LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Mario Rigoni Stern_Le stagioni di Giacomo...
07:50, 8 August 2010
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LE STAGIONI DI GIACOMO Con Le stagioni di Giacomo il suo libro di maggior impegno civile, non puramente testimoniale ma militante, Le Stagioni di Giacomo si aprono nel 1922 con la ricollocazione sul campanile del paese ricostruito delle campane, simbolo dell’unione e dell’identità storico-culturale della comunità, e si concludono, come estremo addio alla giovinezza, che sarà di lì a poco inghiottita insieme al suo mondo dal baratro della distruzione e della morte, che porterà la guerra, ancora con le campane durante la fiera di San Matteo patrono, il cui suono «irruppe e si distese sulle case, sui prati, sui boschi e sul lavoro della gente» (struggente inno alla vita), che richiama l’assoluta felicità mortale dei versi leopardiani «Primavera d’intorno/brilla nell’aria, e per li campi esulta,/ sì ch’a mirarla intenerisce il core» (è dal sommo poeta che in Rigoni Stern deriva questa capacità di allargare coi suoni prospetticamente il paesaggio e di permearlo di umana dolcezza). Il narratore (il sopravvissuto che torna anni dopo le distruzioni della guerra sui luoghi della sua infanzia, che rivive attraverso Giacomo, suo alter-ego) si sdoppia in un io narrante ed un io narrato; questa duplice focalizzazione costituisce il primo grande elemento di novità, in quanto narrante e narrato si riveleranno in un gioco di specchi, per cui il passato diventa presente e il presente degradato, in cui vive il narrante, viene investito, naturalmente, senza ideologismi, dalla carica oppositiva dei valori positivi, che il narratore individua nella sua metaforica, ma ad un tempo concreta e realistica, comunità e civiltà alpina. Voglio dire che la narrazione, è fortemente allegorica, sostenuta da una felicità di nominazione delle persone e delle cose quasi adamitica, per cui esse sono sottratte di fatto, pur mantenendo la loro concretezza realistica, ad ogni determinazione spazio-temporale (proprio come gli idilli leopardiani, di concreta e cosmica verità), e trasformate in sentimenti, pensieri, comportamenti e valori universali: non dunque un monumento a qualcosa che è definitivamente perduto, ma presenza viva e proiezione di essi con forza dentro il nostro e presente mondo di disvalori, come critica forte e alta di questa inciviltà senza direzione, senza rapporto più con i problemi ultimi dell’esistenza individuale e collettiva. Il tutto ripeto, senza ideologismi, ma con la freschezza e la naturalezza di una scrittura felice e con la forza di uno stile sintetico. La carica oppositiva (il periodo attraversato narrativamente è il ventennio fascista, quasi una premonizione sui rischi di involuzione autoritaria della nostra società) percorre tutto il libro, come hanno giustamente sottolineato molti critici, che non hanno però colto e adeguatamente evidenziato l’altro grande elemento di novità: la carica ironica, satirica e grottesca del cap. 18: la scena carnevalesco-bachtiniana della manifestazione di protesta dei contadini contro l’introduzione dei tori svitt al posto di quelli locali di razza burlina al grido di «Viva Mussolini e i tori burlini!» Non è casuale la collocazione di questa scena corale quasi al centro del libro, perchè essa irradia su tutta la narrazione il senso di antagonismo ‘naturale’dei montanari nei confronti del potere, un senso di opposizione silenziosa, che matura individualmente non dalle ideologie, anche se è importante la diffusione clandestina delle idee socialiste, ma dall’esperienza della realtà vissuta come ‘recuperanti’ di materiale bellico: la natura e le distruzioni e le ferite in essa provocate dalla guerra, dal potere, quindi, che si caratterizza come violenza sugli uomini e sulla materna natura: Rigoni Stern contrappone il susseguirsi delle stagioni, la felicità e la ricchezza vitale di essa alla distruzione sistematica operata da un potere privo di valori, vacuo, esteriore, megalomane, retorico, traffichino, irresponsabile. Sta qui soprattutto, a mio avviso, la forza di questo libro: la capacità di ricostruire nella mente del lettore desideroso di senso e di aderenza alla vita una zona resistenziale, irriducibile al cedimento sul piano della dignità umana, fortificata da valori come il sentimento della solidarietà, del rispetto della natura, dell’accettazione serena del limite umano (si veda la forte figura della nonna) contro ogni stolta superbia ed ogni folle antropocentrismo: è il messaggio della Ginestra leopardiana, trasferito sull’altipiano di Asiago e rafforzato e inverato nelle vicende di una comunità montanara, i cui valori di vita, fa capire l’autore, possono (devono) essere ancora oggi paradigmatici, se non si vuole andare verso un nuovo autoritarismo politico-istituzionale, la perdita definitiva del rapporto dell’uomo con la natura e la disumanizzazione. «IL FRIULI» (diretto da M. Tosoni), 1.03.1999 Мέγα βιβλίον, μέγα κακόν: questo aforisma di Callimaco («grande libro, grande danno») è sempre stato la stella polare della scrittura di Rigoni Stern è uno scrittore colto e raffinato, non un semplice «narratore di storie» come lui si definisce; autodefinizione, questa, della quale hanno approfittato molti critici, per limitarne, marginalizzandolo quasi, l’importanza nella letteratura italiana del secondo Novecento, dove viene per lo più ricordato di sfuggita nei sottogeneri: memorialistica, ricordi di guerra, realismo nostalgico. Cultura, solida weltanchaung, intima fusione di storico, fisico e metafisico che avevo