TUOBLOG.IT

LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo

Carlo Sgorlon_La ragnatela del solipsismo

08:05, 8 August 2010 .. Link

 

 

 

 

LA RAGNATELA DEL SOLIPSISMO

Una lettura della narrativa di Carlo Sgor­lon

 

 

Undici romanzi[1] in diciassette anni (1968‑1985), due premi Campiello (1973 e 1983), un premio Strega (1985), un seguito costante e crescente di lettori, un’attenzione pronta della critica dei periodici;[2] infine, due opere monografiche[3] sull’intera produzione narrativa un autore, come si suole dire, di successo. Donde le radici di esso? Probabilmente, come si tenterà di dimostrare in questo scritto, da una perfetta equazione tra retorica ed ideologia so­ciale e da una altrettanto perfetta  «omologia di strutture men­tali» [4] tra autore e lettore, da identificarsi in un pubblico piccolo borghese,[5] che ritrova nelle sue opere l’apoteosi e la celebrazione della medietà.

Le due monografie di Maier e della Nissim non si pongono il problema delle radici di tale successo, ma si limitano a registrarlo, dando credito alle intenzionali e profuse dichiarazioni di poetica di Sgorlon, dimenticando, per lo più, che la coscienza rappresenta  «soltanto un aspetto parziale del comportamento umano»  e che nel caso dello scrittore «spesso accade che la sua aspirazione a una unità estetica gli faccia comporre un’opera la cui struttura globale... costituisce una visione diversa e spesso opposta al suo pensiero, alle sue convinzioni e alle intenzioni che lo animavano nel momento in cui aveva atteso alla sua stesura»[6] per non dire che Sgorlon è un abile public‑relations man, almeno nella promozione della sua immagine di scrittore.

Maier, in particolare, sottolinea la sua eccezionale capacità fa­bulatoria, la sua estraneità a quelle che vengono definite  mode culturali , il suo isolamento, la sua unicità: «libero scrittore ... non è inquadrabile in indirizzi, correnti, movimenti letterari e cul­turali ... Il nostro è e rimane uno scrittore personale, indipendente, anomalo»  (p. 39). Il critico triestino, in verità, che con questo scritto suscita non poche perplessità in chi lo conosce come acuto e puntuale esegeta di Svevo, allude ad una continuità con la tra­dizione letteraria italiana classicistica (le donne  «ariostesche» ,[7] le illusioni e il mito  «foscoliani» ): il successo parrebbe quindi derivare dalla restaurazione di un sano e robusto tradizionalismo (meglio se un po’ sapido di Ottocento anche nell’aura creatrice che avvolge lo scrittore), che fa sì che, nel clima generale di ritorno all’ordine in cui viviamo, la sua si configuri, «probabilmente come la narrativa giusta al momento giusto»  (p. 115). Quale narrativa?

La definizione di Maier è essenzialmente in negativo: «Non certo il romanzo di consumo... né il romanzo volto ad enunciare tesi o messaggi variamente politici... né il romanzo di pura in­venzione, facile a scivolare sul piano inclinato del divertissement ... nemmeno il romanzo interamente fondato sul linguaggio e sullo stile» (p. 115). Quale narrativa, allora?

