LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Dedicato a un amico_Paolo Volponi
08:23, 8 August 2010
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DEDICATO A PAOLO VOLPONIPiango la perdita di Paolo Volponi, amico fraterno, ma non lo rimpiango, perché il suo sguardo profondo e mite; il suo sorriso dolcemente sardonico e amaro, la sua inquieta timidezza e ritrosia o i suoi scatti d’indignazione morale, più che umorali; la sua curata e densa affabulazione e indifesa introversione; la sua indulgenza regressiva e la sua furia, per questi suoi cedimenti, contro se stesso fino a farsi del male, torturarsi e tormentarsi; la sua sensibile preoccupazione e apprensione per le sorti della democrazia e per la caduta del l’utopia; la sua calda, spontanea ed ingenua amicizia vivono dentro di me, mi sorreggono, mi guidano,non mi fanno mai sentire solo. «Hai portato la farina?» mi chiedeva, sorridendo compiaciuto per il mio arrivo, perché smarrito sperduto e spaesato nella sua stessa città aveva bisogno di sostegno e conforto. «Anche il formaggio di Luincis e il Refosco dal peduncolo rosso!» rispondevo. E dopo averla mangiata, violando anche i rigorosi divieti dei medici, cominciava una sua appassionata difesa della polenta marchigiana, con competenza, ma soprattutto con amore carnale per la storia che la polenta rievocava e mi conduceva dentro nella cultura e nella civiltà marchigiana, per concludere, comunque, che anche la polenta friulana, e quindi la sua civiltà, era buona. Amava il Friuli, e forse anche me come friulano, perché amava Pasolini: «Vai a trovarlo ogni tanto al cimitero di Casarsa?» mi chiedeva, e voleva sapere com’era la tomba e se aveva fiori e se il Friuli amava il suo poeta. Quattordici anni intensi è durata la nostra amicizia; un’amicizia per sottrazione, alla quale devo anche ciò che non gli devo. Mi ha fatto scoprire e sostenuto un aspetto fondamentale di me: il coraggio della paura, di ricercare sempre la verità anche se dolorosa, anche se tocca il nervo scoperto della sofferenza. Per sottrazione, appunto, senza grandi discorsi, ma per silenzi, accenni, mezze frasi, stimoli e rimproveri, ora irruento e mortificante, ora fragile e indifeso da una sua eccessiva e quasi morbosa sensibilità. Il coraggio della paura era dentro di me empiricamente, e stato lui a farlo emergere alla mia coscienza. Il nostro primo incontro avvenne nell’agosto 1980; frequentavo Urbino ormai da quattro anni, ma non avevo mai avuto il coraggio, per una qual mia timidezza e riservatezza, di avvicinarmi a lui, che mi pareva riempire la piazza e i porticati della città, bello come Guido Corsalini de La strada per Roma, ma con quella ironia ‑ le sue uscite baritonali ‑ e quella saggezza acuta che solo possiede l’uomo maturo, che ha intensamente vissuto. Avevo inviato ad Alfabeta un mio saggio sul libro di Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore, che a lui era piaciuto e avrebbe voluto conoscerne l’autore. Tramite un comune conoscente, cui aveva espresso tale desiderio, infine c’incontrammo. Mi scrutò a lungo, poi cominciò a parlare del mio scritto; io lo difesi ‑ siccome ero critico verso l’ideologia calviniana ‑ con la mia consueta passionale franchezza, forse da impegno culturale d’altri tempi. Mi prese sottobraccio, mi portò nella libreria di fronte al Duomo, acquistò una copia del suo Poesie e poemetti e me la regalò con una dedica, che mi lasciò imbarazzato, stupito: A ED., le sofferenze e le speranze della mia gioventù, contento che ancora ci sia in giro uno come lui, coraggioso! bravo e forte, che ridà speranza in un lungo tratto comune. In realtà io mi sentiva maldestro e imbranato, manchevole nella volontà come mi sarei ritratto qualche anno dopo nel mio Neuterio della lontra dove fissavo un’immagine di Volponi, che ancora oggi mi è cara: «La luce ascendente del sole, disperdendosi qua e là sui mattoni delle mura, chiaroscurava la sua figura. Neuterio fissò lo sguardo sul suo volto olivaceo che, leggermente di profilo, sfumava sul fondale rossobruno del Palazzo Ducale. In una mezzaluna, accennata dal mento puntuto fin oltre la nuca, si distendeva la fronte soffusa di radi capelli canuti; distesi zigomi ovali, divisi appena dal crinale del naso, erano lumeggiati da tondi occhi verdi incavati, per colpire più a fondo». In seguito