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Anche se in ritardo, mantengo le promesse. Periodo particolarmente stressante. Domanda: " una ragazza di 16 anni stressata? ahah." Non soffro di vittimismo acuto nè tantomeno voglio lamentarmi, anzi. Ho passato gli ultimi due mesi dietro un progetto. Il fatto che questo abbia completamente sconvolto le mie vacanze estive è quasi marginale rispetto alla stanchezza fisica e mentale che mi sovrasta. La cosa peggiore è il non trarne alcun profitto. Tanto lavoro, sudore per nulla. Come si può non sentirsi abbattuti? E' piuttosto normale. Aggiungiamo anche l'amore dai, l'eterno punto dolente di ogni essere vivente e quindi anche il mio. Mi vuole o no? E' una cazzata? Lui è un anno più piccolo... questo mi dovrebbe fermare?
Non chiedo che un barlume di speranza in questa notte tanto cupa e buia.
“... Ah sì, c’è anche quella storia del bambino che non invecchia mai, fuggendo l’inverno e inseguendo l’estate per il mondo. Poi, un giorno, incontra la piccola principessa... occhi azzurri, un nastro rosso tra i capelli biondi... che si dondola sull’altalena. Sguardi, esplorazioni, baci con il soffio sul palmo della mano. Ed è l’amore. Quello che commuove solo a sentirlo raccontare. Ma forse è meglio che il bambino e la piccola principessa si affrettino a scappare via da lì. Perché il tempo ha gambe veloci, artigli aguzzi e non si può imbrogliare a lungo”.
Il mondo non verrà distrutto da una bomba atomica, come dicono i giornali, ma da una risata, da un eccesso di banalità che trasformerà la realtà in una barzelletta di pessimo gusto.
CRZ
E' impossibile immaginare quanto io riesca ad ammirare quest'uomo. Le sue parole disegnano la società meglio di qualsiasi pittore al mondo.
ps. Prometto che al prossimo "inserimento" parlerò di qualcosa di personale, o almeno questa era la funzione principale del blog ^^ A bientot!
" Ogni libro, ogni volume [..] possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e l'anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. [..] L'eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale - non importa quanti altri libri leggeremo o dimenticheremo - prima o poi faranno ritorno. "
incatenata, spinta nelle case, con denti d'oro COSTRETTA ad abbandonare il carrozzone... ma chi punta il dito..non possiede il mio cuore scalzo... non gli è stato donato nè offerto ma sacrificato dietro l'alibi dell "'integrazione".. ma sebbene con i piedi chiusi nelle scarpe corro, libera e randagia inciampando nel mio gonnellone.. mentre cerco boschi ed inseguo segnali di fumo... e note zingare cominciano a cantare.. sugli accordi di palpitazioni dei cuori liberi.. NESSUNO ha mai ostruito o tantomeno ingannato il mio sguardo con case, pareti e parole, e NIENTE ha spento i miei occhi, che guardano oltre i confini .. verso nuovi mondi.. e vedono cieli di nuvole e stelle .. sentono il ghiaccio ed il calore del sole.. Sorrisi, gesti e promesse.. di vita "normale"..son stati offerti... ma le mie lacrime non sono state asciugate.. piangono il mio popolo senza patria.... lacrime zingare...
Tutti quei giorni mi fissano, accartocciati... sono trascorsi, di là da noi, e ognuno ci ha allontanato, cerchio dopo cerchio. E adesso che, per ragioni rarefatte, sei di nuovo qui, cosa dovrei fare... impiastricciarmi la bocca con un sorriso fresco che non ho? Chiuderti in un abbraccio come fossi una finestra rimasta sbadatamente aperta?
Alla fine lei sospirò. Mentre parlava aveva continuato a ruotare il bicchiere tra le dita, il vino scintillava alla luce.
“Che storia”, chiesi io. Feci una pausa. “Qualcuno ne è al corrente? Oltre alla tua amica del cuore, s’intende”.
“No. Lo sai, sono riservata, è la mia natura. E poi, cosa dovrei raccontare? Credo che nessuno capirebbe. Una donna dalla vita normale, con un lavoro, una relazione stabile, che intraprende una storia d’amore con un uomo conosciuto per blog, che abita in un’altra città. E’ così difficile spiegarlo… innamorarsi delle parole. Sentivo che dovevo venire da te. E tu eri lì ad aspettarmi. Mi stavi aspettando, capisci? Non sembra neppur vero a me”.
“Certo. Cosa potrebbero dire i tuoi genitori, gli amici... sei pazza, hai un compagno che ti adora e tu… no, non l’accetterebbero mai”.
Lei si appoggiò allo schienale della sedia, poi riprese, cercando le parole. “La distanza può giocare strani scherzi, va bene, ci si attrae senza esserci mai visti né toccati. Non sembrava certo il caso. Ma poi... poi quando ci siamo finalmente incontrati… che emozione… come se ci fossimo ritrovati dopo tanto tempo. I tuoi occhi erano così… brillavano. Ci siamo baciati subito, su una panchina nel parco... ricordi? Nevicava…”.
“Come ragazzi…”.
“L’ardore, la passione di due ragazzi, incapaci di star fermi con le mani, ma la consapevolezza di due quarantenni. Capisci, è straordinario”.
“E finora non abbiamo mai avuto problemi a vederci…”.
“No. Sembra incredibile, finora no. Lo sai che io sono brava a sparire, due o tre giorni non sono molti; e tu sei abile a inventare scuse credibili”.
“Ma non ti senti sola, senza avermi tutti i giorni… se non per telefono?”.
Si morse il labbro inferiore. “Sì, mi manchi. Fisicamente, intendo. La nostalgia a volte si fa insopportabile, la separazione sembra ingiusta. Bisogna avere coraggio. Ma l’amore è più forte. So che tu rimani con me, in ogni momento del giorno e della notte. Se non altro, la lontananza ci fa capire con maggiore certezza che non ci lasceremo più. Che in qualche modo, non sappiamo come, trascorreremo il resto della nostra vita insieme”.
“Non sarebbe meglio, più sano, frequentare invece le persone che ti stanno intorno… che magari avessi una storia… voglio dire... a parte il tuo compagno, hai molti pretendenti. Se volessi…”.
“Sì, lo so. E anche tu, probabilmente. Ma è un legame più forte della nostra stessa volontà, che ci permette di continuare a vivere, a sognare, sperare...”.
Io rimasi a fissare il suo viso, arrossato per l’alcol e l’eccitazione. Sapeva che espressioni così apparentemente irragionevoli prendevano significato palese soltanto per chi le pronunciava. Con quelle dichiarazioni ardite lei aveva confessato il proprio slancio, ma le deduzioni che si potevano trarne non bastavano... quel comportamento riconosceva ragioni del tutto occulte. Si chiese allora se, in prossimità dell’inevitabile risveglio, sarebbe riuscita a ritrovare la strada, prendendo coscienza che l’irreparabile era, ormai, compiuto.