Sgorlon a questo proposito è più esplicito del suo interprete e nel romanzo Gli dei torneranno,[8] vera e propria enunciazione di poetica, scrive:  «Aveva letto in un libro (lo stesso in cui si diceva che non v’erano più né personaggi né eroi) che la parola era ormai consumata e logora, troppo sfruttata dall’uso, e che non poteva più essere adoperata come un tempo. Oggi chi l’avesse fatto (sem­brava di capire tra le righe) avrebbe suscitato una smorfia d’ilarità all’angolo della bocca degli intenditori, o l’infastidito sbadiglio della noia. Adesso la parola andava sofisticata, manipolata, slogata e contorta, per poter essere resa appetibile ai palati, ormai deside­rosi dello strano e dell’inusitato. Andava elaborata con ricette arti­ficiali, drogata con spezie esotiche fino a cambiarne l’antico carat­tere e a renderla incomprensi­bile»  (p. 283). La sua scelta è precisa e senza margini di dubbio non solo nei riguardi della letteratura italiana post‑neoavanguardia, ma anche nei confronti dell’intera cultura europea contemporanea:  «(dell’Europa) conosceva l’inti­ma vecchiezza, le nausee senili e il gusto sofisticato che si facevano strada nelle epoche di decadenza. I fumi velenosi, i miasmi di fo­gna della vecchia Europa e delle sue metropoli non l’avevano nep­pure sfiorato». A questa decadenza e corruzione contrappone il modello della narrativa latino‑americana nella quale, come al pro­tagonista Simone rientrato dal Perù dopo anni di lontananza dal Friuli,  «la parola era sempre venuta giù liscia come un olio che fluisca senza rumore dal collo di una bottiglia. Sempre pastosa e sostanziosa, si collocava senza il minimo sforzo al posto giusto»  (p. 53). L’ampiezza delle citazioni da questo romanzo è giustificata dal fatto che esso, a mio giudizio, rappresenta il punto più alto della coscienza del ruolo che lo scrittore, per tramite del prota­gonista, assegna a se stesso, soprattutto nella direzione del raggiun­gimento di un equilibrio, nei suoi modi e nella sua ideologia, e di una mediazione­/conciliazione della contraddizione, centrale nella sua opera, tra soggetto individuale e soggetto collettivo:  «al mon­do esistevano uomini che parlavano al posto di altri, i quali non sapevano farlo. Che si assumevano il ruolo di portavoce, che formavano parole per gli altri, nei quali la ressa dei sentimenti faceva velo al pensiero e non sapevano esprimersi» . Lo scrittore quindi non deve «attingere da sé, ma dalla memoria collettiva dove tutto è raccolto, in modo oscuro e informe, fino quasi a perdere la propria consapevolezza»  (p. 282). Affermazione questa fondamentale a farci intendere come la narrativa di Sgorlon riman­ga ambiguamente involuta sul nodo non risolto del rapporto co­scienza/inconscio, che determina, nei protagonisti, una difficoltà di  «individuazione»  ed uno scivolamento progressivo e regressivo nell’inconscio collettivo, come scorciatoia per superare la lacerazione nevrotica, che costituisce il centro motore della sua scrittura narrativa.

Il libro della Nissim, nato nell’ambito dell’attività del Labora­torio Internazionale della Comunicazione (attivato, congiuntamen­te, dall’Università di Udine e dalla Cattolica di Milano), sostan­zialmente dipende dal primo, in quanto si propone soprattutto il fine ermeneutico di esplicitare il ricettario tematico e la cuisine del­l’Autore, utilizzando lo schema attanziale di Greimas: col che si ottiene una percezione più analitica del livello di superficie del­l’opera sgorloniana, ma sfuggono ancora i nuclei genetici del suo narrare e le ragioni del successo.

In verità, tra i due saggi sembrerebbe esserci una leggera di­varicazio­ne: mentre Maier stabilisce una netta cesura tra i due primi romanzi (La poltrona e La notte del ragno mannaro), domi­nati da un espressionismo violento e deformante («un momento transitorio, una sperimentazione momentanea, una remora, un re­litto negativo»  p. 26), e i successivi che, con un diagramma ascen­dente, culminano nella Conchiglia di Anataj,  «il suo capolavoro»  (p. 102), la Nissim accenna a delle punte negative in tale diagram­ma, con alcuni sporadici ritorni e ricadute nella  «cupa tentazione del solipsismo»  (p. 32) in Regina di Saba, con un  «ripiegamento verso forme di accentuato pessimismo»  (p. 40) in La contrada e L’armata dei fiumi perduti, ma accetta comunque in toto l’assunto di Maier, per cui La luna color ametista rappresenta il  «punto nodale della narrativa di Sgorlon. Esso si pone infatti come mo­mento di passaggio dal cupo solipsismo... alla narrazione mitico­fantastica, corale, aperta alla speranza dei romanzi successivi» (p. 25).

In realtà, come proverò a dimostrare, il solipsismo è l’unica forma della soggettività, sotto maschere e sembianze diverse, nel­la narrativa di Sgorlon. Comunque, proprio l’autore, abile confe­zionatore e propagandista di una ben definita immagine di sé, ha contribuito a suggerire tale linea di svolgimento della sua opera, pubblicando nel 1973, non solo dunque per motivi editoriali e commerciali, dopo La poltrona e La notte del ragno mannaro, per rinforzare l’impressione suscitata dalla Luna color ametista, Il ven­to nel vigneto, romanzo d’impianto naturalistico scritto nel 1960, che aveva già avuto (1970) una sua  traduzione  in friulano col titolo Prime di sere.