avuto modo di sottolineare per quanto riguarda soprattutto Storia di Tönle e Le stagioni di Giacomo e che trovano puntuale conferma nel libro appena arrivato nelle librerie, L’ultima partita a carte(Einaudi 2002). Questo esile ma denso libretto (non in senso riduttivo, ma al modo in cui Catullo definiva il suo Liber poetico), è il frutto di una felice stagione psicologica; dopo gli ottant’anni Mario guarda il mondo panoramicamente dalla vetta di una montagna, terra che vuol farsi cielo, dal punto in cui s’incontrano finito ed infinito, tempo e durata, storia ed esistenza, ‘lettera’ e allegoria; dualità unificate nella figura del protagonista, un ragazzo, che «come un uccello mette le prime piume e vola lontano», seguito nel suo bildungsroman dai 17 ai 22 anni; ragazzo che è certamente l’alter ego autobiografico di Mario, ma soprattutto la leopardiana allegoria della giovinezza, sospesa contraddittoriamente tra il panismo e la felicità creativa della sfuggente infanzia e lo scontro con il ‘vero’ della vita e della storia; una maturità dolorosa e tragica, perché accelerata dall’incontro con la seconda guerra mondiale, «il più orribile conflitto che colpì l’umanità» e dalla fine del «piccolo uomo» in un lager. La lettura ‘ingenua’ deve, quindi, muoversi su almeno due livelli; mentre quella ‘scaltra’ deve percepirne anche un terzo, quasi metaletterario, col quale, sotterraneamente, Rigoni Stern rivendica a pieno titolo per sé la definizione di scrittore non solo di narratore. L’archetipo della struttura narrativa di questo libro va individuata nello Zibaldone di Leopardi; una raccolta di pensieri, in cui si alternano ed intrecciano momenti lirici, sinossi storiche, passaggi epici, crudezza documentaria. Background leopardiano non letterario ma per sintonia profonda nella concezione della vita, per cui l’autore potrebbe sottoscrivere appieno questa affermazione del grande recanatese: «Quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura dei nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna». Il tema del ‘viaggio conoscitivo’ rinvia a Dante, anche se rispetto alla Commedia – che il ragazzo «affardella» nello zaino – il percorso è rovesciato: non dal basso verso l’alto, ma dall’alto verso il basso, dalla luce della giovinezza alla tenebra della guerra. Del resto, per un novello Dante, un mondo dominato dall’ingiustizia, dall’assenza di valori etici e civili, da un male profondo che imputridisce cuori e coscienze non può non condurre l’innocenza dentro un «abisso orrido immenso»: «La morte ci porgeva i bicchieri con i quali brindavamo». Si comprende allora la sua affermazione, per cui «questo libro mi ha portato anche dispetto e dolore. E qualcosa di più, nel vedere come oggi vanno le cose sulla terra e come a troppi è diventato facile dimenticare il nostro non lontano passato. Anche tristezza ho provato, e la tristezza in vecchiaia non è cosa buona. Ma Le scelte lessicali di Mario – ricordo il suo tavolo di lavoro ingombro di dizionari – non sono mai casuali, ma precise, “proprie”: ‘ragazzo’ non è sinonimo di ‘giovane’: mentre quest’ultimo è una usurata astrazione sociologica, il primo rinvia ad un soggetto non trasparente, ma concreto come spessore fisico, psicologico, affettivo, sociale caratterizzato da (cito): corpo bianco di prima peluria, salute e forza, curiosità, indole libera e fantasiosa, innamoramento tutto d’anima, entusiasmo tristezza e solitudine, incerto e impacciato (alla stazione Centrale di Milano si presenta con «scarponi chiodati, calzettoni di lana grezza, abito di fustagno con braghe alla zuava e giubbotto corto in vita»), fuori dal mondo, inconsapevole, amicizia e cameratismo, amante delle salite in montagna (libertà), sportivo, intima armonia con la natura («Nell’assoluta solitudine, sotto un cielo profondo, mi sembrava che le stelle emettessero un suono. Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare e il mio pensiero si perdeva»), feste e balli sulla piazza del villaggio, bighellone, imbevuto di buone ma disordinate letture, ingenua freschezza («Io, per una ragazza così bella, che viveva in un’Italia così bella, pensavo che forse era pure bello dare la vita»): la scelta lessicale, in verità, propone un modello di gioventù antitetica a quella contemporanea, omologata svuotata sbandata, allevata e plasmata dal culto dell’apparenza e del consumo, ma priva di identità e affettività. Quella che, invece, possiede il «ragazzo», immerso quasi, come nell’ambiente naturale, nella famiglia (rattenuti ma struggenti i ritratti del padre e della madre) e in una comunità di sodali, che gli danno il senso dell’appartenenza a se stesso e a valori condivisi. La tragica progressiva maturazione del ragazzo, che vive inizialmente la guerra come un’avventura, alla maniera dei suoi eroi dei romanzi di Salgari, Verne e Conrad, e che poi scopre l’inganno in cui era caduto, è scandita con estrema sapienza, per cui egli trascorre dalla «giovanile ignoranza» ai primi dubbi («resa ottusa la ragione… Così ottusa era la nostra mente?») all’esperienza della morte dei compagni alla visione cruda e orrida delle impiccagioni e dei saccheggi profanatori d’intimità delle case al lager al Vangelo: «Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi aveva portato a questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini liberi non erano quelli che ci custodivano… Che noi lì rinchiusi eravamo uomini liberi». Dicevo dello stile da scrittore vero, che oltre che di Dante, dei poeti Trecenteschi, di Leopardi ha nutrito la mente e «IL NUOVO», 29.11.2002
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