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LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo

Boccaccio_La novella udinese di Madonna Dianora

07:42, 8 August 2010 .. Link

Giovanni Boccaccio

 

                                                La novella di Madonna Dianora (X, 5)

 

Prima parte

Mentre del Petrarca sappiamo solo della sua presenza a Udine nel 1368 al ricevimento in onore del’imperatore Carlo IV, che scendeva per la seconda volta in Italia, il Boccaccio ha ambientato in questa città una novella poco o per niente letta anche nelle nostre scuole e assolutamente sottovalutata dagli italianisti - a livello internazionale pare godere di maggior considerazione -, che nella rubrica è così sintetizzata: «Madonna Dianora domanda a messer Ansaldo un giardino di gennaio bello come di maggio. Messer Ansaldo con l’obligarsi ad uno nigromante glielo dà. Il marito le concede che ella faccia il piacere di messer Ansaldo, il quale, udita la liberalità del marito, l’assolve della promessa, e il nigromante, senza volere alcuna cosa del suo, assolve messer Ansaldo».  In una traduzione in inglese è resa così: «Dianora was the wife of Gilberto of Friuli, but was passionately beloved by Ansaldo. In order to get rid of his importunity, she told him she would never grant his suit and prove untrue till he made her garden at midwinter as full of flowers and odours as if it were midsummer. By the aid of a magician, Ansaldo accomplished this, and claimed his reward. Dianora went to meet him, and told him she had obeyed the command of her husband in so doing. Ansaldo, not to be outdone in courtesy, released her; and Gilberto became the firm friend of Ansaldo from that day to the end of his life».

Eppure la novella non solo è stata assai studiata e analizzata all’estero, ma ha fornito anche, indirettamente il soggetto per il film L’assedio di Bernardo Bertolucci, come afferma  l’autore dello stesso su la Repubblica del 26 gennaio 1999, lo scrittore James Lansdun: «L’ho scritto 15 anni fa, sebbene il germe di tale racconto risalga a diversi anni prima, quando avevo 17 anni. Ero andato in Nepal, dove mi ammalai gravemente e fui portato nel reparto per malati terminali (me lo comunicò; spensieratamente un infermiere) di un ospedale di Katmandu, con una diagnosi di sospetto colera. Una raccolta di novelle medievali apparve misteriosamente accanto al mio letto, e mentre la mia diagnosi accertata veniva continuamente ridimensionata, passando a tifo, malaria e poi a semplice gastroenterite, lessi il libro dall’inizio alla fine. Uno dei racconti in particolare, la novella di Dianora e Ansaldo di Boccaccio, ebbe un profondo effetto su di me. In questa novella una donna sposata è perseguitata da un uomo che si è precedentemente innamorato di lei. Nel tentativo di respingerlo senza ferire i suoi sentimenti, la donna promette di concedersi a lui ad una condizione: che egli crei per lei un giardino fiorito come in primavera nel bel mezzo dell’inverno. Lo spasimante scompare e la donna si congratula con se stessa per aver risolto la questione così facilmente. Non sa però, che l’uomo si è rivolto a un mago, che, in cambio di un esorbitante compenso, accetta di creare il giardino.  Nel mio stato febbricitante le geometrie del racconto avevano un effetto inebriante. Più tardi, quando iniziai a scrivere brevi racconti, mi trovai a cercare un modo per ridar vita a quell'intelaiatura senza ricorrere alla magia».

Sottolineando gli aspetti stilistici della scrittura dell’autore del Decameron il critico Alan Freedman scrive: «Come testimonianza della consapevolezza con cui il Boccaccio ha uniformato il suo materiale a un unico parametro narrativo si consideri il caso esemplare della novella di Madonna Dianora (X, 5), uno dei due temi del Decameron che l’autore aveva già utilizzato nel Filocolo. La ‘quaestio amoris’ del Filocolo si trasforma in una ‘novella’ nel Decameron attraverso un semplice processo di eliminazione: la domanda finale viene troncata nella versione decameroniana, e il centro di interesse del lavoro viene spostato dal paradosso intellettuale alla vicenda narrativa e ai suoi personaggi».