Per sintetizzare un po’ il mio punto di vista, quale è emerso in queste considerazio­ni iniziali, si può dire che è lecito inferire una particolare attenzione al mercato da parte di Sgorlon; anzi, ad un duplice mercato, nazionale e regionale, relativamente interdi­pendenti; e che si può attribuire il suo successo alla capacità di solleticare costantemente l’immagina­rio di un pubblico piccolo borghese di provenienza rurale, inurbato, antropologicamen­te non più contadino e non ancora cittadino, quindi non ancora integrato nella città ( contrada , antindustrialismo), e che non ha comple­tamente cancellato il repertorio delle immagini folcloriche dei luoghi di provenienza, destoricizzato e trasformato in favola atem­porale.[9]

A questo punto, a proposito del Friuli, definito da Maier «rappresen­tazione ... del tutto interiorizzata, magica, fantastica, fiabesca e poetica»  (p. 10) o  «metafora e simbolo della vita in generale»  (p. 39), è necessario puntualizzare che esso è continua­mente fuggito ed eluso, non‑amato nella sua realtà e contraddit­torietà dallo scrittore, che riesce a ‘recuperarlo‘ solo nel suo massimo slontanamento (Valeriano, il protagonista della Conchiglia di Anataj, rimane in Siberia a ricordare il Friuli) e solo nella di­rezione estremamente ideologizzata del patrimonio folclorico‑po­polaresco, dando forma narrativa al mondo e agli schemi entro i quali i ceti egemoni hanno confezionato la visione  del mondo delle classi subalterne.

Considerato da questo punto di vista, il mondo contadino mitizzato nei suoi romanzi si può leggere (con parola cara a Sgor­lon) come un  «archetipo»  di vita, fuori del tempo e della realtà, per una omologazione culturale di massa attorno allo stereotipo piccolo borghese, esemplato sul nozionismo scolastico, come dirò, e l’arcadia folclorica, sostenuto da una ideologia, per cui l’inelut­tabilità del Destino altro non è che la metafora del conservatorismo sociale. Tale affermazione può essere puntualmente documentata attraverso la rassegna e la verifica dei topoi di tale narrativa (casa, famiglia, lavoro, rifiuto della storia e della società, irrazionalismo).

Ma torniamo all’assunto: i temi evidenziati dal tandem Maier-­Nissim costituiscono, in effetti, l’aspetto più appariscente ed epidermico della poetica sgorloniana, le note  «rose a coprire l’abisso» , solo che, in questo caso, i fiori sono un po’ appassiti o artificiali.

Il livello profondo è costituito proprio dalla nevrosi, dalla dissoluzio­ne dell’identità e dalla ricostituzione solipsistica della stessa, mascherata e mistificata dietro favole e  «favolosi amminicoli»  di montiana memoria (ma il riferimento ad un dannunzianesimo di risulta sarà più pertinente).

Il punto di equilibrio (meglio sarebbe dire di  stallo ) nel­l’universo binario e dualistico della narrativa di Sgorlon (spesso l’oppositività è monca, in quanto la contraddi­zione il più delle volte viene superata con l’abolizione di uno dei due poli della contraddi­zione stessa), realtà/fantasia, storia/mito, mondo contadino­/mondo industriale, risiede nella lingua o, più precisamente, come vedremo, in una figura retorica.

Il movente alla scrittura è dato dalla volontà di rimuovere e presentare come inesistente la scissione, la frattura; di eliminar­e la contraddittorietà dall’immaginario del lettore, di ridefinire quindi una identità psicologica e sociale per sé e per il gruppo sociale che egli rappresenta e di cui è, come scrive, lo  «sciama­no»; tutta la narrativa di Sgorlon si può intendere appunto (lo stesso Maier riconosce, più volte, che ogni protagoni­sta si pone come  «virtuale proiezione autobiografica»  - p. 54 - dello scrit­tore) come una iterata autobiografia d’intellettuale alla ricerca della sua funzione e del suo ruolo. La restaurazione, a questo proposito, del continu­um, dopo la rottura della tradizione letteraria e la crisi del centralismo politico‑culturale, avviene soprattutto a due livelli:  ricostruzione di una immagine tradizionalistica dello scrittore (l’aura del creatore solitario) e pratica di una scrittura tutta at­tenta, nella costruzione dell’immaginario, alla tipologia culturale dei lettori, bisognosi di certezze e di assoluti: con la proiezione dello specifico regionalistico in un universalismo atemporale, che valga come esorcismo della realtà (e la sua, in effetti, è, per parafrasare una frase del Duncan,  «l’esplorazione cosciente, attraverso l’immaginario, della impossibilità di azione dell’uomo nella società» ), propone un paradigma universale di esistenza e di com­portamento (a)sociale. Non solo, ma prospetta addirittura un mo­dello gnoseologico, caratterizzato dalla derealizza­zione e dalla riduzione del mondo alla sua rappresentazione: le parole‑chiave ricorrenti sono:  «pare» ,  «sembra», « appare»,  «avvertiva»; la forma verbale impersonale è dominante. Questa oscillazione tra realtà e immagina­zione determina sul piano strutturale e della costruzio­ne dei personaggi un tutto tondo screpolato e allucinato immerso in una assenza cronologica, che però dà la sensazione di un qual­cosa di temporalmente e spazialmente definito e ordinato, pur nella totale assenza di qualsiasi principio ordinatore razionale: una antica attualità e una attuale antichità.

