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LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo

Carlo Marcello Conti_Per i 25 anni della rivista ZETA

08:01, 8 August 2010 .. Link

LA POESIA? UNA VALIGIA SEMPRE PRONTA

 

La mostra a Villa Manin della Collezione Marzona offre il destro per diverse considerazioni, non ultima quella sulla ‘tradizione del moderno’ o, se si vuole, sull’ossimorico ‘Museo delle avanguardie”: un’altra volta…

La prima: forse questa mostra non sarebbe stata realizzata, se non avesse avuto una piccola, ma significativa anticipazione a Palazzo Frisacco a Tolmezzo nel 1997, quando per iniziativa di Mario Delbello, Stefano Marchi e mia, che tenni anche la conferenza stampa di presentazione, fu organizzata la mostra Nonno|Padre|Figlio, Marcel Duchamp, Carl Andre, Lorenzo Missoni; esposizione che, oltre al suo valore intrinseco, si inseriva in una politica della cultura e in un progetto di esposizioni,  che comprendeva, solo per citare le più significative, Carnia New Art, Il Dante di Anzil, “Il maestro dei maestri” Egidio Costantini  e la Biennale, già attivata, degli Illustratori per l’infanzia, e che tendeva a fare di Tolmezzo quello che oggi sono, ad esempio, San Vito al Tagliamento e i Colonos. Ora, ci si accontenta di una cultura espositiva ‘borgatara’ e per pochi intimi con scarse ricadute commerciali, fatta di vaporose ‘mostrine’ preconfezionate importate  con critico esterno incluso nel pacchetto: sotaneria; assenza di autonomia propositiva e di ricerca; devolution all’esterno dell’organizzazione ed anche degli indotti benefici tipografici; marginalizzazione e mortificazione delle forze culturali locali (in effetti, si sa che il vero Assessorato alla Cultura a Tolmezzo è ormai in Canonica, che opera in senso opposto alle negatività evidenziate).

La seconda: è ben vero che il detto popolare “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi” per il Friuli, data la sua specificità, non vale, in quanto qui da noi i diavoli fabbricano soprattutto coperchi e… soperchierie. Basti pensare, subito dopo il terremoto, alla restaurazione politico-culturale operata dalle classi dominanti: coperchio sullo spirito democratico di autodeterminazione emerso nelle tendopoli e sul recupero critico della propria cultura e identità nella ricerca di un difficile equilibrio tra tradizione e modernizzazione; marginalizzazione e frantumazione delle forze vive e propositive, che però carsicamente sono sopravvissute e riemerse anche come fenomeno di terza generazione proprio in questi ultimi anni (si pensi all’innovazione e alla ricchezza della ricerca anche in friulano in tutti i settori letterari ed artistici: perché tutte queste forze non organizzano un Convegno Per una politica della cultura in Friuli, per trasformare parte della creatività in condivisi progetti e organizzazione?). Proprio tale fertilità creativa mi porta a respingere piagnistei e recriminazioni sulla triste condizione in Friuli dell’arte moderna, certamente marginalizzata dal potere, ma non senza la connivenza del narcisismo, dello snobismo, dell’invidia, dell’autolegittimazione e dell’autocompiacimento di molti artisti e intellettuali, che hanno sempre considerato ‘vile e meccanico’ sporcarsi le mani come operatori culturali.

Per molti aspetti anticipatrice della fecondità poetico-letteraria attuale (tralascio le arti visive e la musica), resistenziale da 25 anni*, nata nel contesto delle rovine del terremoto ( solo una utopica pazzia che fa rima con poesia poteva realizzare tale impresa) è stata  in Friuli la rivista d’avanguardia  ZETA (oggi ZETA News, rivista internazionale di poesia e ricerche), fondata nel 1977 da Carlo Marcello Conti e da Franca Campanotto (da cui l’omonima casa editrice),  compresa subito nella sua importanza da un intellettuale sensibile e impegnato com’è Luciano Morandini, che da allora ne è il direttore responsabile. Inizialmente la rivista era aperta soprattutto alla poesia visiva, visuale, concreta e sonora (per maggiori informazioni: www.marvel.it/glock), nata in Italia ad opera di Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, fondatori del Gruppo 70; poesia visiva che tra concettualismo, dadaismo, pop art agisce con e su un linguaggio simbiotico iconico-verbale di forte impatto sul fruitore, che è costretto a prendere coscienza dello svuotamento e del degrado mediatico del linguaggio e della comunicazione; un intervento artistico non neutrale, ma, come lo definiva Eco, da “«guerriglia semiologica».

Follia, dicevo: ma una follia sana e rivelatrice, com’è la poesia; follia che vede la realtà col suo occhio particolare, la capisce in profondità e la disvela anche nella sua esigenza di contemporaneità, di adesione al presente e di uscire da una condizione di marginalità e minorità, di non rimanere sempre soffocati da una tradizione e da un passato, come diceva Nietzsche, monumentale e antiquario, che schiaccia anziché essere forza propulsiva nel presente e per il futuro.  E al ‘folle’ e un po’ ermetico Conti mi sono rivolto, per comprendere il significato di questa scelta, dopo il suo ‘sbarco’ in Friuli nel 1969, dove è approdato dopo numerose esperienze ed incontri importanti, che hanno segnato il suo destino di poeta e artista, oltre che di editore

Perché una rivista d'avanguardia subito dopo il terremoto?