Anche Béatrice Laroche dell’Università di Parigi, come vedremo anche in seguito,  nel suo saggio L’amour dans les jardins du Décaméron  sottolinea l’importanza della novella per lo scarto del «giardino di gennaio bello come di maggio » di Dianora rispetto alle valenze che esso ha solitamente, così espresse: «Il existe cependant des lieux qui entrent dans une thématique spécifique et qui, en même temps, fonctionnent au sein du texte avec leurs propres règles et favorisent des rencontres fortuites, des événements occasionnels, des espaces où tout se passe comme si le hasard régnait en maître. Le jardin, parce qu’il échappe en partie aux règles des espaces domestiques ou à celles des espaces urbains, entre dans cette catégorie des lieux casuels où tout semble possible. Dans le Décaméron, le jardin est un endroit étrange et très particulier qui ne répond pas aux normes en vigueur dans la plupart des lieux dans lesquels évoluent les personnages des nouvelles et de la cornice. C’est un espace qui échappe en partie à la rigidité des codes sociaux et qui est le théâtre privilégé de rencontres improbables ou interdites: un lieu qui a toute les apparences du hasard et qui, avant tout, ouvre le champ des possibles et offre aux personnages, à l’instar d’Ève devant l’arbre défendu, l’occasion de défier les lois».

Contro la recisa affermazione di molti italianisti, per cui nessuna novella de I racconti di Canterbury di Chaucer sarebbe direttamente ispirata a qualche novella del Boccaccio, troviamo invece un’analisi comparata del critico M. Marcus in An Allegory of Two Gardens: The Tale of Madonna Dianora: «The source for the Franklin’s Tale is most likely a story told twice by Boccaccio, once in the Decameron and again in the Filocolo. In order to understand Chaucer’s version, it is useful to consider the differences between the Franklin’s Tale and Boccaccio’s story. In the Decameron, the story is set in one of the northernmost areas of Italy, in the city of Udine, at the edge of the mountains, close to the border with Slovenia. Lady Dianora, irritated by the continual supplications of Messer Ansaldo, decides to free herself of his unwanted attentions by posing him a task that she deems impossible for him to achieve: the creation of a garden as beautiful in January as in May. She reasons that if she should give him a brutal and unequivocal rejection, he might seek revenge by telling tales about her to her husband. Ansaldo, as in Chaucer’s tale, consults with a necromancer and creates the beautiful garden, which becomes the talk of Udine. Dianora, horrified at the news, is nevertheless too curious to resist the chance to see this amazing artifact, whereupon Ansaldo calls upon her to keep her promise. As in the Franklin’s Tale, Dianora reveals all to her husband, who orders her to keep her promise, out of fear for what Ansaldo may be able to accomplish with the aid of the necromancer but also because he pities the deception which his wife intended to work on Ansaldo’s unrequited love. As in the Franklin’s tale, the generosity of Gilberto prompts Ansaldo to relinquish Dianora from her promise which in turn inspires the necromancer to release Ansaldo from his bond».