Ho accennato in precedenza a diversi  «livelli»  narrativi: le osservazioni e considerazioni che seguono sono finalizzate ad un loro approfondimento, fondato sulle invarianti che caratterizzano i protagonisti dei romanzi di Sgorlon, quindi su quei tratti del carattere e del comporta­mento individuale e  sociale, che non mutano col mutare delle tematiche e delle vicende.

Tratto dominante dei protagonisti (sia nella narrazione in pri­ma che in terza persona) è il solipsismo; per esso il mondo viene ridotto a sua rappresentazione soggettiva e gli altri personaggi dei romanzi a proiezioni sublimate dei desideri, delle pulsioni, delle fobie, dei complessi del soggetto protagonista, narcisistico ed egocentrico (con questo, è chiaro che chi scrive nega ai romanzi di Sgorlon qualsiasi carattere di  «coralità»  ed  «epicità» ).

Tra il livello profondo del soggetto e il livello di superficie (scrittura e modelli culturali) si colloca un livello intermedio (cul­tura friulana) con tale rilevanza e predominan­za da sfocare in secondo piano gli altri due, fin quasi a farli considerare marginali o non rilevanti, mentre su essi invece deve essere più attentamente por­tata l’attenzione critica; su quella  «friulanità metafisica, metaspazia­le, metatemporale»  (Maier, p 53)[10] che tende a mascherare e a negare la perdita di identità del soggetto intellettuale, ma non solo, che costituisce, come già detto, il vero nucleo generativo di tutti i romanzi di Sgorlon. L’effetto  «alone»  del mito‑Friuli ri­schia di offuscare e di far perdere di vista sia la sostanziale con­sonanza di Sgorlon (che, quindi, non è affatto  «isolato»  e  «libero scrittore» ) con quella corrente di pensiero postmoderno, che esal­ta la  «derealizzazione»  e predica la fine delle ideologie (ma le pratica!) e della contraddizione soggetto/oggetto e tra soggetti sociali, sia gli esiti letterari delle sue opere. E queste, se è vero che non hanno, come scrive Maier, una cosciente ed esplicita «implicazio­ne estetizzante o estetistica di tipo dannunziano»  (ma D’Annunzio aveva ben altre capacità di Sgorlon! ), è pur vero che appartengono a questa cultura decadentistica, irrazionalistica ed egotistica, nella sua variante epigona del superuomo di massa (il modo d’essere dei protagonisti sgorloniani); sopravvivenza, per un verso, storica­mente e spazialmente dislocata, ma di estrema attualità e funzio­nalità, sintonizzata com’è sulla lunghezza d’onda di certe teoriz­zazioni della nuova destra e di coloro che si affannano a celebrare i funerali della ragione, esaltando la crisi della stessa, anziché in­dagare le ragioni della Crisi.

Ma esaminiamo in dettaglio, seppur sinteticamente, i tre livelli.

Livello profondo: il ricorso, quando non sia abuso, alla psica­nalisi è senz’altro d’aiuto, quando essa ci aiuta a decifrare alcuni aspetti della personalità dei protagonisti, che abbiano delle conse­guenze sul loro comportamento sociale e sulla loro Weltanschau­ung. Tale ricorso s’impone in questo caso, perché troppo insisten­te è il riferimento di Sgorlon a Jung,[11] per non essere tentati di seguirlo su questo terreno; cum grano salis, ovviamente.