Agosto sta finendo. E’ vero che quest’anno la mia città non si è svuotata e molti hanno rinviato le vacanze a tempi più prosperi ma comunque l’atmosfera è stata, come sempre in estate, irreale. Insomma qualcuno potrebbe sostenere che sono i nove mesi non estivi la vera parte dell’anno fuori dalla realtà ma diciamo che facendone una questione di quantità vogliamo pensare che la stranezza risieda nello scorcio più breve di tempo.
Chi si è spostato aveva la testa fra le nuvole prima e durante e poi, al rientro, ha afflitto tutti con il resoconto del viaggio.
Chi è rimasto rivendicava il diritto di allietarsi almeno in piscina, al lago o al fiume, si trascinava in smisurate nottate alcoliche a zonzo senza meta con l’aria di chi voleva distruggersi o aveva l’aria triste del povero sciagurato costretto alla permanenza nel solito posto. E con ciò contribuiva a rendere pesante l’aria estiva.
Con alcuni, pochi ma buoni, assolutamente a proprio agio nella vita ordinaria o comunque per nulla illusi dall’idea che le ferie vengano a scacciare ogni guaio e a proiettarci in un mondo fantastico, brillante e stupefacente osservavamo tutto ciò con un sorriso sospeso tra il divertimento, la “compassione” e lo stupore.
Possibile che agosto o l’estate tutta diventino un tormentone?
Sembra quasi che ognuno viva un’esistenza di stenti insostenibili, di indicibili tristezze e di faticose frustrazioni che solo le ferie possono in qualche modo, per una settimana o dieci o quindici giorni trasformare in gioia, spensieratezza e godimento.
Sembra quasi impossibile che 365 giorni scorrano conducendo una vita quanto più possibile piacevole o sopportabile senza il fuoco d’artificio della spiaggia chissà dove.
Pare non si usi rendere “tollerabili” tutte le stagioni. E pare anche che ogni sorta di catastrofe trovi soluzione concedendosi il viaggio vacanziero.
E’ come se trionfasse il pensiero che in valigia non si infilano tutti i problemi di casa, di famiglia, di lavoro. O che in spiaggia il tormento dell’anima si plachi per magia. E le pene d’amore vadano in ferie lontano da noi.
Mi è capitato però di cogliere una simpatica conversazione tra due mie amiche…
“Non generalizziamo, taluni approfittano delle vacanze per visitare Paesi che non conoscono, per raggiungere parenti che non vedono quasi mai, per dedicarsi a sport o passioni che non possono praticare in città”.
“Sì, qualcuno. Ma quanti ne conosci invece che vanno solo a mettersi in ammollo al mare?”.
“E’ vero. In percentuale i vacanzieri che prediligono stazionare in qualche località di mare battono tutti. Spero ci sia almeno un pò di amore per la natura…”.
“Dai, non scherzare. Questa è una battuta che non fa ridere”.
“La verità è che vorrei ci fossero delle spiegazioni comprensibili ma in effetti non ne trovo. Io ho una vita piuttosto difficile e sono anche piuttosto stanca però cerco di ritagliarmi qualche spazio interessante e gradevole tutto l’anno. Mi aiuta”.
“Ecco, vedi! Questo è il punto. Non puoi tirare avanti coltivando sempre e solo il sogno di qualche settimana fuori”.
“Ma sai, forse stiamo facendo il solito discorsetto banale di chi non arriva a prendere l’uva e cerca di passare per saggio perché sa rinunciare”.
“Può darsi ma il mio grande sogno, ogni anno, è che arrivi settembre!”.
Eccoti accontentata, Adiam. In fondo sai che anche Irina aspetta settembre ma, come sempre, prova a giustificare e a capire tutti, anche quelli che tornano dal mare più stanchi di quando sono partiti, nervosi perché il lavoro li attende e perché devono pagare le rate del finanziamento fatto per la vacanza…
Dopo le vacanze mancate tocca anche ascoltare i resoconti delle ferie altrui. Alcuni decisamente gradevoli ed interessanti. Altri banali. Qualcuno francamente da prurito alle mani, denso com’è di barbosa insoddisfazione patologica.
E poi capita anche che ci sia quello fuori dalle righe nonostante alle prime battute del racconto sembra preludere all’ennesima avventura da strapazzo.
Due vacanzieri quest’estate hanno deciso di tuffarsi nel mondo dei nudisti. Un villaggio che ospitava solo nudisti, come le spiagge nei dintorni, e loro alla prima esperienza senza vestiti ed inibizioni… Intravedevamo un racconto poco entusiasmante, ci aspettavamo qualcosa di simile alla falsa indignazione da puritani che avevano voluto osare solo per capire ed erano tornati storditi e schifati o qualche descrizione fitta di particolari piccanti.
Una volta disposto l’orecchio alla pazienza e dopo qualche forzato risolino per la solita storia del vecchio e disarmonico omone dalla camminata incerta accompagnato dalla giovanissima stangona tutta curve e bellezza abbiamo sperato che il discorso virasse almeno sullo splendido mare o sulla cucina del posto.
Invece un colpo di scena ha svegliato la nostra attenzione. Il caldo è davvero insopportabile quel giorno, il vecchio resiste sulla spiaggia accudito dalle soavi mani della ragazza che spalmano crema sulla sua schiena e porgono bevande fresche alla sua bocca… Ma ad un certo punto ha un piccolo malore. La ragazza grida: “nonno, nonno…”. E chiama aiuto. Accorrono i vicini, tra i quali la coppia narrante.
Il nonno viene soccorso, portato al villaggio, visitato da un medico prontamente chiamato. Si riprende benissimo. Solo qualche bizza della pressione. Ma intanto ecco caduto il velo… sono nonno e nipote in tranquilla vacanza in un campo nudisti.
Lei spiega che i genitori: “anche mia mamma che è sua figlia, non lo capiscono. Troppo conformisti. Noi insieme ci divertiamo tantissimo. E’ un nostro segreto questa vacanza”.
Il villaggio ha finalmente qualcosa di cui parlare, che non sia la cellulite della signora tutta boria o le effusioni troppo spinte di due sessantenni in Luna di miele o l’esibizionismo sfacciato di quel muscoloso e rude ragazzone.
Qualcuno si prende la briga di far la morale alla ragazza… è bello l’affetto che la lega al nonno ma lui davvero non doveva trascinarla lì. Altri invece trovano di una purezza commovente quel dolce rapporto. Altri ancora invece che castelli di sabbia iniziano con i castelli di congetture, ipotesi e turpi dubbi.
La settimana successiva trascorre con lo sguardo di tutti puntato sulla strana coppia. Vanno a braccetto, stanno sempre appiccicati sotto il Sole, la sera, a colazione. Si scambiano lunghe occhiate di intesa, parlano sempre e solo tra loro, ridono e si abbracciano in continuazione. Lei riceve dei messaggi sul cellulare, li legge al nonno e il nonno le suggerisce le risposte.
Ecco la trama inizia nuovamente a stancarci. Troppa morbosa curiosità e assenza totale di altro che possa rendere allettante il loro racconto… un panorama, un’escursione, una conoscenza. Niente. Solo il nonno e la nipote.