abbiamo continuato a vederci e a frequentarci a Milano e a Urbino, «con molte comuni speranze». Io lo aiutavo e lo sostenevo come e quando potevo, data anche la lontananza, e lui mi era riconoscente, anche se io pensavo di non fare proprio niente o ben poco per lui, per meritarmi il suo affetto e la sua stima. É lui, comunque, che ha frenato la mia irruenza, rendendomi più problematico e riflessivo, e che ha dato spessore di vita e di storia alla mia cultura acuminata ed affilata, che era poi una fuga dalla sofferenza. Voleva come proteggermi, non stornandomi o dissuadendomi dallo scrivere ‑ Paolo si definiva «scrittore di complemento», mentre io sono uno «scrittore di leva renitente», perché, quando scrivo, tendo a farmi del male, a sbrindellarmi anima e carni ‑, ma indirizzandomi verso la saggistica, dove mi era garantito un maggiore distacco da me stesso e, quindi, un minor dolore. Gli morì improvvisamente e tragicamente il figlio Roberto. Nella mia poesia Il dolore del padre ho cercato di fissare la distruzione interiore, che gli procurò questo lutto, tentando, nei miei limiti, di essere come lui mi considerava, un amico fraterno che mi aiuta molto con tutta la sua persona, con la sua testa innocente e generosa e con il suo carico di idee, di propositi e di speranze per la vita degli uomini e della letteratura. L’ho rivisto per l’ultima volta alla fine di maggio del ‘94, sempre più consumato dalla malattia poi ci siamo sentiti spesso per telefono, fino a qualche giorno prima della sua morte ‑; mi sorrise, salutandomi, e mi disse: «Vieni, che stavolta ti abbraccio, perché non so se ci rivedremo più». Io gli risposi di non scherzare. Aveva ragione lui, come sempre più consapevole e coraggioso di me. Sono andato a trovarlo nel cimitero di San Cipriano, sepolto accanto al figlio Roberto, cui avevo dedicato una poesia dopo la sua morte; questo cimitero lo sentivo e lo sento così: S’ apre per me questa pace lontana di San Cipriano e il silenzio alato della collina al tramonto, compagna appartata nella mestizia umbratile delle sorelle. Dei colli per te, mio sodale, raccolgo il trepido compianto e il modulato loro elevarsi con moto a spirale, brivido d’infinito... Mi ha voluto troppo bene e questo ogni tanto m’intriga, perché mi carica di una responsabilità etica e di un impegno di coerenza intellettuale e civile, che le mie capacità intellettuali e le mie forze interiori non sono sempre in grado di sostenere. Aveva abbandonato Milano per stare con la sua gente a Urbino, anche se talora subiva le mura della città come un’oppressione, un’esclusione dalla storia, ma la forza del ritmo interiore di essa lo tratteneva. E la gente semplice ‑ non gli invidiosi e i mediocri ‑, quella che come lui conservava vivi i valori della civiltà contadina, gli voleva bene, perché lo sentiva suo. E lui stava ‘naturalmente’ in mezzo a loro, giocando a carte nella vecchia osteria simile ad un antro, come la nieviana cucina del castello di Fratta. Amava i suoi colli, quella luce e quei colori, l’aria di quei luoghi con tutte le sue fibre. Aveva nel sangue e nel corpo la sua natura e con le parole la creava e ricreava continuamente, ‘con parole che profumano di fiori ed erbe’ e paesaggi che ti par di vederli e di viverci dentro. Amava ed aveva nostalgia di quella umile Italia popolare dei borghi, della laboriosità artigianale, del tempo ciclico, diversamente da Pasolini non regressivamente, ma storicamente, nel senso che sognava una armonica fusione tra civiltà contadina e civiltà industriale, tra natura e artificio, tra naturale e razionale: una utopia? Ma ad essa Volponi ha dedicato una vita di sofferenza e di amarezza per le numerose ostili incomprensioni. Per il suo spirito autodistruttivo e per la sua grande bontà e disponibilità verso tutto ciò che fosse rivolto al bene comune e fosse testimonianza di impegno civile, ci ha messo anche del suo ad autopunirsi, lasciandosi imprigionare nel binomio ‘industria e letteratura’ o etichettare ideologicamente, sempre perché convinto di servire la giusta causa della democrazia e battendosi perché l’industria coniugasse profitto e utilità sociale. L’ultima raccolta di poesie Nel silenzio campale costituisce il suo testamento spirituale. Nel silenzio «mortale del mondo e delle sue vanità»l’anziano poeta è come il «pastore