Il protagonista sgorloniano si presenta sostanzialmente come un soggetto bloccato, privo di autenticità, affettività, socialità; un soggetto ansioso, privo di identità individuale (simbolo, quasi, di una generazione senza padri, soggiogata dalla figura ipertrofica della madre),[12] nonché del senso di appartenenza ad una identità collettiva, qual’era quella di cui pare godesse questo soggetto nella società contadina, che sostanzialmente portava all’anonimia indi­viduale; mentre il processo di formazione della identità imposto dall’industrializzazione deve necessariamente confrontarsi con la categoria dell’individuali­smo[13] e con la necessità della  «individua­zione» , nel senso che costringe a superare l’indifferenziato.

La nevrosi e la psicosi che dominano i primi due romanzi si generano proprio da questi conflitti, esistenziali e sociali ad un tempo. Tale soggetto frantumato, rifiutando la trasformazione, ten­ta di ricostruire regressivamente (nel passato) la personalità e di ridarle quella unità che aveva prima della frattura; per fare ciò rimuove sia le pulsioni che la storia e utilizza slontanamento e mitizzazione come forma di superamento della contraddizio­ne attraverso una tentata conciliazione, per lo più esornativa, prera­zionale e simbolica degli opposti.

Livello intermedio: come già detto, qui si insedia e si dilata la retorica della friulanitas, di un Friuli totalmente rimosso nella sua realtà ed ‘amato‘ solo in quanto negato e rivissuto nostalgica­mente attraverso stereotipi folclorici e paternalistici e attraverso una mitizzazione nella quale la storia - e in certi romanzi si hanno dei veri e propri sunti di storia locale - è dissolta in storie, leggende, favole, con l’effetto, opposto a quello che pare proporsi lo scrittore, di annullare la memoria collettiva di un popolo, privandolo delle coordinate spaziali e temporali.

A proposito di  «archetipo»  mitico è opportuno fare una bre­ve precisazione: l’archetipo nella teoria junghiana rimanda all’immaginario collettivo inconscio e si esprime in simboli e miti; il riferimento prevalente di Sgorlon è invece all’immaginario col­lettivo conscio, cioè al sistema di valori, norme, credenze, tradi­zioni elaborate da una certa civiltà in un certo momento della sua storia e introiettate dai singoli, che, decontestualizzate e desto­ricizzate, assumono l’aspetto di una smisurata esposizione museale, inerte ed un po’ mortuaria.

Livello di superficie: la consonanza di Sgorlon con una cultura simbolistico‑deca­dente epigona si manifesta soprattutto nell’accen­tuazione di un egotismo mai disgiunto da un esotismo manierato (nel quale non è difficile riconoscere le abitudini dei lettori ai voli‑charter e ai depliant delle agenzie di viaggio). La scrittura si dipana in una lingua che scivola sopra le cose  come i pattini sul ghiaccio, disegnando arabeschi e ghirigori  (La contrada), lin­gua intessuta talora di termini e costrutti sintattici ‘alti’. E questa scelta linguistica, come scrive Sanguineti a proposito di Pascoli (autore cui spesso Sgorlon fa riferimento),[14] è essa stessa significativa:  «Il principio di conciliazione, nella lotta di classe, si concreta stilisticamente nell’abolizione di ogni contrasto tra le classi delle parole: sublime d’en haut e sublime d’en bas operano riconciliati, in uno stile medio‑sublime che naturalmente approda all’encomio medio‑borghese».[15] (Su un aspetto particolare dello stile - la similitudine - mi soffermerò ampiamente in seguito).

Definite, seppure sommariamente, le costanti, seguiamo ora la progressiva evoluzione del ruolo intellettuale nei romanzi. Se con­sideriamo la produzione di uno scrittore come un corpus unitario, seppur dinamico, per tracciare il diagramma della linea evolutiva si possono scegliere diversi indici di valutazione e di riferimento. Da quanto detto finora, va da sé che chi scrive respinge vuoi quello che dal solipsismo porterebbe alla coralità, quanto tutti i protagonisti sono solipsistici (sia che si proiettino negli altri sia che accentrino su di sé gli altri: l’eccesso di dedizione - come la Marta, protagonista dell’Armata dei fiumi perduti - in fin dei conti altro non è che una forma  ‘nobile’  di egocentrismo), vuoi quello della progressiva mitizzazione della realtà friulana, in quanto non basta abolire le coordinate temporali e spaziali per giungere, se esiste, all’archetipo e non bastano forzosi ed estrin­seci simbolismi per costruire miti. Mancando anche la possibilità di seguire il percorso di un eventuale progresso di conoscenza, in quanto tutto, nell’universo sgorloniano, è predeterminato e retto da leggi che l’uomo non può modificare, ma solo accettare, non resta che quella di verificare come si realizzi o fallisca l’ipotesi di ruolo intellettuale che lo scrittore delinea nei suoi romanzi.