Eppure loro ci spiegano che tutti sono rimasti folgorati da quella presenza, tutti non hanno fatto altro che seguirli e osservarli, tutti ne parlavano la sera a cena.
Che tutti in fondo non potevano fare a meno di chiedersi se una simile storia potesse essere buona, singolare, alterata o scandalosa…
Cosa ci può essere di più importante di una madre?
La madre che ci ha messo al mondo,
la madre che ci ha accudito giorno e notte...
La madre che ha sopportato la nostra faticosa adolescenza...
mamma, sei grande!
PER TUTTI I PADRI...
Le mamme sono importanti,
ma i papà sono la cosa più bella...
per me il mio papà è il mio punto di riferimento...
papà, sei grande!
IMMAGINATE IL DOLORE DI QUESTI GENITORI PER LA PERDITA DEL LORO PICCOLO ANGELO...PREGHIAMO ANCHE PER LORO, OLTRE CHE PER HEATHER, COSI' CHE POSSANO ANDARE AVANTI E SUPERARE QUESTO TRAUMA, SENZA PERO' DOVER DIMENTICARE.
E il cuore quando d'un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d'ombra per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano. In ginocchio, decisa, Sarai una statua davanti all'eterno, come già ti vedeva quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia, come quando spirasti dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro
La cosa più ingiusta della vita è il modo in cui finisce.
Voglio dire, la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo... Cosa ottieni alla fine? La morte, che significa! Che cos'è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto? Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, cosi ci si leva subito il pensiero. Poi incominci a girare tutti i film che hai fatto, a partire dall'ultimo, che è stato proprio la causa della tua morte. per fortuna sei già morto. poi cosa c'è? ah si, ritorni nel ventre di tua madre e ci resti per tutto il tempo. non sarebbe molto più facile così?
Quante lacrime avresti risparmiato, mia piccola amica...
Video-Omaggio dedicato all'attrice Heather O'Rourke, famosa per essere stata la protagonista della trilogia horror "Poltergeist" e aver recitato in "Happy Days". Heather é scomparsa nel 1988 a soli 13 anni, poco dopo aver concluso le riprese del suo ultimo film ("Poltergeist III"). Il video é stato presentato da DiMTv durante la prima parte della Rassegna Poltergeista del Febbraio 2008. / Tribute-video to Heather O'Rourke, actress in "Poltergeist" horror movie trilogy and "Happy Days
Vorrei sapere come stai... Come ti cambia il tempo... E quante lacrime hai dovuto sopportare per divenire come sei... Vorrei solo sapere se sei ancora qui per questa terra... troppo grigia per il paradiso. Regalami un tuo sorriso e io capirò...
Inserimento proveniente da un'utente di un altro blog:
Ricordate i 3 Film di "Poltergeist" dove una famiglia viene tormentata da spiriti maligni? Vi voglio ricordare il piccolo angelo Heather O`Rourke, lei faceva la parte della piccola Carol Anne in tutti i tre film di "Poltergeist". Purtroppo la bambina e morta nel 1988 a sole 13 anni, poco dopo la fine delle riprese di "Poltergeist 3". Si dice che sui film di Poltergeist ci sta una maledizione perche sono morte molte persone in questi 3 film. E purtroppo l`ultima e stata la piccola Heather O`Rourke.
All'inizio del 1987 Heather O`Rourke si ammalò di quello che alla fine venne diagnosticato come morbo di Crohn e conseguentemente fu sottoposta a cure mediche durante le riprese di Poltergeist III che si tennero a Chicago. Le riprese principali durarono da aprile a giugno di quell'anno, essendo giugno del 1988 la data prevista per l'uscita del film, Heather O'Rourke riuscì a terminare la sua parte. Dopo una vacanza con la famiglia, Heather tornò a casa dove guarì apparentemente dalla malattia.
Rimase sana e senza accusare nessun sintomo fino alla mattina del 1 febbraio 1988 quando si sentì male e fu trasportata d'urgenza all'ospedale dove fu accertato che aveva sviluppato una occlusione intestinale acuta. Nonostante fosse sottoposta ad una operazione d'urgenza, morì per le complicazioni causate principalmente dallo shock settico risultante dalla occlusione e dalla conseguente infezione.
Prima che Heather morisse, la sua mamma aveva nella sala d`attesa una visione. Vedeva la sua piccola bambina che le diceva: "Mamma. Non tornerò più." Mentre la mamma di Heather le chiedeva: "Cosa intendi con, non tonerò più?" E la bambina le rispose: "Non tornerò più mamma."
Heather O'Rourke fu sepolta nelle mura esterne del mausoleo nel "Pierce Brothers Westwood Village Memorial Park Cemetery" di Los Angeles.
Sono molto affezionata a Heather che fin oggi la tengo sempre nel mio cuore. Scrivo spesso con la sua sorella maggiore Tammy, che e dolcissima e che anche oggi e tristissima della scomparsa della sua piccola sorellina.
Poltergeist III (1988) c. Carol Anne Freeling c aka Poltergeist III: The Final Chapter (Australia) Poltergeist II: The Other Side (1986) c. Carol Anne Freeling c aka Poltergeist II (USA: short title) Surviving (1985) (TV) c. Sarah Brogan c aka Surviving: A Family In Crisis c aka Tragedy (USA: video title) gHappy Daysh (1974) TV Series c. Heather Pfister (1982-1983) c aka Happy Days Again (USA: syndication title) Massarati and the Brain (1982) (TV) c. Skye Henry Poltergeist (1982) c. Carol Anne Freeling
Herself - filmography
Believe You Canc And You Can! (1983) (TV) c. Herself The Making of ePoltergeistf (1982) (TV) (uncredited) c. Herself
Archive Footage
Curse of Poltergeist: The E! True Hollywood Story (2002) (TV) c. Herself The 61st Annual Academy Awards (1989) (TV) c. Herself (Memorial Tribute) Terror in the Aisles (1984) c. Carol Anne Freeling (Poltergeist)
Notable TV Guest Appearances
gOur Househ playing gDanah in episode: gA Point of Viewh c(episode # 1.15) 11 January 1987 gStill the Beaverh playing gHeather Montgomeryh cin episode: gMaterial Girlh (episode # 2.24) 1987 cin episode: gBad Poetryh (episode # 2.11) 1986 gFinder of Lost Lovesh playing gJillian Marshh cin episode: gYesterdayfs Childh (episode # 1.2) 29 September 1984 gWebsterh playing gMelanieh cin episode: gTravish (episode # 1.8) 11 November 1983 cin episode: gSecond Time Aroundh (episode # 1.7) 4 November 1983 cin episode: gKatherinefs Swan Songh (episode # 1.4) 7 October 1983 gMatt Houstonh playing gSunny Kimbalh cin episode: gThe Woman in Whiteh (episode # 2.2) 16 September 1983 gThe Merv Griffin Showh playing gHerselfh 9 August 1983 gCHiPsh playing gLindseyh cin episode: gFun Househ (episode # 6.19) 13 March 1983 gFantasy Islandh playing gLiz Blake Aged 5 cin episode: gElizabethfs Baby/The Artist and the Ladyh (episode # 4.11) 17 January 1981
Television Commercials
gStrawberry Short Cake: Blow-kiss Babyh in 1984 with Judith Barsi Long John Silver (1980/1981) McDonaldfs (two consecutive years, circa 1983) Rainbow Brite (1983-1986)
Other
Did a Jerry Lewis MDA telethon in September 1984; was part of a child actorsf panel that answered phones to take viewersf donations.