Il narratore, Franklin, è un ricco proprietario terriero e nella novella, che fa parte del marriage group, in cui si invita al rispetto, alla fedeltà coniugale e alla reciproca comprensione, la protagonista come richiesta impossibile chiede di «far scomparire gli scogli della costa bretone». A parte alcune altre differenze (in Chaucer la donna ha paura che lo spasimante si vendichi, raccontando delle storie su di lei al marito; quest’ultimo disapprova la donna non tanto perché ha messo a rischio la sua virtù, quanto per l’inganno, con cui ha strumentalizzato l’amore di Aurelio/Ansaldo) i nomi delle protagoniste, Dianora e Dorigene hanno la stessa radica e la stessa valenza metaforica: «La ninfa Adiona, ad esempio, “dalle facce di Diana nomata”, ha un nome da cui innanzitutto traspare un accenno a quello di Dianora o Alianora di Niccolò Gianfiliazzi, una reale figura di donna conosciuta dall’autore. Ma l’accenno realistico subito si perde e già a partire da quel nome così significativo, Adiona, viene esplicitamente a prevalere l’intenzione allegorica che il Boccaccio intende attribuire alla ninfa. La figura della giovane svapora nel simbolo e così il nome si rivela conforme alle qualità possedute dal personaggio, vale a dire la temperanza e la pudicizia». Sinteticamente, la vicenda narrata da Chaucer è la seguente: «A lady of high family, who married Arviragus out of pity for his love and meekness. She was greatly beloved by Aurelius, to whom she had been long known. Aurelius, during the absence of Arviragus, tried to win the heart of the young wife; but Dorigen made answer that she would never listen to him till the rocks that beset the coast of Britain are removed “and there n’is no stone yseen”. Aurelius, by the aid of a young magician of Orleans, caused all the rocks to disappear, and claimed his reward. Dorigen was very sad, but her husband insisted that she should keep her word, and she went to meet Aurelius. When Aurelius saw how sad she was, and heard what Arviragus had counselled, he said he would rather die than injure so true a wife and noble a gentleman. So she returned to her husband happy and untainted».

Per concludere questa breve rassegna internazionale, che conferma l’importanza della novella ‘udinese’, riporto alcuni frammenti di traduzioni, in particolare due inglesi, così difformi tra loro: il che, oltre a far affiorare tutte le problematiche relative alla ‘traduzione’, mi convince sempre più del fatto che le opere italiane, anche all’estero, dovrebbero essere stampate nella lingua originale con traduzione o interlineare o a fronte; il che contribuirebbe anche a valorizzare ulteriormente la nostra lingua nazionale in Europa e nel mondo. Infatti, mentre una traduzione spagnola è letterale («Doña Dianora pide a micer Ansaldo un jardín de enero bello como en mayo. Micer Ansaldo, comprometiéndose con un nigromante, se lo da; el marido le concede que haga lo que guste micer Ansaldo el cual, oída la liberalidad del marido, la libra de la promesa y el nigromante, sin querer nada de lo suyo, libra de la suya a micer Ansaldo […] En Friuli, lugar, aunque frio, alegre con bellas montañas, muchos rios y claras aguas fuentes, hay una ciudad llamada Udine en la que viviò una hermosa y noble señora llamada doña Dianora»), le due traduzioni inglesi, e lascio al lettore giudicare, suonano così: a) «In Friuli, a country which, though its air is shrewd, is pleasantly diversified by fine mountains and not a few rivers and clear fountains, is a city called Udine, where dwelt of yore a fair and noble lady, Madonna Dianora by name, wife of a wealthy grandee named Giliberto, a very pleasant gentleman, and debonair»; b) «The Country of Fretulium, better know by the name of Forum Julij; although it be subject to much cold, yet it is pleasant, in regard of many goodly Mountains, Rivers, and clears running Springs, wherewith it is not meanly stored. Within those Territories, is a City called Udine, where sometime lived a faire and Noble Lady, named Madame Dianora, Wife to a rich and worthy Knight, called Signor Gilberto, a man of very great fame and merit ».

 

Seconda parte

La novella di Madonna Dianora si colloca nella decima giornata, durante la quale, sotto la regia di Panfilo, «Si ragiona di chi liberamente o vero magnificamente alcune cose operasse intorno a’ fatti d’onore o d’altra cosa»; esempi di liberalità e magnificenza, onestà e gentilezza, cortesia e magnanimità,  che culminano nella novella finale di Griselda, opposta da Vittore Branca alla prima di Ser Ciappelletto  o Cepperello, per cui individua nel Decameron una «struttura ascensionale», simile alla Commedia di Dante; interpretazione, questa, contrastata da molti critici, che individuano come nucleo forte della «commedia umana», in una dimensione orizzontale e laica, l’aspirazione di Boccaccio a una nuova aristocrazia, capace di accogliere e di equilibrare i valori cortesi della vecchia nobiltà e lo spirito di intraprendenza del nuovo individualismo borghese (paradigmatica, in tal senso, viene considerata la novella di Federigo degli Alberighi).

