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Memento Audere Semper

Comprereste un auto da quest'uomo?

10:01, 31 July 2010 .. Posted in Attualita .. 0 comments .. Link

Comprereste un auto da quest'uomo?

 

 

 

Avete abbastanza fiducia in lui, al punto di acquistare da lui un auto usata?
Potete avere fiducia in un "uomo" che pur di arrivare a sedere in parlamento ha svenduto tutto e tutti?

L'articolo che segue è un ottima analisi sul "camaleonte" Fini, un uomo , una garanzia di tradimento e slealtà, verso i suoi tesserati, verso i suoi ideali (ammesso e non concesso che na abbia mai avuti), verso i suoi elettori, verso la patria...

Si sa che il simile può solo stare col simile, mi rifiuto di credere che in Italia ci siano così tante persone di poco valore che, sapendo, possano stare ancora dalla parte di quest'uomo. Egli non vale di più dei suoi prodi alleati: un colluso, un pecoraio, un don abbondio e un democristiano tout court, l'unico a valere il prezzo del biglietto non fosse altro che per la sua coerenza. Talmente coerente che si trova in un imbarazzante disagio nello stare fianco a fianco con simili personaggi, cercando ogni pretesto per prenderne le dovute e significative distanze.

Se dopo aver letto questo resoconto dettagliato e circostanziato, avrete ancora il coraggio di dargli la preferenza vuol dire che, come uomini, non valete un cazzo e meritate tutto il disprezzo possibile.




La politica è l’arte del possibile.
Se c’è di mezzo lui, Gianfranco Fini, anche dell’impossibile.
La sua linea politica è la svolta; se avesse un quotidiano tutto suo, lo chiamerebbe: «Svolta continua».
E’ partito da Destra ed è arrivato chissà dove.
Qualche giorno fa si è celebrato il 60 anniversario della nascita del MSI; mancava proprio lui, che ne è stato l’ultimo segretario.
Al congresso di Fiuggi aveva rimpicciolito la Fiamma, pronunciando una frase che sarebbe rimasta famosa: «Usciamo dalla casa del padre con la certezza che non vi faremo ritorno».
Ai militanti non aveva detto che sarebbero finiti in affitto.
Da neofascisti sono divenuti … ANisti; per chi stava in un partito macho, una beffa.
Dove c’è lui, c’e spazio per tutto e niente, tutto è un valore irrinunciabile, fino alla rinuncia.
Nel suo simbolismo ci sta la coccinella e l’elefante, il tutto e il di più, ma… «Sotto il Partito, niente».
Segno zodiacale: camaleonte.
La Destra è morta e nemmeno per nobili Fini.
La Destra era Dio, Patria, Famiglia, Tradizione mischiata a Futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato, più di un militante spampanato, un crogiuolo di idee e lacerazioni, di faide, di sette, di fazioni, uniti da idea di alternativa, improbabile, imprecisa: la destra era povera, ma viva e nonostante tutto affascinava.
Fu su questo mondo fatto di scarti della storia, di «rifiuti» culturali, di tipi umani originali, di caratteri asociali, di anarchici dell’ordine, di piccolo-borghesi un po’ frustrati, di qualche imprenditore pazzo e originale, di più di un fior di intellettuale, di salotti un po’ attempati, di militari e congiurati, di giovanotti aitanti e militanti, di signorine un po’ accaldate e ragazze combattenti; il MSI tenne per anni la piazza e una rappresentanza parlamentare decorosa e finanche significativa (era pur sempre la quarta forza politica italiana e all’inizio degli anni ‘70 tallonava da vicino il PSI).
Le sue fortune politiche esplosero in coincidenza con le disavventure altrui. In concomitanza con Tangentopoli, il partito della Fiamma senza bisogno di abiure di sorta, né di cambiamenti di nome, di simbolo, di DNA si attestò attorno al 12% dei voti, ma in alcune aree del Paese toccò e supero il 30% dei voti. Più o meno come l’attuale AN.
Roma per qualche anno fu la capitale «nera» d’Italia.
I quartieri popolari regalarono al partito di Fini percentuali di voto straordinarie.
L’anima sociale e popolare della Destra, quella che negli anni ’70 aveva incendiato Reggio Calabria, tornava prepotentemente alla ribalta.


