LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Volponi e Pasolini
08:16, 8 August 2010
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IL PASOLINI DI VOLPONI Nel 20° anniversario del suo assassinio Pasolini: un viaggio lungo un anno tra remake, rifritture, riproposizioni acritiche, estemporaneità con qualche rara novità realizzata o prospettata, che si muove in un sostanziale clima di ambiguità, tra riduzione-riappropriazione provincialistica del poeta friulano e astrazione-divagazione accademica con il rischio, già in altra occasione paventato da Roberto Roversi, denunciando «l’uso e abuso dell’autore», di «celebrazione, giubilazione, imbalsamazione», con conseguente archiviazione-rimozione. Manca in effetti, in tutte queste iniziative un filo conduttore, una finalità chiara, che permetta di individuarne l’unitarietà nella molteplicità. Probabilmente è il segno dell’accumulazione-citazione acritica postmoderna, mentre Pasolini potrebbe servire proprio a stimolare una nuova progettualità, per reagire alla deriva, in quegli intellettuali, che non hanno ceduto al consumismo e ai media e credono ancora nella cultura come politica, come intervento etico, civile, critico e utopico nella storia del nostro Paese, aggregandone e orientandone le azioni e le intenzioni sparse e frantumate. Mancano oggi i maestri, ma non è detto che non servano più. Sembra che l’eredità spirituale di Pasolini si circoscriva nel triangolo i cui vertici sono formati da Nico Naldini, Zigaina, il gruppo romano Betti-Siciliano: sarebbe stato senz’altro opportuno mettere a confronto diretto e pubblico queste tre posizioni al di fuori della stretta cerchia di addetti ai lavori e dei - veri o esibiti - cultori-amatori di Pasolini, per capire il senso vero di tale contesa ereditaria. Accanto a queste interpretazioni più ‘rumorose’ ce ne sono, però, altre più discrete, più sommesse, ma certamente più intense, sentite e, soprattutto, ideologicamente più chiare. Personalmente, ritengo si debba almeno pensare ad un quadrato ed evidenziare e dare il giusto rilievo, come farò in un libro di prossima pubblicazione, di cui questo intervento costituisce una anticipazione, che della sua vita e della sua opera dà Paolo Volponi, che di Pasolini fu amico dal 1952 («Abitava in via Fonteiana, dove io ebbi la fortuna di incontrarlo e di conoscerlo, frequentando anche la sua casa e legandomi d’affetto anche con i suoi genitori. Anche con il padre, appartato e accigliato, che però era sempre molto orgoglioso nel mostrarmi le poesie di Pier Paolo, pubblicate o tradotte»). Entrambi maturano in quel punto di snodo della cultura italiana degli anni dal 1945 al 1955 circa, caratterizzato da antiermetismo e antineorealismo, su una linea neosperimentale, che si scontrerà, Pasolini soprattutto, anche con la neoavanguardia, e li terrà uniti, soprattutto il comune legame con la nostra tradizione storica, culturale e letteraria e con la lezione di poesia etica e civile che veniva da Dante e dal suo plurilinguismo. L’atteggiamento di Volponi nei confronti di Pasolini, per lui «maestro sapiente e amico fraterno», è di avvicinamento, consonanza, consentaneità e, nello stesso tempo, di distanziamento, dissonanza, distanza. Infatti, se comune era solo la matrice culturale, ma anche un grumo di dolore interiore, diversa era la soluzione che i due diedero alla ‘gabbia dell’io’ come lucidamente dirà Volponi: «Scrivevo delle poesie per ‘venire fuori’, per non essere schiacciato dalla regressione, dall’ansia, dalla paura. Lui capiva benissimo queste cose, anche se io lottavo all’interno di quel conflitto mentre lui lo subiva radicalmente». Qui divergono le strade; e mentre l’uno rimarrà legato al mito della ‘madre-società’, una madre primigenia e rurale («il cortile inazzurrato delle Alpi»), perchè Pasolini del popolo «non ha accettato interamente la storia, ma soltanto l’umanità», l’altro perseguirà il progetto-sogno, utopia, mito? - della madre-industriale. Però Pasolini non rimase del tutto prigioniero del narcisismo, come ci fa capire Volponi nella sua ultima opera poetica, Nel silenzio campale; «Pasolini si sentiva ferito; colpa e delusione/opprimevano il suo cuore e anche la sua intenzione/di opporsi, di avvertire; la sua stessa disperazione/gli dava la coscienza della vita e la concrezione/ della propria vitalità: quindi la