Non tenendo conto, a questo scopo, di Il vento nel vigneto (per i motivi già detti) e considerando gli altri dieci romanzi, osserviamo che, in effetti, solo tre si concludono  ottimisticamen­te  (Il trono di legno, Gli dei torneranno, La conchiglia di ­Anataj), sei in maniera tragica o con uno scacco o con un senso di totale impotenza verso la storia (La poltrona, La notte del ragno manna­ro, Regina di Saba, La carrozza di rame, La contrada, L’armata dei fiumi perduti), mentre uno, La luna color ametista, non affron­ta il problema del ruolo bensì quello della funzione, in assoluto, dell’arte contrapposta alla vita e alla storia. I tre romanzi ‘po­sitivi’ accentuano, con moto ascensionale, il legame progressivo dello scrittore non con la realtà friulana ma con la immaginazione di essa, cioè con quel repertorio folclorico e fortemente ideologizzato che gli permette di esorcizzare la realtà: la conciliazione degli opposti, appunto, è ottenuta con l’eliminazione di uno dei due poli della contraddizione.

Per quanto riguarda i romanzi ‘ pessimistici ‘, i fallimenti sono ad un tempo esistenziali e sociali: tre (La poltrona, La notte del ragno mannaro, La contrada: gli ultimi due sono  uniti  dalla presenza del  ragno , a conferma che la ragnatela del solipsismo non era un fatto momentaneo, ma sostanziale) hanno in comune il fatto di essere di ambiente cittadino; quello però che più im­porta sottolineare è che La contrada, attraverso il protagoni­sta Matteo e gli altri, segna il punto di maggior coscienza che l’autore ha delle caratteristiche del suo pubblico reale (gli abitanti della contrada simboleggiano appunto quella piccola borghesia che vive alla periferia della società e della storia): la fine tragica di Matteo, attribuita alla vita e al destino, indica in realtà la brusca fine dell’illusione di essere uno scrittore  «universale» , che possa par­lare agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. La contrada rap­presenta il punto di svolta nella narrativa di Sgorlon: conclude[16] il processo di scoperta del proprio ruolo aperto da Gli dei torne­ranno e di assunzione di una identità esterna a quella collettiva e il processo positivo di  individuazione, e apre la via alla ri­cerca di un  universale, attingibile solamente con la rinuncia a se stesso e con l’annegamento della identità personale in quella collettiva: Valeriano della Conchiglia di Anataj non è più narra­tore esterno, ma il medium di una coscienza collettiva.

La dissoluzione regressiva e definitiva del soggetto individuale nel collettivo (popolo cosacco e popolo friulano) si ha nell’Armata dei fiumi perduti: tutto, in questa storia, finisce in tragedia, so­prattutto perché l’annullamento di se stessi non dà pace e identità pacificata, ma solo morte, senza neppure le allucinazioni dei primi due romanzi.

In precedenza avevo fatto cenno alla  restaurazione della tradizione letteraria: qual è lo strumento principe della sua con­servazione? La scuola, ovviamente (Sgorlon nasce come narratore dalla professione d’insegnante medio, di cui conserva certo dida­scalismo). Egli della scuola recupera soprattutto certo nozionismo, attinge dai topoi di una tradizione letteraria destoricizzata (sapere valido per tutti i tempi e tutti i luoghi), dal deposito quindi, insie­me al patrimonio folclorico, dell’immaginario di un lettore che si può facilmente identificare nell’inculturato della scolarizzazione di massa, intesa soprattutto come mezzo per la diffusione di una egemonia culturale piccolo‑borghese. E proprio la similitudine ‘scolastica‘ ha una funzione centrale nella costruzione dell’uni­verso ideologico sgorloniano. Esso infatti è figura retorica  ‘arche­tipica’.

In una lingua abbastanza scialba, descrittiva ed esornativa, emerge la ricorsività quasi maniacale della similitudine. A questo proposito Maier scrive che  «i paragoni sono attinti con deliberata coerenza... dal mondo contadino» (p. 88). Da una tabulazione, non elettronica ma ugualmente significativa, risulta che di gran lunga più importanti, come momento unificante dei tanti rivoli di cui è costituita l’ideologia dei romanzi di Sgorlon, sono le  simi­litudini scolastiche  (esse appunto sono il principale elemento di identità tra scrittore e pubblico); attorno ad esse si dispongono e si raccolgono a grappolo quelle tratte dalla storia friulana, dai mass media, dalla retorica folclorica e celebrativa, dalle favole, dal buon senso comune, dal mondo della natura: tante piccole e frammentarie ideologie unificate da una ur‑ideologia.[17]

Si arriva talora all’iperbole della similitudine, come si può esemplifi­care con Regina di Saba: aveva trovato  «in una sola tutte le donne. Isabella era stata acerba e fresca come Nausicaa, impu­dica e piena di fascino come Circe, misteriosa come Calypso, serena e domestica come Penelope. Isabella (come) l’agane friulana, la veneziana, la triestina, l’ebrea, l’albina, era la donna eterna».