Se accettiamo, come nel mio caso, questa interpretazione, vedremo che la novella ambientata a Udine (probabilmente il Friuli, agli occhi di Boccaccio, appariva come un luogo feudale fuori dal tempo, dove convivevano la vecchia nobiltà di sangue e l’immigrato mercante toscano tutto teso al denaro: una condizione, sociale e umana, ‘negativa’ – i loro nomi condensano i rispettivi epiteti: Gilberto/illustre ma, anche, se ‘liberto’, arricchito; Ansaldo/potente)  rappresenta un verifica cruciale della sua aspirazione a questa utopica sintesi ideale. Tale novella, infatti, è molto complessa nell’apparente limpida geometria, pluristratificata, polisemica, interlocutoria e metafisicamente sospesa e incerta, rivelatrice quasi di un temuto scacco e disincanto ideologico dello scrittore, che aleggiano sulla narrazione fino alla positiva risoluzione finale.
La stessa Béatrice Laroche, già citata, avverte, pur senza arrivare alle mie conclusioni, nella metafora di questo giardino uno ‘scarto’ rispetto ai consueti topoi metaforici di esso, presenti nel Decameron, e scrive: «Par ailleurs, le jardin n’est parfois pas seulement le théâtre mais également l’objet de la transformation: Madonna Dianora, espérant se débarrasser d’un amant importun exige comme preuve d’amour ‘un giardino di gennaio bello come di maggio’.
Elle est si sûre de l’impossibilité de la tâche qu’elle promet en échange amour et plaisir, ce qui, bien entendu, sera une fatale erreur pour Dianora, mais une aubaine pour Ansaldo. Ce dernier fait alors appel à un nécromancien […] Le jardin, décrit comme «maraviglioso», devient lui-même une sorte d’allégorie de la métamorphose, avec ses orangers couverts de fleurs et de fruits et le contraste saisissant qu’il forme avec le paysage hivernal. En outre, comme dans la nouvelle citée précédemment, ce miracle entraîne chez les personnages des transformations. Il embarrasse considérablement la jeune femme qui n’imaginait pas un tel prodige possible et qui va devoir faire preuve d’humilité, une fois en confiant son désarroi à son mari, une autre fois en se rendant à contrecœur chez Ansaldo pour honorer son engagement. Dianora qui, dans cette aventure, a risqué son honneur et sa vertu, devient plus sage et moins présomptueuse. Emilia, la narratrice insiste d’ailleurs». Lo ‘scarto’ è accentuato dal fatto che, in realtà, la novella si conclude eccezionalmente all’inizio della successiva, a sottolineare l’inquieta perplessità che la percorre: «Chi potrebbe pienamente raccontare i vari ragionamenti tra le donne stati, qual maggior liberalità mosse o Gilberto o messer Ansaldo o il negromante, intorno ai fatti di madonna Dianora? Troppo sarebbe lungo. […] Ma poi che il re alquanto disputare ebbe conceduto, alla Fiammetta guardando, comandò che novellando traesse lor di quistionare» (X, 6).