destinazione /civile e letteraria sopra l’espressione di sé». Pasolini uomo («maestro misurato, dolce, paziente, ironico, didattico; socratico innocente quanto disperato; portatore di serenità, di aiuto, di consigli; affascinante conservatore dal sorriso mite e triste, un dolce sorriso comprensivo e rassegnato» divenuto alla fine «ansioso e un po’ incerto, sempre più triste, emaciato e solitario») che diventa il Pasolini-allegoria di una «stagione/di dubbi e di ricerca, ansia di comprensione,/viva e proponente ideologia» contrapposta alla presente, nella quale «non si possono più intra-/prendere viaggi, né sono pra-/ticabili percorsi di conoscenza; /non ci sono più luoghi di contra-/sti e di formazione, non la veemenza / dei maestri»: rimpianto, ma senza il ‘rimorso per la religione/del mio tempo’ per 1’urbinate. Volponi in Pasolini vedeva il limite della sua «posizione regressiva, astorica, nemmeno utopistica, ma soltanto di rimpianto per il bel mondo rurale», talora «senza un sicuro sostegno ideologico», per cui se era stato bravo a prevedere «il disastro ecologico, l’omologazione delle culture, la rovina delle città, lo sviluppo sfrenato del consumismo, la graduale dispersione della coscienza critica e democratica, l’imbonimento e la mercificazione della lingua, dell’arte, della letteratura», non lo era stato altrettanto nell’individuarne i rimedi, in quanto «alla fine, ne ha fatto un mistero mistico-letterario». Ma allora qual’è l’essenza dell’insegnamento del ‘maestro’ Pasolini, a vent’anni dalla sua morte? Pasolini secondo Volponi è stato «un grande poeta civile, forse il più grande poeta della nostra letteratura dopo Leopardi, superiore a tanti del secolo scorso e del nostro, anche se celebratissimi, amatissimi, premiatissimi». Poeta civile. Volponi ritiene che la stagione più fulgida dell’amico sia stata quella tra il ‘55 e il ‘63; poi deviò, vuoi per la grande ostilità della neoavanguardia, che lo ferì profondamente: («cominciava a chiudersi in se stesso, ad avere degli allarmi sentiva che l’umanità degli affetti, che la sua psicologia in qualche modo esigeva, gli era negata»), vuoi perché si lasciò sedurre dal cinema e dal successo («era ambizioso in un modo un poco infantile»), che, sostanzialmente, lo distrasse dalla letteratura, facendolo «regredire un tantino: non era più il grande poeta, critico e uomo di lettere che veramente poteva improntare di sé la nostra epoca». Per Volponi ciò che veramente dura di Pasolini e che costituisce saldo e sicuro punto di riferimento per la cultura democratica dell’Italia è la sua poesia civile e il suo modello di uomo di cultura-pedagogo, che aveva capito come «il nostro popolo fosse estraneo ad ogni possibilità reale di partecipare e di scegliere; come fosse costretto - nei suoi dialetti, nelle sue piazze, nei suoi gruppi - a vivere una vita per certi versi ricca di rapporti, ma alla fine deprivata dalla cittadinanza, della possibilità di decidere». Profetico! La mancanza nella cultura italiana «è stata soprattutto quella di non assumersi la propria responsabilità di impegno civile e sociale, come sostegno e guida dei suoi valori specifici» e di lasciare spazio o di indulgere alle sottoculture, che fanno dell’assassinio di Pasolini un «delitto politico» perpetuato e voluto, in fondo, «dall’inconscio collettivo di strati piccolo-borghesi, bigotti e presuntuosi», da quel ventre molle della nostra società, regressivo e autoritario, impastato di controcultura, immaturità psicologica, ignoranza storica: «La morte appartiene alla vita di Pasolini, ma non certo come scandalo o esasperazione letteraria e tanto meno come oscura vocazione al suicidio: le appartiene intimamente per la sua essenza esemplare, didattica; perché diventa l’atto conclusivo dell’insegnamento e lo svela per intero, dando alla vicenda personale una ampiezza storica». Pasolini aveva «un amore e un senso del nostro paese che dà speranza anche in questi momenti in cui sembra che tutto sia rotto o stia per sprofondare, ancora nello stesso buio della regressione storica», per cui bisogna guardare alla sua vita e alle sue opere «come luce e materiale per la nostra cultura e anche per la costruzione della nostra democrazia». «ZETA», n. 35-36, settembre-ottobre 1995 { Last Page } { Page 10 of 62 } { Next Page } |
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