Era un partito caotico - si capisce! - travolto da insolito successo, che certo necessitava di una ristrutturazione, ma che aveva dentro di sé alcuni lasciti da non sperperare: l’immagine di pulizia (dovuta anche al fatto di essere stato escluso da ogni spazio di potere), di ordine, di legalità, di identità nazionale, di socialità, di statualità, di autorità, di valori antichi.
Era un partito di facciata neofascista che oscillava tra un gollismo occidentalista, di cui Fini dopo Almirante divenne leader ed un terzaforzismo paneuropeista e differenzialista - l’ala rautiana - che poteva contare su un buon terzo dei consensi interni e che nel 1990 riuscì a conquistare la segreteria fino al luglio del 1991, quando l’utopia dello sfondamento a Sinistra lo fece precipitare a percentuali da PDUP.
Poi tornò Fini e la fortuna lo baciò in fronte, perché nel giro di due anni, mentre il MSI faticosamente riguadagnava i voti perduti, scoppiò lo scandalo di Tangentopoli.
Occasionalmente Fini era segretario e passò all’incasso: non per meriti particolari, poiché in quello sconquasso istituzionale chiunque fosse apparso estraneo al sistema avrebbe mietuto i frutti della protesta.
Il MSI, poi, nel raccogliere il voto di protesta era da sempre stato maestro e in quella circostanza lo fece con l’arma che gli era più congeniale: populismo, giustizialismo, pulizia morale, rivendicazione di radici e diversità.
Gridava allora Fini: «Basta con il garantismo, basta con questa larva di Stato impotente, basta con la legge che premia i delinquenti e abbandona i cittadini onesti!»; «i capi mafiosi vanno passati per le armi, bisogna ripulire il Paese dal cancro della malavita»; «dalla questione morale non si esce se i magistrati non andranno fino in fondo e chi parla di congiure e complotti ha invece il dovere di rinunciare all’immunità parlamentare!»; «la questione morale deve diventare l’Algeria della Repubblica italiana nata dalla Resistenza!».
Resta memorabile la lettera inviata a Francesco Saverio Borrelli il giorno dopo che il Parlamento aveva votato no all’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi: «Lo sdegno e l’amarezza che pervadono la Nazione di fronte allo scandaloso verdetto di autoassoluzione che il regime si è confezionato con il voto dell’aula di Montecitorio sul caso Craxi sono da noi interamente condivisi. La nostra forza politica chiede l’immediato scioglimento delle Camere e nuove elezioni proprio per consentire alla giustizia di procedere nel suo corso senza intollerabili franchigie e pretestuosi ostacoli. Che sia il popolo sovrano, nel nome del quale la giustizia si esercita, a superare l’inammissibile scudo della immunità parlamentare e a consentire ai giudici italiani di svolgere sino in fondo la loro irrinunciabile funzione. Con i più cordiali, deferenti saluti».
Poi arrivò il successo; e il successo, si sa, dà alla testa; e cambiò tutto.

Di Borrelli nella primavera del ‘97 dirà: «Borrelli vive uno sfrenato protagonismo, Davigo è sopra le righe, questi pensano di essere una casta sacerdotale di aristocratici».
E poi tre mesi dopo continua: «Dobbiamo liberarci della malattia infantile del giustizialismo».
Alla fine del ‘99 si lamenta: «Si continua a fare un uso politico della giustizia per eliminare dalla scena gli avversari politici».
E vota contro le autorizzazioni a procedere o all’arresto richieste non solo per Cesare Previti.
Con tanti saluti all’Algeria della Repubblica italiana nata dalla Resistenza!
Da allora in poi comincia l’era infinita delle svolte.
Le Pen è archiviato, il gollismo sostituito da una direzione di marcia che punta oramai verso la Destra tecnocratica di Giscard e che già era degli azionisti del vecchio PRI di La Malfa, tanto caro ai salotti buoni della finanza italiana.
Cossiga - che di massoni se ne intende - lo definisce il Tony Blair della Destra.
Freddo, pragmatico, a-morale Fini abiura tutto l’abiurabile e nel giro di pochi anni (e talvolta perfino di qualche mese o settimana) si appropria del più disinvolto laicismo, del più improbabile occidentalismo, del più sfacciato liberismo, voltando le spalle a quei milioni di elettori che erano di Destra non solo perché anticomunisti, ma perché portavano dentro di sé un mondo magari confuso, ma pieno di valori.
Fini li lascia orfani e tristi.
La grande stampa plaude, i militanti di vecchia data piangono.
Qualcuno se ne va.
Fini è l’uomo che l’8 maggio del 1988 al cinema Adriano aveva consegnato al leader della Destra nazionalista francese Jean-Marie Le Pen la tessera «ad honorem» del MSI, dicendo: «Il Msi-Dn, come Le Pen, non è razzista nei confronti dei diversi. Ma ciò non può significare fare finta di nulla per il pericolo di una progressiva perdita di identità nazionale».
Fini è anche il segretario di partito, che, ad un Berlusconi che si affannava a strappargli via l’immagine di fascista, replicava: «Sono un postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato nel dopoguerra».
Fini è l’uomo che nel libro «Il fascista del Duemila» di Corrado De Cesare afferma: «Sono convinto che l’intuizione mussoliniana di una terza via alternativa al comunismo e al capitalismo sia ancora oggi attualissima. Il nostro compito è di attualizzare, in una società postindustriale alle soglie del 2000, gli insegnamenti del fascismo che con la Carta del lavoro del 1927, l’Umanesimo del lavoro di Gentile e i 18 punti di Verona della RSI, ha lasciato un testamento spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere».
Oppure: «Credo ancora nel fascismo, sì, ci credo» (19.8.1989) e come se non bastasse «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista» («Il Giornale», 5.1.1990).