In effetti, esaminando il sistema dei personaggi, vedremo che tali interrogativi sono più che motivati. Prima, però, è necessario evidenziare un altro elemento forte, che conferma la centralità della novella nel ritmo, qui sì ascendente, della decima giornata, ma anche dell’itinerarium mentis del Boccaccio. La struttura profonda del Decameron può essere individuata in una sorta di ‘policentrismo duale’: tutti i fili narrativi si annodano ai due estremi: Morte e Vita; la descrizione della peste e il locus amoenus della «lieta brigata» sono i due poli oppositivi, distanti o intrecciati, che delimitano lo spazio dove si svolgono le vicende narrate. La novella riprende e rinforza tale bipolarità: il «freddo» ( «essendo i freddi grandissimi e ogni cosa piena di neve e di ghiaccio»); l’inverno come metafora di inaridimento, di assenza di vita allude all’«orrido cominciamento», la descrizione della peste e il disordine morale ch’essa induce, paragonato ad una salita faticosa, ma alla fine liberatrice e appagante, di «una montagna aspra e erta », che in Frioli sintetizzano questa duplicità, divenendo «belle montagne»; e il «giardino», simbolo della vita piena. Dualismo che non solo rivela la consapevolezza dell’Autore dell’ambiguo volto della Natura, ma sostiene pure le altre opposizioni su cui si regge l’opera, soprattutto quella tra Esistenza e Storia, che a loro volta si sdoppiano. Quindi, la richiesta («Io voglio del mese di gennaio che viene, appresso di questa terra un giardino pieno di verdi erbe, di fiori e di fronzuti alberi, non altrimenti fatto che se di maggio fosse») non prelude ad una fuga verso il meraviglioso, ma esprime l’interiore umano desiderio di coprire di rose l’abisso; e il negromante, tramite personificato della realizzazione fantastica di questo desiderio, prodigio («cose nuove», extraordinarie) non è altro che l’alter ego della pulsione di Dianora che, appunto, desidera un giardino primaverile nell’aridità dell’inverno: «in un bellissimo prato vicino alla città… la mattina apparve… un de’ più be’ giardini che mai per alcuno fosse stato veduto, con erbe e con alberi e con frutti d’ogni maniera»: materializzazione di un tensione psichica.

Il caldo amore di Ansaldo incrina il ghiaccio della consuetudine conformistica familiare e innesca un processo di evoluzione psicologica, per cui la novella può essere letta anche come il bildungsroman di Madonna Dianora, che da questo punto di vista è una umana e fragile creatura terrena, quasi adolescenziale («vaga») nel suo incauto gioco del corteggiamento; ma che ha soprattutto una funzione di ‘donna angelicata’ (contrapposta alla mezzana, la «femina») per gli effetti che produce sui due uomini: soggetto paziente e soggetto agente, ad un tempo.
Solo per il primo ruolo si può accettare quanto scrive Giampaolo Borghello, che ha svolto, per quanto ne so, la più ampia analisi di questa novella (La neve e il fuoco in Studi in ricordo di Guido Barbina, II, Udine 2001.), che, fondandosi su un’autorevole affermazione del Barthouil (salvo poche eccezioni «toutes les femmes sont passives») a proposito della decima giornata afferma che essa «vede significativamente in primo piano gli uomini che agiscono, amano, soffrono, decidono e solo in secondo piano le donne, che spesso esercitano   un ruolo sostanzialmente passivo»; pur non negando che Dianora costituisca «l’innesco reale della vicenda». In realtà Dianora è la trama dell’ordito testuale: si tenga conto che in circa cento righe, quant’é, circa, lunga la novella, essa lessicalmente ‘occorre’ come nome, aggettivo, verbo, pronome personale anche enclitico, possessivo, relativo, particella pronominale per  più di settanta volte. In realtà, come sotterraneo soggetto agente, Dianora rappresenta la struttura profonda, che proietta in superficie le sue pulsioni e inquietudini, determinando nei due uomini, il marito Gilberto e l’innamorato messer Ansaldo, l’incrinatura della loro tipicità oppositiva ed un gioco di specchi, di rimandi, di scambi, che li fa deporre le maschere e li conduce, infine, ad una sintesi dinamica, che connota l’ideale boccaccesco come un dover essere, quasi un imperativo categorico, quello realizzato alla fine della giornata e del Decameron da Griselda: anche gli uomini divengono, dopo, soggetti agenti e pazienti.