Questo esempio, nella sua evidenza, rivela che il come sgorlo­niano è ben più che un semplice connettivo relazionale, mediatore tra due realtà, in quanto diventa il soggetto, il vero centro assiale della ideologia dei suoi romanzi, l’apoteosi della medietà, in fuga sia dall’esistenza che dalla storia, le cui rappresentazioni ideologiche ed epidermiche si rivelano dei puri specchi, sulle cui superfici riflette narcisisticamente se stesso un soggetto (narratore/ lettore) inaderente a se stesso e alla realtà, di cui evita l’esplora­zione in profondità, trincerandosi nella banale saggezza di mezze verità.

Sgorlon, in conclusione, per parafrasare una nota definizione, è un abile «artigiano dell’immaginario»  che, data la situazione attuale di molto artigianato, si è ritagliato un suo spazio nell’in­dotto dell’industria editoriale. E il successo? Probabilmente ha scoperto la via per una letteratura... nazional‑scolastico‑regionale.

 

«Problemi», n.78, gennaio-aprile 1987 (diretta da G. Petronio)

 

 



[1] Non si tiene qui conto dei due romanzi in friulano (Prime di sere, Udine, S.F.F., 1970 e Il dolfin, Udine, Le Panarie, 1982), di Il paria dell'universo, Roma Gremese, 1979, che comprende due romanzi brevi per ragazzi, e di Il quarto re mago, Piacenza, Studio Tesi, 1986. Oltre alle solite indicazioni bibliografiche, tra parentesi si indicano i nomi dei protagonisti. Ampi e analitici riassunti delle vicende e delle tematiche dei romanzi si trovano nei libri citati in nota 3. La poltrona, Milano, Mondadori, 1968 (Giacomo), La notte del ragno mannaro, Udine, La Nuova Base, 1970 (Walter); La luna color ametista, Milano, Rebellato, 1972 (poi, Milano, Mon­dadori, 1978) (Rabàl); Il vento nel vigneto, Roma, Gremese, 1973 (Eliseo); Il trono di legno, Milano, Mondadori, 1973 (Giuliano)‑ Regina di Saba, Milano Mondadori, 1975 (Silvano); Gli dei torneranno, Milano, Mondadori, 1977 (Si­mone); La carrozza di rame, Milano, Mondadori 1979 (Emilio)‑ La contrada Milano, Mondadori, 1981 (Matteo), La conchiglia di Anataj, Milano, Mondadori, 1983 (Valeriano); L'armata dei fiumi perduti, Milano, Mondadori, 1985 (Marta).

 [2] Solo su L'armata dei fiumi perduti si segnalano 32 interventi critici su quotidiani, nazionali e locali, e su settimanali.

 [3] B. MAIER, Sgorlon, La Nuova Italia, 1985; L. NISSIM, Sgorlon teste in­solente, Edizioni del Gamajum, 1985.

 [4] L. Goldmann, Per una sociologia del romanzo, Milano, Bompiani, 1973: «Le strutture mentali o, per impiegare un termine più astratto, le strutture cate­goriali significative non sono fenomeni individuali, bensì sociali. (Sono) cate­gorie che organizzano ad un tempo la conoscenza empirica di un certo gruppo sociale e l'universo immaginario dello scrittore».

  [5] H. M. ENZESBERGER, Sulla piccola borghesia, Milano, Il Saggiatore, 1983 pp. 7‑8: «Per lei azioni collettive e solidali sono fuori questione... L'immagine sociale della piccola borghesia tende alla mimetizzazione. (...) Essa è il risultato della sua condizione economica e della sua storia. Il suo rapporto coi mezzi di produzione è sempre stato deviato e mediato in mille modi. (...) Quanto più esigua... diviene la vera classe dominante, tanto più essa ha bisogno della pic­cola borghesia, proprio allo scopo di generalizzare e trasmettere la sua egemonia» .