Fini è l’uomo che parlava di Mussolini definendolo «il più grande statista del secolo» e «un esempio di amore per la propria terra e la propria gente», che «se vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani» (30.9.1992), sostenendo che un giorno l’Italia lo avrebbe dovuto riabilitare e «insieme a Cavour, Mazzini e Garibaldi, anche a lui saranno intitolate piazze e monumenti» («Il Giornale» 19.10.1992).
Fini è l’uomo che ammoniva sul fatto che tutti devono interrogarsi «sul fascino che le nostre idee conservano tra le nuove generazioni a cinquant’anni dalla caduta del fascismo».
Fini è l’uomo secondo cui «’identità che il MSI orgogliosamente rivendica non è tesa a restaurare il regime fascista, bensì a rilanciare i valori che quel regime teneva ben presenti ed elevò alla massima dignità».
Fini è l’uomo che nel ‘91 scriveva: «non occorre impostare un rilancio del MSI su una operazione di ridefinizione ideologica. Tutti quanti diciamo che siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i postfascisti o il fascismo del Duemila», ma già lanciava una strategia: «Per essere di nuovo determinante il MSI deve saper essere anche figlio di puttana».
Fini è l’uomo che nel ‘92 gridava: «E’ più che mai attuale il ‘Boia chi molla’ di Ciccio Franco».
E ancora il 7 maggio di quello stesso anno così salutava: «Ai combattenti della Decima Mas, espressione più alta del valore dei nostri soldati, va il cameratesco saluto di tutto il MSI... Ognuno di voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate della RSI, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato a gustare il dolce sapore della rivincita... Dopo quasi mezzo secolo, il fascismo è idealmente vivo...».
Fini è l’uomo che un anno dopo rivendicava: «A cinquant’ anni dalla fine della guerra nessuno può pretendere che il MSI faccia in qualche modo un’abiura di ciò che è stato. Non dobbiamo sconfessare un bel niente».
Fini è l’uomo che ancora nel ‘94 ribadiva: «Mussolini è stato il più grande statista del secolo ...»
Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti» e alla domanda se Berlusconi potesse eguagliarlo, rispondeva: «Berlusconi dovrà pedalare per dimostrare di appartenere alla storia come Mussolini».
Fini è l’uomo che nel 2003, giusto un anno prima di (o al fine di - fate voi …) divenire ministro degli Esteri (come in effetti accadrà un anno dopo), si reca in visita ufficiale in Israele e a conclusione della visita a Yad Vashem (il museo della shoah di Gerusalemme) con la kippà in testa, alla domanda se dell’epoca del male assoluto fa parte anche il fascismo, risponde con assoluta naturalezza: «Certo. Nel male assoluto rientra tutto ciò che abbiamo visto oggi allo Yad Vashem. C’è un dovere della memoria, un dovere di denunciare le pagine vergognose che ci sono nella storia del nostro passato. Si deve capire la ragione per la quale l’ignavia, l’indifferenza, la complicità fecero sì che tantissimi italiani nel 1938 nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali volute dal fascismo».

La fermezza nelle posizioni è memorabile.
Il 15 marzo del ‘93, in occasione del primo referendum sul sistema elettorale, dice: «L’uninominale è un sistema elettorale voluto dalla DC, dal PSI e dal PDS, dalla cupola della Confindustria e dal potere sindacale per salvare il regime partitocratico e riciclare i partiti sepolti da Tangentopoli.
Il risultato, se vinceranno i sì al referendum-truffa, sarà la fine dell’unità nazionale e l’Italia spaccata in tre: un Nord leghista, un Centro di sinistra e un Meridione democristiano e mafioso» dice.
Un anno dopo, il 16 maggio ‘94, contrordine: «Noi siamo per l’uninominale pura a turno secco, all’inglese».
Con Bossi sono insulti e reciproche retromarce.
Così il suo giudizio sul «senatùr»: «Occhetto è l’avversario, Bossi il nemico. Non accetteremo mai nessun accordo tecnico con la Lega» proclama nel febbraio del 1994.
Due mesi dopo ci va al governo insieme.
«E’ un criminale. Un ubriaco. Un animale. Con lui non prenderò mai più neppure un caffè» dice dopo il ribaltone del ‘95.
Ma nel 2001 è di nuovo al governo con la Lega e nel 2003 firma proprio con Bossi la nuova legge sull’immigrazione, che dovrebbe rendere più difficile la permanenza agli immigrati clandestini.
Non ha ancora finito di raccogliere consensi e proteste che, qualche mese dopo, clamorosamente, propone una legge per dare alle elezioni amministrative il voto agli immigrati.
I militanti di AN insorgono, lui li snobba.
Nel febbraio 2006, inserita nel pacchetto sicurezza per le Olimpiadi invernali Torino 2006, fa approvare una modifica al DPR numero 309/1990, che rende la disciplina dell’uso di stupefacenti più restrittiva.
Con quale faccia non si sa, se qualche settimana prima, ospite di Fabio Fazio, aveva raccontato: «Anch’io ho provato uno spinello. Sono stato rimbecillito per due giorni: è successo in Giamaica insieme ad alcuni amici».
Ci sarebbe molto da eccepire, a partire dalla questione dei due giorni…
Alleanza Nazionale nasce rivendicando il sostegno ai valori cristiani e crea pure una Consulta etico-religiosa, di cui è presidente Gaetano Rebecchini.
Ma al primo appuntamento in cui occorre serrare le fila, il referendum sulla fecondazione assistita nel giugno 2005, Gianfranco Fini, il presidente di AN si smarca, prende tutti di sorpresa e dichiara - in coppia con la forzista Prestigiacomo - di votare tre sì all’abrogazione.
I suoi sono sconcertati.
Rebecchini si autosospende, Alemanno si dimette da vicepresidente, Mantovano se va dall’esecutivo politico.
Qualcuno lo accusa di avere abbandonato la «croce» per il «compasso».
Lui minaccia querele.

