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LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo

Luciano Morandini_Un romanzo

07:57, 8 August 2010 .. Link

IRENE DA SPILIMBERGO

 

Il best-seller, se da un lato ha il pregio di favorire la diffusione e il rafforzamento di un gusto letterario medio, dall’altro, col battage che l’accompagna, può provocare un abbassamento della sensibilità e della curiosità culturali, un appannamento del piacere della ricerca e della scoperta di opere di minor effetto d’immagine e tiratura, ma di notevole pregio, com’è il caso dell’ultimo romanzo o racconto lungo (come ama definirlo l’autore) del friulano Luciano Morandini.

Gli occhi maghi (Campanotto, Udine 1992.) sono la biografia romanzata della pittrice Irene da Spilimbergo (1538-1559); biografia un po’ particolare, in quanto la vita di Irene, morta a soli ventun anni, non è narrata cronologicamente, ma colta e fissata nell’attimo in cui la realizzazione del sogno di diventare una grande pittrice e le illusioni adolescenziali, dopo un fugace brillìo, sono spente brutalmente dal nero della morte, per cui Irene assume il valore simbolico della delicata e tragica Silvia leopardiana.

L’incombere di un crudele destino e il senso del tempo inesorabile, che tutto travolge verso la morte, imprimono un tono malinconico all’analisi psicologica delle sottili vibrazioni di una fragile femminilità, quella di Irene, attraverso la quale lo scrittore tenta di far rivivere e di appropriarsi dell’anima della morta moglie, la poetessa Elsa Buiese: un rimpianto trattenuto, che non sfiora mai il patetico, né si lascia travolgere dalla disperazione e dal dolore ancora intenso, che anzi è come slontanato e rarefatto in una superiore armonia e serenità interiore. Serenità che nasce dalla consapevolezza che alla sofferenza intrinseca al vivere si può contrapporre la potenza creativa dell’Arte, che sfida il tempo e la morte, e un ideale di Bellezza, che certo «non sana le piaghe del mondo», ma alimenta nell’anima il desiderio di vivere e la forza per resistere al dolore e dona un piacere e una felicità, seppur passeggeri, che leniscono le ferite interiori. Il sogno di Morandini è nostalgia di classicità e Irene diviene anche metafora delle contraddizioni e delle aspirazioni più profonde dell’intellettuale Morandini, friulano e come tale alla frontiera tra radicamento e spaesamento, tra appartenenza ed estraneità.

Irene matura e si forma nel castello di Spengenberg, quasi reclusa tra mura possenti a difendere dalle lotte feudali che imperversano in Friuli, che il nonno Da Ponte non ama e al quale preferisce Venezia. La città lagunare incarna il simbolo della Bellezza e a Venezia Irene approda nella seconda parte del libro, avendo il privilegio di avere come maestro il grande Tiziano. E la Venezia rinascimentale con la sua luce, grazie alla quale i cromatismi naturali e pittorici si fondono in un continuum fiabesco di sapore orientale, viene fatta rivivere con rapidi scorci da Morandini, che con scrittura essenziale costruisce lo sfondo, sul quale campeggiano le figure di Tiziano, Aretino, Bembo, Gaspara Stampa e, un po’ dietro a essi, il fervore culturale neoplatonico e petrarchista, la vita mondana della nobiltà e quella popolare.

Il cuore di Morandini batte verso questa cultura intrisa di mito, che vince il tempo. Un ideale aristocratico e, apparentemente, anacronistico. In realtà non si tratta di un sogno di evasione e di fuga, in questo caso dal Friuli, ma di far emergere l’anima più profonda di questa terra, che nel libro assume le fattezze della vecchia Ghita, servitrice fedele e materna, incarnazione dell’anima popolare friulana, nella cui saggezza si condensano le ragioni ultime della vita, vissuta con un grande equilibrio interiore, derivato dalla accettazione realistica, non rassegnata, degli accadimenti della storia, in una concezione profondamente sacrale, anche nei suoi aspetti superstiziosi, del vivere. Equilibrio e serenità popolari che, specularmente, ben s’incontrano con le consimili aspirazioni di una cultura classicistica.

Questo legame tra popolare e aristocratico, che ha il potere di saldare le radici dell’esistenza con le ragioni dell’arte, colloca Morandini in una precisa tradizione letteraria e, indirettamente, il Friuli più nell’alveo della cultura mediterranea che in quella nordica della Krisis mitteleuropea.Con Ghita, attraverso la quale Irene scopre un paesaggio friulano vitale e sensuale d’incanto nieviano, Morandini ci regala una delle più belle metafore dell’anima friulana. Una scrittura sapiente rende chiara e trasparente la complessa stratificazione semantica del libro, con uno stile armonico al punto che le numerose citazioni e gli inserti, che in una scrittura non sostenuta da un saldo mondo interiore potrebbero trasformare un’opera in centone, si fondono con naturalezza nella narrazione e, come in uno spartito musicale, agiscono come voci di controcanto alla voce del narratore, che si esprime per consonanza o dissonanza con altre voci, mantenendo un’unità tonale e cromatica tale da rendere ancora piacevole conoscere e conoscersi attraverso la lettura.

 

«Messaggero Veneto», 7 febbraio 1993

 

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