errante dell’Asia», solo nell’universo in «un vivere disperato e cieco». Con una misura tonale di ascendenza oraziana la soggettività si insegue nelle disseminazioni della storia, per consegnare l’immagine di sé autentica, per essere ben capito attraverso la sua opera, che sperava non aere perennius, ma forse proprio così. Ormai il poeta, che non ha mai cercato riparo per salvarsi, sente di appartenere al «mondo» più che alla storia; pur nella consapevolezza della «universale inutilità» vuol consegnare ad esso il suo sé più autentico: Ciò che di me sopravvive alla mia paura appartiene interamente agli altri. Se qualcosa di me ancora vale debbono tale cosa prenderla gli altri impiegarla e trarne profitto presente e reale. anche se ‑ il lascito non è incondizionato ‑ gli altri scelgono sempre una proprio non mia qualità, virtù, capacità. Spinto a rivelarsi al suo tempo, «vecchio, malandato, brontolone/ utopista e cialtrone/ che si scansa e si oppone a ogni pratica corrente», senza indulgenze e senza cedimenti, eccolo ribadire, con coscienza sempre virile e ferma la sua scelta di opposizione richiamandosi a Le ceneri di Gramsci e riprendendo un verso di Pasolini che aveva fatto suo: «Sono comunista per spirito di conservazione». Ma conservazione di che? Non certo politica, non certo economica, non certo letteraria. Si pensi ai suoi romanzi che scandiscono e si confrontano con i momenti, i problemi e i temi nodali della storia della nostra repubblica (in Memoriale, ad esempio, la tisi di Albino Saluggia si manifesta il 18 aprile 1948): era uno ‘scrittore nella storia’ per trasformarla, talora addirittura profetico, per la sua profondità di analisi; penso soprattutto a questo passo de ll sipario ducale del 1975 (la vicenda dell’anarchico Subissoni si svolge ai tempi della strage di Piazza Fontana a Milano): «Come si reggerà la grande unità? Se ha spappolato e smidollato il sud con cento anni di razzia di schiavi, peggio che non abbiano fatto in mille anni i saracini? Se ha divorato tutte le gabelle, i dazi, i sali e i tabacchi, e si è castrata con l’autarchia? Fra poco si parlerà di progresso masticando miseria. Ogni ufficiale postale, o ogni magistrato entrerà pallido nella pretura con il gusto di torturare un circondario in nome dell’unità e della miseria. Cosa è questa repubblica se non lo scatolone abbandonato dal re? che poi era già una scatola vecchia anche Conservatore di che, dunque? Di una certa cultura, umanità, idealità contro il degrado contemporaneo delle sottoculture, della disumanizzazione, del kitch compromissorio. E il sacrario di questi valori era per lui la natura, vissuta col corpo e con la mente. E i suoi romanzi e le sue poesie sono piene di natura, non solo paesaggi,ma corpi, sentimenti, passioni, emozioni, bisogni, tensioni, progetti, contrapposti al vuoto della società e delle città subordinate totalmente ad un capitalismo rapace, ben lontano dal capitalismo illuminato di comunità di Adriano Olivetti, dal quale era stato stregato nei suoi anni ad Ivrea. Comunque, nelle opere di Volponi non troviamo folclorismi, né arcadie contadine, né riesumazioni museali, né una acritica esaltazione del mondo contadino così come spesso era, tecnicamente arretrato chiuso integralista; per lui civiltà contadina erano soprattutto tempi di vita, comunione tra microcosmo e macrocosmo, senso della comunità, consapevolezza della propria creaturalità: era un animo francescano che, per difendere e preservare questa sua intimità, si costruiva una corazza, anche ideologica. Il dolore del padre D’una collina marchigiana lungo sulla distesa dorsale d’asina paziente ansima un tratto di luna abbiosciata sulla scheletrica quercia nera dal fondale della sua luce rancia, che balugina il sipario del nulla incolore d’un cielo deserto dalle stelle, tremolanti laggiù sulle colline intorno dall’effimero contorno che stento affiora dal tremore delle cose disperso nell’oscura piana a valle. Un raro esangue bagliore dalla luna in bilico sul dorso della collina, sospese le cose sul limitare dell’abrasione, rivela perplessi moti convulsi e coltivi disadorni nella schifa acromia del nero che fuggono le colline verso l’irsuto Appennino. E rapisce lontano remoto lo sguardo abraso dell’ombra d’uomo in controluce sulla soglia della casa, sagoma bruna che patisce l’albeggiare dell’aria che schiara in opache gradazioni il ritmo ancora spento del paesaggio collinare, che s’indora infine sui crinali. Scende ora la luce a pennellare l’ocra il giallo e un verdemare, mentre in alto nel giorno pieno perdura la corona livida della caduta e dietro l’azzurro, imperituro nello splendore del sole, il pallido sudario del vuoto. «ZETA», gennaio-febbraio 1995 www.isintellettualistoria2.myblog.it