Co-starred in a TV pilot, gHere to Stayh, which never aired, in late 1986; episode was called gWheeler Dealerh.
chi trova un amico trova un tesoro, dicono tanti...
L'amicizia non si vede quando ti escludono,
parlano alle tue spalle, non ti fanno sentire importante.
Ho incontrato te, amica mia, e mi hai fatto sentire
sicura, protetta, difesa, insomma: un'amica.
Chi non possiede amici non possiede tesori!
Non credo che sei la persona più importante della mia vita, ma sono certa che mi hai trasmesso l'importanza che ho nella vita...il destino ha voluto che le nostre anime si incontrassero e creassero l'amicizia che ha reso la mia esistenza piena di significato.
, attacca la Gengiva mentre posa la tazzina del caffè. “Che poi a l’è un problema vero. Ve lo voglio sottoporre perché vorrei un aiutino, un consiglino, un qualcosa...”.
Laura non sta nella pelle: “Ah, ho sempre sognato fare la donna Letizia e spargere consigli a destra e a manca”.
“Sono più di tre anni che lavoro nel solito ufficio. Sono più di tre anni quindi che faccio la solita strada per arrivare a lavoro. E sono più di tre anni che incrocio con la macchina un tipo. Un tipo che mi piace. In tre anni non c’è mai stato verso di parlarci. Solo qualche ciao quando ci s’incrocia nei paesini, dove ci si scambia a malapena un saluto con la mano e qualche sfareggiata… Come a podi fàa?”, prosegue. “Aspettarlo da qualche parte mi sembra da maniaca, quando ho avuto modo di chiedergli di fermarsi sono stata timida…”.
“Fargli la posta è davvero da maniaca”, interviene Elena. “Seconda cosa... ma ogni tanto lo vedi, oltre alla macchina?”.
“A dire la verità no... sennò sarebbe troppo facile”.
Tutti gli sguardi si dirigono verso Laura. “Aspettalo sulla strada dove sai che passa, apri il cofano della macchina e stacchi il filo delle candele, dello spinterogeno o quel che diavolo ti pare. Inventa. Creatività femminile, femminista, ma soprattutto da malafemmina. Quando arriva, ti fai trovare accasciata, ma ben truccata, e in preda alla disperazione. Non potrà esimersi dall’aiutarti, ne andrebbe della sua virilità, galanteria, eccetera; né potrà rifiutare il caffè, o meglio l’aperitivo, che vorrai offrirgli. Se poi vedi che le cose prendono la piega giusta, invitalo a cena a casa tua, ma senza fargli capire che lo stai circuendo... deve ancora sentirsi libero. E soprattutto lascia che sia lui a saltarti addosso... agli uomini piace”.
Gengiva scoppia a ridere: “Eh eh... accasciata ma ben truccata... eh eh... non esco nemmeno a buttare la spazzatura senza un pò di trucco! Sono fissazioni… Però, Laura, sei sicura di questa soluzione? Funzionerà? Garantisci tu?”.
“Certo, non posso garantirti che lui si fermi… chi te la dà la certezza? Solo se gli spari in una gomma, ma mi sembra un pò estrema come soluzione... tu prova con le buone, prima”.
Il Tibia sogghigna: “Potrebbe anche funzionare. Però è possibile che: 1) lui è gay e/o fidanzato e/o sposato, 2) non capisce un cazzo di motori e nemmeno si ferma, 3) è un minoauto, cioè un essere metà uomo e metà automobile”. E il Frutta rincara la dose: “Un metodo sicuro per conoscerlo è farci un bel frontale. Che ne dici?”.
A questo punto, mi faccio avanti con una considerazione personale. “Laura, le tue parole confermano che sono un uomo borderline. Per i seguenti motivi: 1) ignoro completamente ciò che sta sotto il cofano di un’auto, 2) quando sono invitato a cena, spesso va a finire che cucina chi sa chi, 3) mi piace che siano le donne a saltarmi addosso. No, non sono normale...”.
“Niente paura”, mi rassicura lei: “Qui stiamo per l’appunto facendo una lista di casi disperati, e il tuo tutto sommato non lo è più di tanto. Anzi, le tue caratteristiche personologiche ben si prestano per creare situazioni ancor più intriganti. Se, puta caso, capita che una donna in panne ti chieda aiuto, non hai altro da fare che sollevare il cofano, spero fin qui ci arrivi, guardare dentro con occhio critico e sentenziare che il guasto è decisamente grave. Dopodiché la inviti sulla tua auto e ti fai mettere le mani addosso senza protestare troppo. Alla fine, chi ne ha voglia cucina”.
“‘Ste donne…”, scuote la testa il Tibia.
“Per l’appunto”, riprende la Gengiva, “ieri sera c’era in tv quel film con Kevin Costner e quella lì che non mi ricordo il nome... Si conoscono proprio così: lei ha la macchina in panne, lui si ferma e, senza avere la minima idea di dove mettere le mani, smuove qualcosa dentro il motore e la macchina riparte. Da lì ha inizio tutto. Io però non ce la fo a farmi trovare lì ferma, o mettermi a dar calci alla mia macchinina nuova nuova…”.
“Dici bene Laura”, osservo, “ma come la metto con La Donna Della Mia Vita?”.
Elena mi guarda stupita: “La Donna Della Tua Vita? Eridano, davvero credi ancora a ‘ste cose? Naa…”.
Faccio l’aria sconsolata: “Che vuoi, fino a venticinque anni ho creduto a Babbo Natale e non ho ancora superato lo shock...”.
Domani, a Casette di Massa, a partire dalle ore 17 circa, prenderà il via tutta una serie di iniziative sulla figura della Donna durante la Resistenza (ora e sempre) e in generale sull'emancipazione femminile durante il secolo scorso.
Verso le 21.30 la giornata si chiuderà con un breve viaggio attraverso la musica degli anni 30, 40 e 50 proposta dal QUARTETTO VOCALE SPECCHI D'ACQUA (noi!). ACCORRETE!!!
Negli ospedali non mi perdo mai. Non ho bisogno dell’ufficio informazioni, le indicazioni sono superflue. Come un rabdomante trovo subito il corridoio giusto, prendo le scale, arrivo al piano. Stasera provo solo un senso di triste rassegnazione, la coscienza del ruolo arduo che devo sostenere. E il passo rallenta, a ritardare un incontro, una visita che fatico ad accettare qui, tra questi muri bianchi tappezzati di avvisi.