 Forse dopo il terremoto si erano risvegliati desideri di vivere meglio il presente. Certo il Friuli da sempre è caratterizzato da un presente non in linea con il presente di altre regioni salvo alcune attente eccezioni. Questo territorio, dopo le mie esperienze delle neoavanguardie e in altre riviste,  mi diede inizialmente l’impressione della impossibilità, per me, di immettere questo presente nel circuito delle ricerche in atto e quindi di un rifugiarmi nella tranquilla dolce diffidenza della provincia. Non solo per scrivere. Non potevo, però, vivere un'altra vita. Mi spiego meglio. Uno può godere l'arte del passato. Non la può vivere. Non la può ripetere. Resta importante in ogni processo produttivo sapere dove si è, da dove si parte, ma anche da dove si viene per stabilire meglio dove andare. In quel momento il Friuli non si poneva alcun tipo di confronto. Non c'era l'Università. Non c'erano esposizioni. Si parlava molto dell'emigrazione. Dei ritorni annuali di questi esuli. Della forte presenza della lingua materna di questa piccola patria. Una barriera ulteriore verso l'esterno. Un poco snob e anacronistica, molto spesso reazionaria (lo dice uno che ha in catalogo una rivista dedicata alle lingue minoritarie, Diverse lingue). Insomma, parlare ‘al’ futuro qui era difficile come difficile era trovare una vita. Si parlava del passato nel presente come un presente da cui non scostarsi ed in cui compiacersi, un po’ in ritardo. Vedi la ‘scoperta’ di Pasolini. Credo ci sia stata e resti molta sofferenza per il peso soffocante di questa tradizione nei giovani.

Per reagire a questa letargìa è nata allora ZETA?

Mi colpiva molto questo silenzio. Zeta è nata così, naturalmente, come una lettera aperta ai suoi abitanti, di qui ma non solo. L'ultima lettera in quel momento, naturalmente. Zeta è infatti e resta l'ultima dell'alfabeto. Qualcosa allora, anche oggi e nel futuro, ultimo. L'esperienza della poesia visiva ancora in atto mi ha aiutato molto non solo per i contatti: un codice extra-verbale per comunicare e confrontarsi con tutto il mondo. Analisi anche di un processo innestato dai media, da cui si evidenziava che si sarebbe letto sempre meno e ascoltato o guardato sempre più. Furono anni intensi, irripetibili. Corrispondevano anche gli anni della prima maturità. Mostre, dibattiti, grandi recital di poesia  furono la linfa. Nel 1977 al Centro friulano di Arti plastiche. Nel 1983 alla Galleria d'Arte Moderna di Udine. Nel 1986 alla Galleria Regionale d'Arte Spazzapan di Gradisca. Intorno si consolidava il lavoro della casa editrice Campanotto. Alla quale Zeta deve la sua permanenza e la Campanotto la sua innumerevole scuderia. Oltre mille titoli in catalogo. Oltre trecentocinquanta solo di poesia.

Quali finalità  si proponevano i redattori, dei quali ricordo il nucleo fondatore del  primo numero: Georg Armstorfer, Tony Green, Harry Hoostraten, Magali Lara, Nino Ovan, Demos Ronchi José Antonio Armento, Giovanni Scardovi, Angelika Schmidt, Tohei Horiike, Franco Verdi oltre a te, naturalmente.

Documentare la poesia in atto, stabilendo così la sua vitalità ma anche una mappa su cui orientarsi con maggiore disinvoltura. In vista dei prossimi lavori in corso, “permanente” come ogni cosa sperimentale e viva.  Una dichiarazione di assoluta volontà di appartenere alla vita senza subire ed essere soggiogati dalla storia, cui pur si appartiene e di cui si ha consapevolezza. Mi pare il dato che può giustificare uno scopo importante come la vita stessa. Era anche ed esattamente la coscienza del proprio lavoro. L'avanguardia storica non è mai stata una necessità. Forse un punto di riferimento da cui partire. Le sue vicende avevano sì generato uno scossone necessario alla nostra letteratura, ma anche pericolosi ritorni. Sostenuti dal mercato e dal potere non solo economico. Certo, dopo questo, scrivere una poesia è un atto che comporta un maggiore, spesso inconsapevole, atto di schieramento ‘contro’, contro la mercificazione. Prima non era così chiaro. Tutto è comunque prima o poi inghiottito dal mercato. Una storia nella storia infinita. Restare ai margini di queste leggi, di questi processi è la miglior garanzia  di vitalità e permanenza. Tutto ciò è come la libertà. È costato tantissimo. È anche la nostra unica forza. La nostra fragilità trasparente, ma  ostinata. Solo il tempo ci ha dato questa consapevolezza. Non abbiamo mai consolidato le nostre posizioni. Abbiamo sempre preferito spostare le nostre posizioni, per consolidare il punto dove la nostra percettività di addetti a dei lavori in corso permanente risultava più a fuoco. A occhio nudo inevitabilmente, a vista in un continuo movimento obbligato. Un esercizio risultato molto stimolante e vitale, poco redditizio. Oggi diffondiamo circa millecinquecento copie, ma una volta in più all'anno: siamo oggi un quadrimestrale, che spera di diventare trimestrale diffuso un po' ovunque. Oggi siamo presenti in tutte le fiere librarie più importanti, anche in Giappone e a Francoforte. Un bilancio personale di questi 25 anni?  Sono poche le riviste che esistono da tanto tempo. Grazie alla sua redazione sempre disinteressata ed attenta.  Non ci siamo mai stancati di guardare al futuro che sta nei giovani. Non abbiamo fretta di invecchiare. Per la poesia le valigie sono sempre pronte. Per la poesia le valigie sempre aperte, mai riempite mai svuotate. Ognuno di noi lo ha fatto. Nessuno ci chiede più da quale stazione siamo partiti. In quale melting pot ritrovati. È stato così avvincente.

 

* Ora di anni ne ha compiuti 30.

 

«IL NUOVO», 22.06.2001

 

SITO: www.campanottoeditore.it 




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