Quest’anno sembrava essere un anno sabbatico, ma il nostro coglie tutti di sorpresa e infila un altro dei suoi memorabili affondo in piena zona Cesarini.
Sul numero 52 dell’Espresso, in edicola, sul tema coppie di fatto dichiara : «Premesso che il diritto naturale e la Costituzione dicono che l’unica famiglia è quella fondata sul matrimonio, dobbiamo necessariamente prendere atto che nella nostra società ci sono forme di convivenza e di unione non assimilabili alle famiglie. La grande maggioranza degli italiani costruisce una famiglia, ma solo un ottuso può dire che non esistono altre realtà».
L’intervistatore gli chiede: «E’ una questione privata? O serve una legge?»; lui risponde: «Se ci sono diritti o doveri delle persone che non sono tutelati perché fanno parte di un’unione e non di una famiglia servirà un intervento legislativo per rimuovere la disparità. Ma aspetto di vedere se davvero il governo presenterà questo disegno di legge. Ho molti dubbi che riesca a farlo». L’intervistatore allora lo incalza: «Una legge che vale anche per i gay?».
«Naturalmente - precisa Fini - quando parlo di persone mi riferisco a tutti».
«Cuore», il settimanale satirico diretto da Michele Serra, quando nel 1993 si consumò lo scontro al ballottaggio con Rutelli per la conquista della carica di sindaco di Roma, gli dedicò un titolone folgorante, facendogli dire: «Voto Rutelli. Questi fascisti mi fanno paura».
Il sommario diceva: «Mi sento anche un po’ extracomunitario, ebreo e comunista, per non parlare delle mie nuove tendenze omosessuali».
E noi che pensavamo fosse satira…


Domenico Savino

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SIA MARIO CERVI A SBUGIARDARE LA STORIA

09:49, 30 July 2010 .. Posted in Fascismo .. 0 comments .. Link

SIA MARIO CERVI A SBUGIARDARE LA STORIA

di Filippo Giannini

 

 

Ho avuto modo di leggere ne La stanza di Mario Cervi una risposta, ad un lettore, Sig. Paolo Gulminelli, Cervi inizia: <Purtroppo il parlare di catastrofica guerra mussoliniana non è un luogo comune (sì, signor Cervi è proprio un luogo comune, nda), è una dolorosa realtà storica>. A questa premessa l’autore fa seguire una serie di luoghi comuni che con la realtà storica non ha nulla di scientificamente valido.

Per iniziare e contestare quel che indichiamo come castronerie cerviane, riportiamo quanto ebbe a dire Bernard Shaw nel corso di un’intervista al Manchester Guardian nel 1937: <Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo>. Se avremo spazio proverremo ad indicare quale pericolo rappresentassero per il capitalismo le cose che Mussolini si accingeva a fare, e quelle già fatte.

È bene mettere in chiaro un fatto: il Secondo conflitto mondiale esplose nel 1939, ma fu concepito con l’assurdo Trattato di Versailles, un Trattato che mortificava i perdenti oltre ogni limite. Tanto che il Maresciallo di Francia Foch disse profeticamente: <Questa non è la pace; è un armistizio di vent’anni>. John Keynes, uno dei più noti economisti del secolo scorso, quale esperto inglese a Versailles, dette le dimissioni in segno di dissenso per protestare contro le norme del Trattato imposte alla Germania che egli riteneva inapplicabili. Benito Mussolini – e questo il signor Cervi, scrivendo di storia dovrebbe ben saperlo, in un discorso alla Camera del 16 novembre 1922, fra l’altro disse: <La pace del 1919 aveva diviso il mondo tra potenti e inermi, tra ricchi e poveri (…). Una pace che si fondi sull’ingiustizia è già una pace morta. Se l’ingiustizia stava nei Trattati, si dovevano rivedere i trattati. Questa tesi l’ho sostenuta dal 1919 quando non ancora s’erano asciugate le firme di Versailles (…)>. La revisione dei trattati fu una costante della politica mussoliniana per tutti gli anni del suo governo. E questa politica a cosa mirava se non a salvare la pace? A questa politica chi si opponeva? Ce lo dica Lei, signor Cervi.

Quale incarico ebbero da Mussolini Italo Balbo e Dino Grandi nella Conferenza di Ginevra del 1932, il cui tema era il disarmo? L’Italia propose, su disposizioni del Duce, un progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti. Inoltre venne esposto un piano, studiato da Mussolini, per l’abolizione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, degli aerei da bombardamento ecc.; in altre parole la messa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una guerra di distruzione. Chi sabotò questo piano? (Non) ce lo dirà il signor Cervi.

Signor Cervi, visto che Lei è un maestro in materia, ci dica chi fu portatore nel 1933 del così detto Patto a Quattro, poi nel 1935 dei così detti Accordi di Stresa, iniziative tese a correggere le storture che avrebbero portato poi alla guerra. Chi sabotò i due tentativi? Aspettiamo una risposta, signor Cervi.

Intanto, proprio in quegli anni, al di là delle Alpi prendeva forma una figura che rivendicava i diritti alla vita dei tedeschi: Adolf Hitler. Un personaggio che a Mussolini non piaceva, anche se le sue rivendicazioni erano considerate giuste. Così arriviamo al 25 luglio 1934 quando i nazionalsocialisti dopo aver ucciso il Cancelliere austriaco Dollfuss tentano l’Anschluss; chi si oppose a Hitler? Se non ce lo dice il signor Cervi, ce lo faremo dire dal più noto giornalista svizzero, Paul Gentizon che scrisse: <Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler, il nazionalsocialismo, il pangermanesimo. Se in quel momento le democrazie occidentali lo avessero ascoltato, il destino del mondo sarebbe stato ben differente>.