Il reparto è semideserto. I pazienti che potevano lasciare l’ospedale hanno beneficiato di un permesso per trascorrere il fine settimana con i parenti. Sono andati via anche quelli che si vedono passeggiare spingendo l’asta metallica con tre ruotine e il flacone della flebo. Restano gli altri. I terminali. A letto, semiseduti, con qualche cuscino sotto il capo, appesi a tubicini di plastica che scaricano nelle vene soluzioni nutritive, antibiotici, sangue. Hanno lo sguardo sperso nel vuoto per gli antidolorifici, i capelli rasati dopo la chemioterapia. Come per una tacita intesa, nessuno pronuncia la parola. I più coraggiosi parlano di brutto male. Il cancro è ancora la malattia che non perdona. Lo stesso personale, medico e paramedico, qualifica il reparto come Secondo Piano. Antonietta volge lo sguardo verso di me attraverso la porta della camera. Intuisce la sorpresa nel vederla con la maschera per l’ossigeno e dice qualcosa che fingo d’intendere. “Non ti affaticare”, le raccomando. Il mio sguardo cade sul monitor che sta sul comodino. “Come ti sembra”, chiede con tono ansioso, “Posso stare tranquilla?, ho voglia di venire a cantare ancora con voi al karaoke”. La rassicuro con un sorriso, sperando che non le giunga il turbamento. Perché so come sono i malati. Lo sono stato anch’io (vari interventi alle ossa). Indagano i volti delle persone alla ricerca della minima espressione discordante, sanno scovare nelle più minuscole smorfie gli indizi della loro reale condizione. Io avverto i suoi occhi azzurro pallido conficcarsi dentro i miei, e mi sforzo di ricambiare come se non avessi nulla da nascondere. “Non mi aspettavo questo regresso”, mormora con un filo di voce. “Nei giorni scorsi stavo abbastanza bene, poi all’improvviso questo versamento pleurico”. “Hai molto catarro”, rispondo, “Probabilmente anche la febbre”. Annuisce: “Sto facendo degli antibiotici, oltre a tutti gli altri farmaci”. Cerco di convincerla: “Non ti preoccupare, fa parte delle complicazioni del periodo postoperatorio...”.
Fuori dalla finestra l’area d’atterraggio per gli elicotteri, poi l’ampio viale trafficato e, oltre il lago, le ville immerse nel verde della collina. Raffiche di vento schiaffeggiano gocce di pioggia contro i vetri. L’aria condizionata raffredda il sudore sotto la camicia, accentuando la mia penosa sensazione di vulnerabilità. Penso alla gente che da qualche parte si sta godendo le ferie, a quelli che si lamentano per il ventre troppo pieno o per il cuore troppo vuoto.
“Di notte non dormo”, continua Antonietta riprendendosi da un breve torpore. Respira con fatica, contraendo visibilmente l’addome. Ha il braccio destro gonfio, forse a causa delle flebo. Per il resto dà l’impressione di essersi raggrinzita. “Sai, mi prende l’angoscia… Mi hanno detto che faranno della morfina. Spero di poter riposare almeno qualche ora”. “Anche se in ospedale è difficile”, commento senza convinzione. Riconosco quell’angoscia di cui parla. L’Io non può accettare l’idea della propria fine, di non esserci più. Perciò è tanto spaventosa. La punta estrema di una sensazione divorante, indicibile. Si manifesta nel cuore della notte, quando i meccanismi di protezione messi in atto durante il giorno si allentano. Credevo di essermene liberato per sempre, invece l’avevo soltanto rimossa. Afferro la sponda del letto per non cadere.
Un’infermiera dai modi efficienti comunica la fine dell’orario di visita. Tornerò presto, prometto. Sulla soglia mi volto ancora un istante e sollevo il braccio in un tentativo di saluto. Non voglio pensare che potrebbe essere l’ultima volta. Non lo deve neppure lei.
Uscendo dall’ospedale mi sento impregnato di dolore e, confesso, quasi sollevato per aver posto termine a quel carico di tristezza. Ho voglia di piangere, di appoggiare la testa sulla spalla di qualcuno e lasciarmi finalmente andare. Serro invece le mascelle, come se non volessi permettermelo, almeno fino al posteggio dove ho lasciato l’auto.
Torno a casa pensando che è difficile aiutare gli altri, avere un cuore capace di prendersi cura di chi soffre. Soprattutto se ciò significa lottare anche contro i propri fantasmi, che rimangono là nel buio ad aspettare. Ma se la morte è un’esperienza sempre straziante, forse lo è meno se ci si offre di tenere la mano a chi la sta fronteggiando.
(Per un crudele incrocio del destino, ieri sera Antonietta è mancata proprio mentre stavo terminando questo brano. Aveva 70 anni. Lascia un marito anch’ egli malato di cancro e un dolore penetrante nel cuore di chi le ha voluto bene.).
I passi risuonavano sul selciato. I lampioni mandavano tutt’intorno una luce fosca.
“Naturalmente ti presenterò come un amico…”, disse Laura.
“Sì, mi sembra ovvio. Diventerebbe imbarazzante…”.
“Capisci bene che non posso raccontare tutto...”.
Io feci un mezzo sorriso. “Sarei improponibile”.
“Se ti ho invitato vuol dire che non lo sei”.
“Massì, invece”, sospirai. “Finché non l’ho vissuta, non consideravo la faccenda da questo punto di vista. Un uomo impegnato è un uomo di seconda categoria...”.
Laura si bloccò, l’aria indispettita. “Non ragiono per categorie, dovresti saperlo”.
Mi fermai anch’io, un attimo in ritardo. “Invece sì, è un retaggio culturale cui nemmeno tu puoi sottrarti. Se io fossi single, non ti porresti alcun problema”.
“Ti pesa così tanto?”.
“No. Pesa piuttosto questa mancanza di libertà. Non mi vergogno di amarti. Anzi, so di non aver nulla da nascondere. Per questo mi spiace fingere di essere un amico qualunque”.
Laura fece un’espressione stranamente dura. “Dispiace anche a me. Ma cosa dovrei raccontare, allora? Non ti rendi conto? Sto negando persino a me stessa di stare con un uomo impegnato”.
Io ammutolii: “Non l’avevi mai detto…”.
“Lo trovi un pensiero tanto originale?”.
“No… provo anch’io la stessa cosa, non poterti tenere con me come vorrei… ma non mi spiego tutta questa insofferenza, proprio adesso”.
“Semplicemente non è questa la vita che intendo fare”, disse con tono perentorio mentre apriva il portone con le chiavi. “La vita dell’amante. Non sono più una ragazzina, sento la necessità di progettare un futuro e voglio un uomo con cui farlo”.
L’amavo troppo per non comprendere il suo ragionamento. “E’ normale, legittimo da parte tua… in ogni caso conosci le mie intenzioni…”.
Ma lei non mi badò. “Non posso attendere a lungo. Prima o poi da questa situazione ne verrò fuori”.