 [6] L. GOLDMANN

 [7]Per quanto riguarda le figure femminili nella narrativa di Sgorlon, si veda: M. TORE BARBINA, La donna nell'opera di Carlo Sgorlon, in «Le Panarie» , Udine, 51, marzo 1981.

    [8] Le citazioni sono tratte dall'edizione Club degli Editori, 1977.

 

[9] Per «ottenere l'effetto ideologico desiderato Sgorlon innanzitutto espunge dalla narrazione la storia e le sue contraddizioni, trasformandola in nostalgica malinconia, in ricordi di ricordi ( «sciabordìo di cose remote, rimescolate da una fantomatica lavandaia su uno dei lavatoi della roggia»), trasferendo le cause delle crisi individuali e sociali fuori del tempo, dove acquistano una dimensione atemporale e si trasformano in segni del Destino e della Fatalità universali [...] Separate storia ed esistenza si libera così la letteratura di ogni funzione cono­scitiva nel presente e di qualsiasi progettualità futura e le si assegna il compito di riattivare il passato come favola («tutte le favole che aveva sentito raccontare da bambino gli avevano fasciato l'anima durevolmente»). Così chiarivo questo aspetto, a proposito di La contrada (E. D., Piacere, Liala Sgorlon! Appunti per una analisi della coktail‑literatur, in «Macchie» n. 3, U


{ Last Page } { Page 20 of 62 } { Next Page }

About Me

Home
My Profile
Archives
Friends
My Photo Album

«  May 2013  »
MonTueWedThuFriSatSun
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031 

Links

Glock_GlobaLocale
L'ultimo poligrafo
Facebook Ermes Dorigo
Romano Luperini
Paolo Volponi
Pier Paolo Pasolini
Alfabeta2
You Tube
Video Rai TV
Enciclopedia multimediale RAI
Duemilaragioni
Intellettuali e storia
CarniaLa_Notizie
Blog di Aldo Rossi
Centro Studi Pasolini Casarsa
Giacomo Leopardi
Dante on line
The Dante Society of America
Geoges Vriz_Comedia Danctis
Forum Italicum
Rivista di Studi Italiani

Categories


Recent Entries

Home
LETTERATURA ©
L'omologazione psicofarmacologica degli italiani
Francesca Rigotti_L'uomo abita il vuoto
Claudio Magris_Alla cieca
Romano Luperini_Disillusi ma non pentiti
Romano Luperini_L'incontro e il caso
Dedicato a un amico_Paolo Volponi
Paolo Volponi_Il lanciatore di giavellotto
Volponi e Pasolini
Ercole Bellucci_Il ballo del Sanvito...
Giacomo Leopardi_Il risorgimento
Boccaccio_Madonna Dianora
Italo Calvino_Se una notte...
Corrado Staiano_Una coscienza civile
Dan Frank_Libertad!
Enrico Filippini_La verità del gatto
Marosia Castaldi_Che chiamiamo anima
Amedeo Giacomini_Una storia di 'mezze coscienze'
Carlo Sgorlon_La ragnatela del solipsismo
Gore Vidal_Sulle sue origini carnico-friulane
Carlo Marcello Conti_Per i 25 anni della rivista ZETA
Bozidar Stanišic_La caduta del muro di Berlino
Luciano Morandini_Poesia come luogo di libertà
Luciano Morandini_Un romanzo
Luciano Morandini_80 anni
Luciano Morandini_Lemmi in fila
Mario Rigoni Stern_Un uomo buono
Mario Rigoni Stern_Le stagioni di Giacomo...
Siro Angeli_Per Maria Zef
Siro Angeli e Giorgio Caproni
Siro Angeli_Un poeta vero
Siro Angeli_Solevento
Esilio di Dante_Il libro del chiodo
Boccaccio_La novella udinese di Madonna Dianora
Canzoniere petrachesco
Colombo e Derrick
Harry Potter
Poesia da solitarietà
ARTE ©
Bruno Aita
Anzil_Il Dante
Artiste di Confine
Renato Calligaro
Claudia Campanini
Francesco Cito
Egidio Costantini
Stefano Marchi
Marco Marra
Renzo Marzona
Manuela Plazzotta
Bruno Tontini
Toni Zanussi
Un nuovo umanesimo_Georges Vriz
La Divina commedia_Georges Vriz
ESISTENZIALI ©
La morte vivente
Etimologia dell'esistenza
Mamma droga
Ricordi d'infanzia
La perdita
Talebani di casa (cosa?) nostra

Friends