E veniamo nell’anno 1935. Il signor Cervi saprà (lo spero) che furono i Governi pre-fascisti ad avere mire sull’impero etiopico: 1882, 1885, 1887, 1888, 1890, 1895, sono date che il signor Cervi dovrebbe ben conoscere e ancor più approfonditamente quelle del 1887, del 1888 e soprattutto quella del 1896 queste ultime date sono bagnate dal sangue di nostri soldati che furono mandati allo sbaraglio dall’incoscienza dei Governi del tempo. E che dire della guerra italo-turca del 1911? Quella fu una guerra giusta, vero signor Cervi?

Torniamo, come abbiamo scritto al 1935, ma prima dobbiamo fare un passo indietro. Guido Gerosa, un antifascista tutto d’un pezzo (come il signor Cervi) ha scritto sul suo libro "Io Mussolini", pag. 37 (siamo nel 1934). <L’Eritrea e la Somalia sono costantemente insidiate da bande di predoni che trovano appoggi e protezioni presso le autorità etiopiche e che compiono razzie e scorrerie per poi rifugiarsi subito nel santuario del territorio abissino (…). L’episodio più grave è l’attacco al Consolato di Gondar. Un gruppo di predoni abissini prende d’assalto la sede diplomatica italiana, uccide un ascaro e ne ferisce parecchi altri (…)>.

Ma l’episodio più grave avviene alla fine del 1934; ma lasciamo la parola allo storico Rutilio Sermonti che nel suo libro L’Italia nel XX Secolo ha scritto circa i fatti di Ual-Ual: <Ben 900 regolari abissini sono la scorta che il governo etiopico ha assegnato alla missione britannica e li comanda il colonnello Clifford (…)>. Chi legge queste note potrebbe chiedersi: "Perché un colonnello inglese"? Non so se al signor Cervi sorge il sospetto che, invece, sorge in noi; ci torna in mente, cioè, quanto disse Bernard Shaw (come abbiamo scritto all’inizio di questo lavoro): <Le cose da Mussolini sin qui fatte lo condurranno prima o poi ecc.>. Cioè, se l’intento dei Paesi capitalisti era la distruzione del fascismo, quale migliore occasione che far impelagare l’Italia in un conflitto difficile contro l’Etiopia? La trappola era scattata grazie all’arguta politica estera franco-britannica che riuscì a far credere che l’Italia avesse via libera all’azione all’impresa etiopica. Lo scrive lo stesso Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, 1° Vol., pag. 209): <È accertato che durante i loro negoziati Laval fece a Mussolini numerosi accenni all’indifferenza della Francia nei riguardi di qualsiasi evento che dovesse verificarsi in Etiopia>. Ma c’è da aggiungere qualche altro particolare: chiediamo al signor Cervi se conosce Nicolaos Politis. Forse non lo ricorda, proveremo a richiamarlo alla memoria. Dopo i fatti di Ual-Ual, il Negus rifiutò di inoltrare le scuse e di riconoscere le riparazioni richieste dal Governo italiano. L’indagine sulle cause dei fatti di Ual-Ual furono affidati ad una Commissione presieduta, appunto dall’esperto di diritto internazionale Nicolaos Politis, il quale, il 3 settembre 1935 sentenziò che la responsabilità degli scontri ricadeva sulle autorità abissine. Certamente il signor Cervi non sarà d’accordo.

E Sua Maestà il Re? Così Vittorio Emanuele III rispose al suo Primo Ministro: <Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: "Duce, vada avanti. Ci sono io alle sue spalle. Avanti, le dico!>. E gli antifascisti’ Non ne parliamo. La Giornata della Fede ne fa testo: Benedetto Croce, Albertini, Orlando, Labriola tutti, senza tema di essere smentiti, affermo: tutti. Addirittura i comunisti con il loro appello ai "Fratelli in Camicia Nera". E la Chiesa? Il gesuita Antonio Messineo su Civiltà Cattolica plaudì con due saggi intitolati: L’annessione territoriale nella tradizione cattolica e Necessità economica ed espansione territoriale. Dato che il 1945 era ancora lontano, il Cardinale Schuster richiamò, addirittura la volontà divina con queste parole: <Cooperiamo con Dio in questa missione nazionale e cattolica in bene, in questo momento in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza la catena degli schiavi, spiana la strada ai missionari del Vangelo>. E gli ebrei? Pure loro e più degli altri. Ecco cosa scrisse Israel il 10 ottobre 1935, in occasione del Kippur, quando i Rabbini invocarono il favore divino in questi termini: <In quest’ora storica e su chi regge i destini e sui valorosi soldati italiani>. Tutti entusiasti, ma non Mario Cervi, Lui aveva capito già tutto.

Grande fu lo scorno dei Paesi plutocratici i quali speravano che l’avventura etiopica potesse rappresentare anche la fine del fascismo e di Mussolini: l’Italia concluse, invece, la guerra etiopica in una manciata di mesi. Ma la profezia di Bernard Shaw doveva concretizzarsi e un passaggio obbligato era la Spagna con la sua guerra civile.