Io trattenni il fiato. La sferzata era stata tanto lacerante quanto inaspettata. Quando riuscii ad articolare qualche parola, sentì la voce uscirmi rauca. “E’ una verità che sappiamo entrambi, potevi evitare di dirla in quel modo…”. Deglutii. “Non sono uno sprovveduto. So perfettamente che hai intenzione di cambiare vita più in fretta di quanto io posso cambiare la mia. E che non mi aspetterai. Non si aspetta un uomo impegnato. Mai. Per nessun motivo”.
“Ti sembra sbagliato?”.
“No”, provai ad argomentare, “però, come sempre, ragioni per te stessa. Non ti chiedi piuttosto se anche a me sta bene questa situazione di clandestinità? Delle mie difficoltà oggettive, del mio tormento interiore, non ti interessa nulla?”.
“Queste sono cazzate”.
Torsi di scatto la testa e la fulminai con gli occhi. “Ah sì?”.
Laura corresse subito il tiro. “Sono faccende che riguardano solo te. Io non voglio entrarci”.
“Sentimi bene”, scandii con calma, “non sono un egoista e per nessun motivo voglio condizionare la tua vita. Stare insieme deve essere una scelta consapevole. Puoi lasciarmi, se pensi sia giusto così. Sei una donna libera”. E nel pronunciare queste parole feci un passo indietro.
Laura se ne accorse e non insistette. “Non ho detto che intendo lasciarti…”.
Io feci una smorfia. “Tu sei brava solo a pretendere e a fregartene. Troppo comodo, cara mia”.
“Adesso stai offendendo”.
“Parli tanto di progetti per il futuro, ma non ho ancora sentito una proposta seria. La verità è che stai addebitando a me la tua incapacità di fare delle scelte definitive”.
Salimmo le scale a capo chino, senza tenerci per mano. Giunti al piano, ci arrestammo davanti alla porta. “Scusami”, mi disse allora con un filo di voce. “E’ difficile per entrambi, lo so, ma quello che provo per te non è in discussione”.
“Già”, annuii io senza ricambiare lo sguardo. “Ma cosa provi, tu, per me?”.
Laura indugiò... Un attimo di troppo. “E’ un discorso lungo. Ora è tardi, ne riparleremo”.
Io rimasi lì. “Un discorso lungo?”.
L’interruttore a tempo scattò e le scale piombarono nel buio. Eravamo l’uno di fronte all’altra, due silhouette ritagliate sullo sfondo della parete, in un silenzio ronzante di respiri e supposizioni, ad un soffio dalla collisione.
Pensieri... Piccoli discorsi di una mente contorta
Sfoglio e Risfoglio le pagine della mia vita... ormai 17 anni di felicità... rancore... pentimenti... paura... e vuoto...
Sempre solite questioni... riaffiorano puntualmente...sempre lui... che cazzo significa ora? perchè sempre lui fisso pensiero? pensiero che ha colmato mente, corpo e pagine del libro della mia vita... lacrime.. sorrisi... tristezza... felicità...
Ci molliamo... ci riprendiamo... ci guardiamo... cii osserviamo... ma alla fine sembra sempre che sia io quella angosciosa... malessere interiore.. pensieri confusi.. paure.. magari infondate...
Ieri pomeriggio invio un sms a Erika, una cara amica viareggina, insegnante di scuola elementare. “… Ho sentito del disastro ferroviario e ti ho subito pensato. Vorrei sapere se stai bene, con la speranza che né tu né la tua famiglia siate rimasti coinvolti. Un abbraccio… ”. Dopo pochi minuti arriva la risposta: “Stiamo tutti bene, ma è una tragedia immane. Sono morti due bimbi della mia scuola…”.
Vado alla libreria e prendo in mano La peste di Camus.
Tarrou si rivolge al dottor Rieux dicendogli di conoscere un prete che, durante la guerra, ha perduto la fede scoprendo il viso di un giovane con gli occhi lesionati. “Quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un Cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui”.
Ecco
a voi il link dove fanno vedere la storia di Heather O`Rourke:
http://www.youtube.com/watch?v=SdqQ1j7hN2M
Per
chi non conosce i 3 Film di Poltergeist, ecco a voi un video dove si vede la
piccola Heather O`Rourke, nel ruolo di Carol Anne in tutti i 3 Film di
Poltergeist.
http://www.youtube.com/watch?v=CbFVHkqi-0o
Il
telegiornale che annuncia nel 1988 la scomparsa di Heather
O`Rourke.http://www.youtube.com/watch?v=n4twDCu5zjk
Heather Michele O'Rourke fu scoperta nell'estate del 1980 da Steven Spielberg mentre pranzava negli studi della Metro-Goldwyn-Mayer insieme a sua madre ad alla sorella maggiore Tammy O'Rourke che in quel momento stava lavorando come ballerina nel film Spiccioli dal cielo (Pennies from Heaven). Spielberg, che in quel periodo stava preparando il film E.T., stava anche cercando una bambina a cui fare interpretare il ruolo di Carol-Anne Freeling nella sua successiva produzione Poltergeist. All'inizio pensò che la O'Rourke fosse troppo piccola per il ruolo, ma dopo un colloquio ed un "test-urlo" la scritturò.
Poltergeist uscì nel giugno del 1982
e la battuta della O'Rourke, "Sono quiiiii! (They're he-eere!)" entrò
subito a far parte della cultura popolare statunitense. Il successo in Poltergeist la portò immediatamente a lavorare in televisione e nel 1982 e 1983 fece parte del cast della sitcomHappy Days nel ruolo della figlia della ragazza di Fonzie.
Tra un'apparizione televisiva e l'altra, fu realizzato Poltergeist II che uscì nel 1986
ed ancora una volta una battuta della O'Rourke entrò a far parte della
cultura popolare: "Sono tornaaaaati! (They're ba-aaack!)"
All'inizio del 1987 la O'Rourke si ammalò di quello che alla fine venne diagnosticato come morbo di Crohn e conseguentemente fu sottoposta a cure mediche durante le riprese di Poltergeist III che si tennero a Chicago. Le riprese principali durarono da aprile a giugno di quell'anno, essendo giugno del 1988
la data prevista per l'uscita del film, e la O'Rourke riuscì a
terminare la sua parte. Dopo una vacanza con la famiglia, la O'Rourke
tornò a casa dove guarì apparentemente dalla malattia.
Rimase sana e senza accusare nessun sintomo fino alla mattina del 1 febbraio1988 quando si sentì male e fu trasportata d'urgenza all'ospedale dove fu accertato che aveva sviluppato una occlusione intestinale acuta. Nonostante fosse sottoposta ad una operazione d'urgenza, morì per le complicazioni causate principalmente dallo shock settico risultante dalla occlusione e dalla conseguente infezione.