NEL SILENZIO CAMPALE
Non v’è dubbio che Paolo Volponi sia uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Meno nota al grande pubblico è la sua eccellenza di poeta che, finalmente, comincia a emergere, risolta ormai, pare, la vexata quaestio della autonomia della sua poesia (Poesie e poemetti, 1981 e Con testo a fronte, 1986, Einaudi) dai romanzi. Come per questi anche per la sua poesia non mancano forzature interpretative ideologiche, alle quali non si sottrae del tutto Filippo Bettini, autore della per altro pregevole prefazione alla piú recente raccolta, Nel silenzio campale, che mi pare accentuare un po’ troppo il "titanismo" in senso leopardiano, del Volponi antagonista del sistema, a scapito della dimensione piú umana, dimessa in senso oraziano, di questa raccolta, "minore", a giudizio dell’Autore, ma forse proprio per ciò, in quanto decentrata e tangente rispetto al corpus della sua opera, piú significativa. Il "silenzio campale", cui allude il titolo, è quello che distende, sulla battaglia della vita, il nulla della morte, tale presenza genera l’husserliana epoché, la messa tra parentesi dell’oggetto e l’emersione della soggettività nella sua nuda essenza, spogliata di ogni artificio, ma tramata delle presenze, attraverso i segni e i linguaggi, del reale. intreccio di natura e cultura, interno ed esterno, che diventa anche intrico, da cui il poeta tenta di liberarsi con uno scarto umorale o etico o utopico, sempre, comunque, con uno stile sperimentale, il cui prevalente registro colloquiale, piú "satirico" che "comico", permette la commistione di lirico e prosastico, di metri e ritmi, di astrazione formale e di enumerazione verbale informe, che nel mentre destruttura la percezione stereotipata e torpida del reale, ne offre una diversa chiave di lettura e conoscenza. Nel silenzio "mortale" del mondo e delle sue vanità l’anziano poeta è come il "pastore errante dell’Asia" solo nell’universo in "un vivere disperato e cieco". Una pulsione, liberata dalle profondità corporali ancora vitali, attiva un ritmo una rima, un’assonanza, una catena di segni, un filo associativo, che articola e distende un animo pacato e, infine, rispettoso di sé, non autodistruttivo. Con una misura tonale di ascendenza oraziana (un Orazio attraversato e superato come il Montale di Satura, con scarti che dicono la distanza ideologica da essi), la soggettività si insegue nelle disseminazioni della storia, per consegnare l’immagine di sé autentica, per essere ben capito attraverso la sua opera, che spera duratura, forse non "aere perennius" ma forse proprio cosí. Ormai il poeta, che non ha mai cercato riparo per salvarsi, sente di appartenere al "mondo" piú che alla storia; pur nella consapevolezza della "universale inutilità" vuol consegnare a esso il suo sé piú autentico. “Ciò che di me sopravvive / alla mia paura / appartiene interamente agli altri... Se qualcosa di me ancora vale / debbono tale cosa prenderla gli altri / impiegarla e trarne profitto / presente e reale, anche se - il lascito non è incondizionato - gli altri “scelgono sempre una proprio non mia / qualità, virtú, capacità”. Spinto a rivelarsi al suo tempo, “vecchio, malandato brontolone / utopista e cialtrone / che si scansa e si oppone / a ogni pratica corrente”, senza indulgenze e cedimenti, ma con coscienza sempre vigile e ferma, ribadisce la sua scelta di opposizione, richiamandosi, attraverso la figura di Pasolini nel poemetto Il cavallo di Atene (che è Volponi stesso, cavallo di Troia nel sistema), a quella stagione “di dubbi e di ricerche, ansia di comprensione, / viva e prorompente ideologia, passione / gonfia e insorgente”, quando la distruzione dell’utopia olivettiana ha disteso sulla società italiana il "silenzio campale" del "meccanismo implacabile e formale" del capitale. { Last Page } { Page 8 of 61 } { Next Page } |
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