È impossibile in poche pagine descrivere come si giunse a quell’episodio. Ma questo servì per spingere sempre più l’Italia di Mussolini dalla parte della Germania di Hitler. Anche in questa vicenda un lettore attento potrebbe intravedere quali sarebbero stati gli scenari successivi. A fianco delle forze falangiste di Francisco Franco si schierarono l’Italia e la Germania. Dall’altra parte la Russia sovietica, la Gran Bretagna, la Francia, gli Stati Uniti, cioè una situazione che solo apparentemente potrebbe apparire anomala, ma tutto seguiva una logica preordinata. Chiamiamo di nuovo Rutilio Sermonti a testimonio (L’Italia nel XX Secolo): <La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia>. Questo concetto di Sermonti è suffragato da un’indagine condotta da Alessandro De Felice (nipote di Renzo De Felice) che ha riportato nel suo ultimo volume una intercettazione telefonica intercorsa fra Roosevelt e Churchill il 28 luglio 1943 e decifrata dai Servizi Segreti germanici; conversazione che riporteremo in uno dei miei prossimi lavori.

In questi anni e in quelli che seguiranno fu un susseguirsi di operazioni tendenti, da tutte le parti, a giungere ad un conflitto. Intanto la Germania era al Brennero, Hitler si stava riprendendo quel che era stato tolto alla Germania nel 1919 e spingeva Mussolini per un’alleanza militare che non voleva, tanto che aveva predisposto una gigantesca operazione di fortificazioni lungo il Brennero, il Vallo Alpino del Littorio. Però l’Italia rimaneva sempre più isolata in un contesto europeo di cui facevano parte, da un lato la Francia, la Gran Bretagna e gli stati Uniti, e dall’altro lo strapotere militare della Germania.

Ma ora una chicca circa la volontà tenace di Mussolini di mangiare pane e guerra, una chicca che forse neanche il signor Cervi conosce. Il 22 giugno 1936 Mussolini rilasciò un’intervista all’ex ministro socialista francese Malvy, ribadendo la propria disponibilità a collaborare con Francia e Inghilterra: <La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi devo dire che ho avuto con lui dei contatti, ma sin qui mi sono riservato di decidere. Valuto perfettamente che cosa accadrà. Innanzi tutto sarà l’Anschluss a breve scadenza, poi sarà la volta della Cecoslovacchia, della Polonia e delle ex colonie tedesche. Per dire tutto sarà la guerra. E per questo ho evitato di impegnarmi. Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia fascista non si modificherà, se non mi darà l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania>. Questa testimonianza fu riportata da E. Bonnefour nella Histoire politique de la trisième Republique. Volete sapere se ci fu risposta? No, nessuna!

A fronte della persistente ostilità da parte delle democrazie (chiamiamole così) anche di quella oltre-oceano, come vedremo, per non rimanere isolata l’Italia fascista fu costretta ad avvicinarsi sempre più alla Germania nazionalsocialista. Perché questa politica conflittuale? Certamente se lo si chiede al signor Cervi, egli vi dirà che questa politica negativa non l’ha mai vista. Allora vediamo alcune testimonianze al di sopra di ogni sospetto. Winston Churchill nelle sue memorie notò: <La salita di Hitler al Cancellierato nel 1933 non destò entusiasmo a Roma. Il nazismo veniva considerato come una cruda e brutale versione del tema fascista (…)>. Ancora Winston Churchill, 1° Volume, pag. 209: <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola>. Circa con le stesse parole lo storico inglese George Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834): <E l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania (…)>. L’intellettuale George Roux, nel 1957 (quindi in epoca non sospetta) scrive: <Mussolini manda le sue divisioni al Brennero, ma Francia e Gran Bretagna non seguono il suo esempio e rimangono colpevolmente alla finestra (…)>. L’opinione dello storico e giornalista Paul Gentizon è stata riportata poco sopra.

Certamente chi scrive queste note non è davvero all’altezza di giudizio del signor Cervi, ma ciò non toglie che ha il diritto di esprimere delle opinioni, anche se sono diametralmente contrarie all’editorialista de Il Giornale. E il giudizio è questo: similmente a quanto scrisse Rutilio Semonti, le grandi democrazie volevano una guerra per abbattere quelle idee che sorgevano nel continente europeo e che si stavano estendendo in tutto il mondo, mettendo in grave crisi il sistema economico-finanziario vigente. E dato che i paesi democratici le guerre non le dichiarano, era necessario provvedere ad una serie di provocazioni. E così fu.

Fra le altre angherie concepite nel 1919 col così detto Trattato di Pace fu amputato una fetta del territorio tedesco, e si inventò il corridoio di Danzica, territorio nel quale il 95% della popolazione era di lingua tedesca.