La MGM decise di girare di nuovo il finale di Poltergeist III nel marzo del 1988 con una controfigura. Il regista del film, Gary Sherman,
sostiene che il finale non sia stato rifatto, ma che la O'Rourke
sarebbe morta "prima che si potesse girare il finale originale". La sua
affermazione risulta comunque essere infondata, dato che il film finito
fu classificato come "PG" dal MPAA nel novembre del 1987, prima che la O'Rourke morisse. Tuttavia, prima dei titoli di coda di Poltergeist III, appare un breve omaggio con scritto "QUESTO FILM E' DEDICATO ALLA MEMORIA DI HEATHER O'ROURKE". [1]
Heather O'Rourke fu sepolta nelle mura esterne del mausoleo "Sanctuary Of Tenderness" nel "Pierce Brothers Westwood Village Memorial Park Cemetery" di Los Angeles. La sua tomba è accanto a quella di Truman Capote, Mel Torme e Dominique Dunne, che interpretò sua sorella in Poltergeist.
Uno sbaglio storico… di matrice positivista è credere che la scienza possa spiegare tutto. Il concetto di scientismo non indica altro che la presuntuosa pretesa che l’uomo ha di risolvere ogni questione. Nonostante il progresso, l’ignoranza rimane costante… la risoluzione di un problema comporta come conseguenza la genesi di ulteriori problemi. E il limite di ciò che risulta conoscibile si sposta continuamente in avanti.
Frustrante. Ma se così non fosse, prima o poi gli scienziati resterebbero disoccupati… Si può allora concludere che contano più le domande che ci poniamo delle risposte che possiamo darci. Ripensando a ciò che affermava Einstein: “è meglio farsi domande cui si è capaci di rispondere. E non ostinarsi a cercare risposte che, almeno per ora, appaiono impossibili”.
Superato l’anello di Roma, l’A1 si stende verso Napoli come un nastro di velluto ampio e liscio. Guardo le verdi ondulazioni che tutt’intorno si aprono alla vista: “In questa zona ci sono alcune località dal nome buffo. Valmontone, Colleferro, Supino, Strangolagalli… Sgùrgola…”. Paola sorride: “Non vorrei essere nata lì”. “… E naturalmente la mitica Zagarolo”.
Laura ha abitato a Roma per qualche anno ed è cinefila abbastanza per non cogliere il riferimento: “Ultimo tango a Zagarolo, come no”. “Hai presente la parodia della sequenza del burro?”. “Certo, con Franco Franchi che lo spalma sul pane e se lo pappa: scusa, ho fame. Altro che uso improprio”. “Sai”, proseguo, “l’anno scorso sono passato da queste parti e a Zagarolo era in programma la fiera del tordo pazzo”.
Risate.
Elena tace, la solita espressione vagamente risentita di quando si sente tagliata fuori da una discussione. Intuisco però che c’è dell’altro a sfuggirle, e preferisco non indagare. Ho perduto un pezzo di me da queste parti: acqua passata, ma non voglio che sia proprio lei a ripercorrerne le tracce.
D’altra parte, a che servirebbe ormai.
I morti seppelliscano se stessi.
E lascino in pace i vivi.
“Siamo in Ciociaria”, considera Laura, mentre dal finestrino sfila un gregge che pascola a due passi dall’autostrada. “A Fontana Liri, sulle colline ciociare, è nato Mastroianni”. “Marcello, come here…”, sospira lei, che lo adora. “Poco dopo Frosinone, vicino a Ceccano, si trova anche il paese di Nino Manfredi”. “Me lo ricordo soprattutto nella parte di Geppetto… era davvero commovente”. “Il Pinocchio di Comencini”, precisa Paola: “Uno dei telefilm più belli della mia infanzia”. Siamo tutti coetanei, e si nota. “Non so più bene come andarono le cose”, soggiungo: “Comunque, anni fa Manfredi doveva presenziare ad una serata, forse proprio a Ceccano, ma rifiutò perché non ritenne adeguato il compenso”.
Sulla nostra sinistra appare lo stabilimento della Henkel. Tra qualche chilometro incroceremo l’uscita per Frosinone. Mi torna in mente un’altra notizia amena: “Esiste un film di serie Z dal titolo improponibile. Tarzan nella giungla di Ceccano”. Laura strabuzza gli occhi: “Che?”. “Giuro”. “Ma a Ceccano c’è una giungla?”. “Si capisce, come a Verolengo”.
“Siete matti voi due”, esclama Paola.
No, cara Paola. Qui l’unico matto sono io.
Se tu solo sapessi, non avresti dubbi.
Nella luce morbida del pomeriggio, in questa terra di mezzo tra l’Appennino e il Tirreno, si annidano silenzi che non è opportuno interrompere.
e più sono vuote meglio riescono in questo esercizio vocale.
Dichiarano sentimenti oltremodo spropositati,
per dimenticarli il giorno dopo.
Amano sentirsi parte integrante di un qualcosa, senza chiedersi questo qualcosa cosa sia.
Si rivolgono l'un l'altro con dolci epiteti e falsi sorrisi,
e non appena voltano l'angolo, sono pronti a vomitare ogni tipo di offesa.
Con estrema facilità utilizzano parole come amore, amicizia, fratellanza e con la stessa estrema facilità disperdono tutto ciò che hanno costruito.
Ed io sono profondamente disgustata dal genere umano,
dalla stupidità dilagante,
dalla spettacolarizzazione,
dall'ignoranza per cui solo Amici, X factor e Grande Fratello sono degni di importanza, ecchissenefrega di Calvino, ecchissenefrega di Svevo, ecchissenefrega di Pirandello.
E penso a quella che ha accompagnato ognuno di noi per un tratto di strada, un momento, un luogo. A quella che ci ronza in testa, a quella che non ci leviamo dal cuore. A quella melodia che ci emoziona, a quei suoni che riproducono in testa sensazioni già provate, a quel ritmo che ci muove il corpo o i pensieri.
Ricordo quella che è diventato simbolo di qualcosa, che ha aggregato, che ha fatto sognare, che ha lasciato un segno indelebile.
Non è solo questione di sensi. E’ un’alchimia complessa. Anche culturale, ambientale, storica. E’ un fulmine nello spazio e nel tempo. E’ un’oasi. E’ la vetta di una montagna.
E’ tutto e niente. Smontata è un insieme di note, scomposta è un brandello di qualche aria che corre lungo i confini del mondo. E se gli mette dentro, sotto o sopra le parole, diventa un contenitore magico, senza fondo o con tutti i fondi che desideriamo mettergli.
Ognuno la sente e la veste con le sue corde, come se potesse adattarla, interpretarla, plasmarla. Ognuno la vuole come una coperta per il freddo o una bevuta contro l’arsura. Una molla che sai che scatta ma non sai dove arriva. Forse perde elasticità, forse vivrà intatta per sempre.
E non importa se è triste o allegra la carezza. Importa quel calore, quella forza. Che spalanchi finestre o chiuda porte o porti armonia è talvolta un accidente soggettivo. La viviamo come una cosa nostra anche quando è sulla bocca di tutti, anche quando il tuo gusto rivela che assomigli ad alcuni altri milioni di persone. E’ il tuo piacere, quello. Magari capire che vuol dire qualcosa amare quel pezzo ma credere che sia solo un godimento libero. Anche questa è una tua esigenza.
