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata




Categories

Libreria
Nazionalsocialismo
Fascismo
Religione
Sport
Revisionismo
Attualita
Comunismo
Altro
Musica e Hobby
Letteratura - Filosofia - Arte
Fisica
Storia Antica
Foto
Informatica
Canzoni e Poesie
Etica

Recent Entries

Joseph Goebbels discorso su pedofilia e preti
BALDRACCHE ROSSE
Robert Brasillach vive tra gli eroi
Una tragedia senza dei
TESI SUL DENARO

Friends

DilettaD