Per rompere l’accerchiamento nel quale l’Italia era stata posta, il 22 maggio 1939 l’Italia firma il così detto Patto d’Acciaio. Per motivi di spazio risulta impossibile riportare i ripetuti tentativi effettuati da Mussolini per non far precipitare l’Europa in una guerra. È in questo contesto che subentra la diabolica volontà soprattutto dei Paesi democratici di scatenare il conflitto con una serie di subdole manovre. Il 31 marzo 1939 Francia e Inghilterra stipularono un patto militare con la Polonia con il quale i primi garantivano l’immediato appoggio militare al Paese balcanico in caso di attacco. Questo accordo fu in realtà una trappola per scatenare il conflitto, perché la Polonia fu lasciata sola a fronteggiare prima l’attacco della Germania e dopo pochi giorni anche quello dell’Unione Sovietica; il sacrificio della Polonia servì per giustificare l’entrata in guerra di Francia e Gran Bretagna e, come vedremo, degli Stati Uniti. Hitler avanzò delle proposte straordinariamente moderate alla Polonia affinché gli concedesse un passaggio attraverso il corridoio, ma il Governo polacco, rassicurato da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, rigettò ogni proposta germanica. George N. Crocker nel suo libro Lo Stalinista Roosevelt, a pag. 4, scrive: <Poiché ci troviamo su dimensioni fuori del comune, diremo che nessun popolo fu ingannato così magistralmente, così preso in giro e beffato, come il popolo americano dal Presidente Roosevelt e dalla sua corte>. No, signor Cervi, nessun errore di battuta: Crocker indica proprio Roosevelt e non Hitler o Mussolini. Vediamo perché. Ecco il Rapporto dell’ambasciatore polacco a Washington, conte Jerzy Potocki, datato 16 gennaio 1939, inviato a Varsavia: Fra l’altro si legge: <1) Un ravvicinamento della politica estera sotto la direzione del Presidente Roosevelt, il quale condanna drasticamente e inequivocabilmente gli Stati totalitari (ricordiamo che gli Usa erano ancora neutrali, nda). 2) I preparativi della guerra da parte degli Stati Uniti, per mare, per terra e nell’aria, che vengono spinti con ritmo accelerato. 3) La risolutiva intenzione del Presidente che Francia e Inghilterra pongano fine a qualunque politica di compromesso con gli Stati totalitari. Non devono entrare con essi in alcuna discussione, che possa avere per scopo un qualunque spostamento territoriale. 4) Una garanzia morale che gli Stati Uniti abbandoneranno la politica isolazionistica e saranno pronti, in caso di una guerra, a intervenire attivamente a fianco dell’Inghilterra e della Francia>. Lo storico americano Thomas A. Bailey ha scritto: <Franklin Roosevelt ha ingannato ripetutamente il popolo americano durante il periodo precedente a Pearl Harbor (…)>. Il Presidente americano per provocare ulteriormente gli Stati totalitari ordinò alla Marina statunitense di sparare a vista contro i sommergibili tedeschi e italiani. Il Governo degli Stati Uniti, nonostante una formale neutralità fornì un massiccio aiuto ai nemici dell’Asse tramite il Lend Lease Act. Altri eminenti storici americani Allan Nevins e Henry Steele Comanger, hanno osservato: <Questa misura (il Lend Lease Act) era chiaramente non neutrale, ma gli Stati Uniti, dediti ora a sconfiggere la Germania, non erano certi trattenuti dalle delicatezze del Diritto Internazionale. Seguirono altri atti, ugualmente non neutrali – il sequestro di imbarcazioni dell’Asse, il congelamento dei fondi dell’Asse, il trasferimento di carri armati all’Inghilterra, l’occupazione della Groelandia e, a seguire, dell’Islanda e l’ordine di sparare a vista a tutti sottomarini nemici>. Né va dimenticata la consegna alla Gran Bretagna di cinquanta cacciatorpediniere della Marina americana. <Il leader tedesco rispose alle provocazioni palesemente illegali del Governo americano, ordinando ai comandanti delle sue navi di evitare scontri con le navi americane> (C. Tansill, Back Door to War, pag. 606).

Il già citato storico americano, George Crocker nel suo libro a pag. 99, scrive: <(Roosevel) trasformò gli Stati Uniti in una Nazione belligerante a tutti gli effetti anche se non in forma ufficiale. Egli aveva messo in atto una guerra senza dichiararla: lo stesso Ammiraglio Stark ebbe a scrivere, in una lettera privata, appena un mese prima di Pearl Harbor, queste testuali parole: "Che il Paese lo sappia o no, siamo in guerra>.

Ed ora veniamo ai fatti che ancor più ci riguardano. Il 31 marzo 1940 Mussolini preparò un Piano strategico (Promemoria 328) che sottopose a Vittorio Emanuele III e a Badoglio; i destinatari trovarono il memoriale di rigore geometrico. Sarebbe interessante riportare nella sua pienezza tutta la Promemoria 328, ma motivi di spazio lo vietano. Tuttavia alcuni punti è bene proporli: <(…). Credere che l’Italia possa rimanere estranea fino alla fine è assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un angolo dell’Europa come la Spagna, non è semi-asiatica come la Russia, non è lontana dai teatri d’operazione come il Giappone (…). Il problema non è quindi sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra (…)>. Ebbe così inizio quel breve periodo di non belligeranza, nella speranza, almeno riteniamo, che avvenga un nuovo miracolo di Verdin.