E ci sono volte che non vuoi farti rapire ma non puoi resistere. Lei si insinua nella mente e te la porti dietro ovunque. Ti alzi la mattina e hai quel motivetto che ti tormenta o ti allieta…
Chissà se è lei la protagonista. O sei tu. Chissà se è lei che ti gira intorno fino a sedurti. O sei tu che la cerchi per nutrirti, che ti metti al centro della scena…
Accendi lo stereo. E capisci che non gira solo intorno. Quei suoni sono dimensioni, stati dell’anima.
Il mondo di Eridano è un mondo racchiuso nella fisarmonica che tiene a tracolla. Un mondo sospeso, in cui per entrare basta socchiudere lo sguardo e lasciare scorrere le dita sui tasti. Allora i sensi non servono più. Tutto sfuma, pur restando appena lì, a portata di mano. Tutto diventa irreale... il sudore, il caldo, il baccano, le spinte, le urla. Eridano non vede e non sente. Abbraccia la fisarmonica, come per esserne ancora abbracciato. Le dita scivolano e le note sgorgano liquide, colorando le ombre, rivestendo la notte. Non sopporta di rimanere impigliato, Eridano. Getta la sua voce lontano, oltre le figure di pezza che non sopportano la libertà delle sue scarpe affamate. Canta, e canta l’oceano, canta il deserto, e canta falò di spade e di sesso. E’ il suo sangue che canta, senza bisogno di spartito e leggìo. Canta, perché sa che la sua musica è ascoltata da una Sirena.
Via Per Possaccio, tra la Panetteria della Signora Lina e la Panetteria della Signora Anna. Ogni volta che ci passo davanti volgo lo sguardo. La birreria si chiamava Red Devil ed era gestito da Giovanni, un amico metallaro. Io frequentavo le scuole medie. Il lunedì pomeriggio, approfittando della chiusura settimanale, noi ragazzi di terza A ci ritrovavamo per ballare al suono di un juke-box. Durante i lenti Elena stringeva forte a me il seno già ben sviluppato, ed io quasi non mi muovevo, estasiato dal contatto. Una volta, mentre stavamo ballando Still loving you degli Scorpions, mi sorprese dandomi un piccolo bacio, in punta di labbra. Il lampeggìo delle luci psichedeliche mascherò il rossore del volto e, vinto dall’emozione, fui incapace di ricambiare. Tutto era più bello di come avrei potuto immaginare.
Che siano questi gli unici amori che vale la pena ricordare???
Se non ci vedremo più sarà colpa della neve. Non ha mai smesso di cadere da quel giorno.
Ogni volta che ho provato a proseguire mi spingeva indietro.
E’ mancata la volontà? Possibile. Se l’avessi avuta, nemmeno la tormenta avrebbe potuto fermarmi. Però non è così semplice.
C’è tutto il resto.
Il sentimento, ad esempio.
Quello che tu hai taciuto e io non conosco fino in fondo. Ciò che io penso e tu hai frainteso apposta. I miei slanci e la tua trappola tesa tra i rami.
Ho preso a calci ogni logica prudenza per ritrovarmi con il cuore freddato dai bracconieri. Ma il sangue già si raggruma nei rovi imbiancati e quasi non c’è più traccia del mio passaggio.
La ragazza è giovane. Ha negli occhi l’indeterminatezza del domani che le si stende davanti come una piazza deserta. Si è lasciata prendere, senza dire una parola, senza fare resistenza. Si è lasciata andare, come se non aspettasse altro. Mentre sul pavimento di legno la penetravo, avvolta nella sua mantella bianca, miagolava come una gatta. Neppure io mi sono levato la camicia da dosso. E’ successo così, all’improvviso, prima ancora di farmene un’idea. Forse anch’io non aspettavo altro. Altro che lei.
E’ stata la ragazza a condurmi in questo appartamento. Io ci sono venuto presumendo che sarebbe potuto capitare qualcosa. Non avevo del tutto chiare le sue intenzioni. Era una possibilità tra le tante. E si è realizzata. In fondo, che ne so io di lei. Forse l’ha chiesto in prestito per qualche ora ad un’amica. Oppure l’ha affittato per farsi gli affari propri. Di sicuro c’è che non è suo. Nulla dell’arredamento richiama la sua personalità. Tappeti, divani, tende, cineserie, quadri, cristalli. Eleganza altoborghese che non appartiene ai suoi modi spicci. Assolutamente.
Fatto sta che adesso sono qui. Almeno per il momento. E capisco pure che il momento sarà breve. La provvisorietà della mia presenza appare inequivocabile. E’ come se me l’avesse detto, come se io avessi risposto che mi stava bene così.
Le persiane sono abbassate per metà, ma troppa luce inonda i nostri corpi stesi in terra. Sarebbe stato opportuno fare più penombra. Non c’entra la seminudità sfatta in cui ci troviamo. Non mi va di nascondere il naturale imbarazzo che prende due estranei che hanno appena scopato. E neppure di ascoltare quelle sciocchezze che vorrebbero colmare il disagio di non appartenersi. Meglio prenderne atto senza ipocrisia. Niente domande, nessuna risposta, spiegazioni che sarebbero solo menzogne. Perché cercare disperatamente un senso in ciò che non ne ha.
Ascolto il suo respiro confondersi col mio. Anche lei, è evidente, prova il medesimo turbamento. C’è una paradossale sintonia che riduce la distanza nella quale ci siamo reciprocamente confinati. Quasi in silenzio, senza guardarci, decidiamo di sprofondarci un’altra volta l’uno dentro l’altro. E lasciamo che il pomeriggio anneghi in questa molle stanchezza che attutisce i pensieri.
Stavamo insieme da poco, ricordo, ed ero seduto sul letto accanto a lei. “Ho come la sensazione che in passato ti sia successo qualcosa… un fatto che ti abbia cambiato profondamente…”. Eravamo intimi abbastanza da percepire un dolore nascosto sotto la voce calma. “Sì, è così”. “Qualcosa di grave?”. “Sì”.
Me ne andai nel soggiorno pensando: non voglio stare qui, non voglio stare con questa donna che di giorno in giorno appare sempre più impenetrabile.
Tornai alla porta della camera. Lei stava appoggiata con il gomito sul lenzuolo, guardava nella mia direzione, quasi stesse aspettando. Disse: “Non ce la faccio a parlarne adesso”.
“Non mi piacciono le allusioni. Se ci sono cose che devo sapere, preferisco saperle ora”.
“Quando mi sentirò ti spiegherò tutto”.
Raramente raccontava del passato se non le ponevo delle domande, cui rispondeva peraltro in modo molle e sfuggente. Ma, attraverso gli anni, a quell’episodio non accennò più.
Arrivato a conoscerla meglio, ho costruito un paio di ipotesi plausibili. Sopratutto mi sono convinto che doveva rappresentare una specie di chiave della sua vita. Mi aveva dato il diritto di pensare a qualunque cosa, anche la più terribile, pur di non svelarmi quel segreto. Che rimase per sempre tale.