Secondo Borghello essi sono caratterizzati oppositivamente e rigidamente da «una precisa parametrazione». In parte é vero: Gilberto è messo in scena come il tipico benestante, belloccio e bonaccione («gran ricco uomo assai piacevole e di buona aria»») in contrapposizione a messer Ansaldo («nobile e gran barone uomo d’alto affare», «e per arme e per cortesia conosciuto per tutto», «cavaliere»), qualificato da quasi tutti gli avverbi ‘alti’ («sommamente, ferventemente, onorevolmente»). Quasi tutti: infatti, il suo «onestamente» viene dopo l’«ordinatamente» di Dianora, che eleva il marito, facendone emergere il senso del dovere e dell’onore («la paura del nigromante», dell’oscuro inquietante vitalismo femminino imprime, nella sua staticità, una positiva evoluzione psicologica - «si turbò forte», «con miglior consiglio, cacciata l’ira» -, che culmina in una massima aulica che, altrimenti, sarebbe incomprensibile sulla bocca di un borghese appagato: «Le parole per gli orecchi dal cuore ricevute hanno maggior forza che molti non stimano, e ogni cosa diviene agli amanti possibile»); ma evidenzia, anche e soprattutto in negativo, il «disordinato appetito» e il «disordinato amore» di Ansaldo, che solo dopo la liberalità del marito indotta dalla «pura intenzion», «purità dell’animo» di Dianora, la riceverà «onestamente» appunto, («il suo fervore in compassione cominciò a cambiare»), trasformando il «concupiscibile amore» («concupiscibile disidero» e «concupiscibile appetito» si trovano, significativamente nelle novelle di Tancredi e Ghismunda e ‘Delle papere’)   in «onesta carità»; infine, i due uomini si dissolveranno e si fonderanno in un unico uomo nella sintesi «onore/amore», che fonde  la virtù sociale dell’onestà con quella individuale della gentilezza. Dianora, divenuta savia e serbata l’onestà, allora scompare, alla fine di un delicato travaglio psicologico e conoscitivo («bella e nobile donna», «valore», «s’incominciò a pentere», «vaga di vedere cose nuove», «dolente», «per vergogna», «piangeva», «vergognosa», «più lieta che mai») come scompare la proiezione del suo desiderio, il negromante liberale, che col suo giardino ha fatto sbocciare, come i fiori, la liberalità dei due uomini, ora sì protagonisti. Soprattutto il duetto di Dianora con Ansaldo si configura come una variatio stilnovistica sull’amore, cui il cuore gentile non può resistere, come dimostra, ad esempio, la corrispondenza: «essere amata sommamente» da lui/«essere amato da lei».

Come conclusione ciclica, ritorno al dualismo iniziale, Morte/Vita, con alcune brevi annotazioni sulla scrittura del Boccaccio, che, a mio modesto parere, ha il suo movente nell’horror vacui sul piano esistenziale e nella paura della mutevolezza, molteplicità della vita che sfugge da tutte le parti sul piano storico. Nella Conclusione egli afferma: «Confesso nondimeno le cose di questo mondo non avere stabilità alcuna, ma sempre essere in mutamento, e così potrebbe della mia lingua essere intervenuto», consapevole di quello che Vittore Branca definisce il suo «espressivismo linguistico». Però per Boccaccio la letteratura è qualcosa di più: ‘giardino’, natura artificiale, ordinata dall’uomo; letteratura come tentativo d’imbrigliare e arrestare il tempo, di sottrarsi ad esso, di ordinare il disordine, il caso, la Fortuna. Lessicalmente questo tentativo si rivela nella concatenazione verbale con l’iterazione delle stesse parole (che non è dovuta, quindi, solo alla mimesi del parlato); sintatticamente dall’insistito e particolare uso (soggetto della principale) del pronome relativo (più di trenta occorrenze), che più che subordinare, espande e concatena, appunto, creando come una gabbia entro la quale la durata tenta di domare il divenire.

 

ermes dorigo



 




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