Il diplomatico Pietro Gerbore, in una intervista rilasciata, nell’aprile 1973, allo storico e critico musicale Piero Buscaroli, disse: <C’è un documento unico. Di rado, nella storia della diplomazia, una decisione come quella del 10 giugno 1940 è illuminata da un retroscena altrettanto minuzioso e coerente. Non è sconosciuto, i pochi intenditori lo chiamano dal nome del suo autore: Il Rapporto Pietromarchi>. Ebbene il Rapporto Luca Pietromarchi – che il signor Cervi nella Sua risposta liquida con una alzata di spalle, non è uno, sono due. Il primo è datato 11 maggio 1940, il secondo 8 giugno dello stesso anno. Data l’importanza dei documenti li inserimmo nella loro completezza in un nostro volume. Si tratta di un elenco minuzioso che descrive le provocazioni che subimmo ad opera della Marina franco-britannica dalla fine del 1939 al maggio 1940. Il Capo dell’Ufficio Guerra Economica, Pietromarchi nei due memoriali inviati al Capo del Governo Benito Mussolini fornì l’elenco dettagliatissimo di come la Marina franco-britannica fu artefice di 1327 casi di sequestro avvenuti in acque territoriali, quindi contravvenendo ad ogni norma di Diritto internazionale, di mercantili italiani e navi di linea. Dal Rex la Marina inglese sequestrò, addirittura sacchi postali. Ebbene, a guerra finita Luca Pietromarchi venne accusato di essersi prestato a concepire documenti atti a giustificare l’entrata in guerra dell’Italia; cioè fu accusato di aver posto in rilievo gli atteggiamenti sgradevoli e vessatori degli anglo-francesi. Fra l’altro fu accusato di aver evidenziato <la materiale impossibilità per l’Italia di continuare a tollerare un tale stato di fatto>. Nell’impossibilità di provare che i Rapporti potessero essere tacciati di doppiezza, Luca Pietromarchi fu riammesso nella carriera diplomatica.

Prima di concludere è bene ricordare che abbiamo messo in evidenza le provocazioni subite dai Paesi totalitari, omettendo quelle ben più pesanti e gravi, messe in atto dai democratici a danno del Giappone.

Ci spiace arrecare un dolore al signor Mario Cervi, ma terminiamo con un giudizio del già citato Paul Gentizon: <Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini>.

Invitiamo il signor Cervi a rivedere la Dottrina Monroe; se ben ricordiamo del 1923, così potrà spiegare ai suoi lettori i motivi delle centinaia di guerre di aggressione scatenate dagli Stati Uniti in ogni parte del mondo. E se il signor Cervi dovesse sostenere, come sostiene, che gli Stati Uniti esportano libertà e democrazia, allora risponderà per noi il generale Wellington: <Signore, se lei crede a questo, allora può credere a qualsiasi cosa>.

Chiudiamo con una domanda che dovrebbe sorgere spontanea: se quanto sin qui scritto corrispondesse a verità, perché a distanza di tanti anni da quegli avvenimenti si continua spudoratamente a mentire? La risposta potrebbe essere una: perché le lobby che allora si adoperarono per abbattere quelle idee sono ancora attente e sorveglianti in quanto sanno che quelle idee sono ancora oggi proponibili, e ciò metterebbe in pericolo troppi interessi di chi tanto possiede.



Il pedofilo ebreo Roman Polansky, pellegrino alla chiesa principale dell'Olocaustianità...

09:41, 29 July 2010 .. Posted in Attualita .. 0 comments .. Link

 

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"Personalmente e figurativamente, mi sono sempre rappresentato il Fascismo, come un immenso e dinamico mosaico, all’interno del quale potevano incoercibilmente e complementariamente coesistere una serie infinita di anime del genio italico, europeo e mediterraneo. Per citarne soltanto alcune: da quella anarchica a quella monarchica, da quella repubblicana a quella socialista, da quella rivoluzionaria a quella riformista In altre parole, nel contesto di quel mosaico, c’era posto per tutti: dall’anarchico Leandro Arpinati allo statalista Alfredo Rocco, dal monarchico Emilio De Bono al repubblicano Alessandro Pavolini, dal comunista Nicolino Bombacci al conservatore Giuseppe Tanari, dai socialisti Ferrandini e Ferrari al liberale Alberto De Stefani, dal borghese Dino Grandi al socialista-rivoluzionario Edmondo Rossoni, dai sindacalisti Michele Bianchi e Mario Giampaoli al costituzionalista, Carlo Costamagna, dal poeta Gabriele D’Annunzio allo scienziato Gugliemo Marconi, dallo scrittore Luigi Pirandello al pittore/scultore/incisore Mario Sironi, dal nobile (marchese) Dino Perrone Compagni all’operaio proletario Giuseppe Solaro, dal burocrate Corrado Gini al filosofo Giovanni Gentile, dal massone Italo Balbo all’anti-massone Tullio Tamburini, dal giudeo Aldo Finzi all’antisemita Giovanni Preziosi, dal nazionalista Luigi Federzoni all’universalista Berto Ricci, dai mistici Niccolò Giani e Guido Pallotta al pragmatico Attilio Terruzzi, dagli intellettuali Giocchino Volpe e Giuseppe Bottai all’uomo d’azione per antonomasia Ettore Muti, dal futurista F. T. Marinetti al tradizionalista Julius Evola, ecc...Per riassumere come recita una delle prime strofe dell’inno Giovinezza diciamo che il Fascismo fu: I poeti e gli artigiani, i signori ed i contadini. Fu simultaneamente la destra, la sinistra ed il centro.Fu un tentativo di sintesi e di superamento, sia degli immortali principi del 1789 che di ciò che fino ad allora li aveva preceduti". Alberto B. Mariantoni

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