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LA FELICITA' MENTALE by ermes dorigo

Egidio Costantini

17:07, 7 August 2010 .. Link

IL FRANCOBOLLO CARNICO

 

Quando sono arrivato a mattino inoltrato, la nebbia rapiva il cielo e la luce a Venezia e le impediva di indossare i suoi colori; in quella galleria, dall’acqua scura ai tetti dei palazzi, che percorrevo appoggiato al parapetto del vaporetto, si srotolava una visione di bianchi, grigi e neri che mi rendeva la città più umana e vicina, meno frastornante e baluginante, anche perché, le persone erano più rade, pure in piazza San Marco, silenziosa e intima, più che uggiosa. Le vetrine però, notai con un certo fastidio, erano illuminate e ostentavano, la solita paccottiglia vetraria di consumo e dozzinale, commerciale per lo più anche quella che voleva presentarsi come artistica ed espressione della vena inventiva e creativa muranese, che aveva avuto solo in Venini un innovatore.

Quando s'aprì il portone con la stella di bronzo di Jean Arp, entrai in un piccolo cortile, ornato di sculture in vetro, tra cui le Composizioni spaziali di Lucio Fontana, e subito fui introdotto nella Fucina degli angeli, come la battezzò Jean Cocteau, di Egidio Costantini, il ‘maestro dei maestri’, così è titolato il ponderoso ed elegante catalogo della mostra realizzata a Bruxelles nel 1990 (chi vuole conoscere più a fondo questo grande artista può leggere la sua biografia, Vetro, un amore di M. A. Serena e N. Berretti,Edizioni Arca), Si avvicina l'incontro e sono fortemente emozionato, perché prima di incontrarlo mi sono informato e mi ha quasi intimidito l'affermazione, perentoria e impegnativa, di Peggy Guggenheim ‑ che come Coctaeu e altri gli sarà molto vicina in vari momenti di difficoltà, organizzando, per esempio, tramite Nelson Rockfeller, che acquisterà tutte le opere esposte, una sua mostra al Museo d'Arte Moderna dì New York – secondo la quale «Egidio Costantini è la sola persona in Venezia dal XVIII secolo che produce sculture in vetro veramente artistiche».

Nel suo studio ho trovato una persona di  rara disponibilità e affabilità; buona come  una bontà tutta femminile («Arte come omaggio alla Donna universale, fonte della vita e dell'armonia dell’universo), che emana dalle trasparenze delle sue sculture in vetro, calde, leggere e piene di sereno afflato vitale. Come direttore di Palazzo Frisacco a Tolmezzo ho cercato, nelle scelte espositive, di evitare  sempre l’ovvio e il banale, di fiutare e inseguire proposte nuove e insolite, di rischiare insomma. Su questa pista ero stato messo dalla nipote attraverso dei cataloghi  ed un suo scritto sulla vita di Costantini, eccezionale al pari della sua unicità artistica, bene determinato dentro di me ad ottenere il suo assenso per una grande mostra delle sue opere a Tolmezzo, che durante il pranzo in casa  sua mi venne concesso perché, come mi disse,  una mostra in Carnia, la terra dell'amata  moglie Emilia Dain («La cosa più importan­te della mia vita è stata l'amore. Io ho amato la mia sposa come ho amato la mia arte. Non ho fatto niente di più che tradurre nel vetro i sogni e i pensieri accarezzati insieme per tanti ami. In fondo, è stata lei l’artefice di tutta la mia opera»), avrebbe significato per lui «una nuova nascita».

Anche se la Carnia nell'immediato secondo dopoguerra l'ha trattato assai male, filtra questa terra attraverso la bellezza, la modestia, la signorilità, l'umiltà e la dolcezza della moglie, per cui continua ad amarla, per la quale ha anche una evidente riconoscenza, perché proprio qui ha scoperto il vetro e la sua vocazione d'artista. E’ costretto ad andarsene, ma quando torna a Murano ‑ lo ringrazio quasi, quando afferma schiettamente che «i muranesi sono peggio dei carnici, ma peggio» ‑ comincia una nuova via crucis, nuove angustie e ostilità, perché loro «considerano il vetro schiavo dell'uomo, funzionale al mercato, mentre io volevo scoprirne l'essenza,  e, una volta scopertala, fare arte. Il francobollo carnico, da me realizzato in vetro su disegno dì Pablo Picasso, è un omaggio alla mia Carnia ».

Era da 1932, quando vi era stato mandato dalla moglie per rimettersi dal tifo, che la frequentava alcuni mesi l’anno («a ogni angolo di quei luoghi ho dato diversi nomi, che si riferivano a mia moglie; le ho fatte tutte, quelle valli!»), finché nel 1945 si stabilì a Cercivento con la moglie e due figli(alla partenza nel 1948 sarebbero stati tre). Qui, abbandonato l’impiego in banca, rispolverato il diploma in Botanica, che aveva conseguito nel 1942 all'Università di Padova, mette in piedi un’iniziativa pilota e d'avan­guardia («poteva essere una fonte di lavoro per tanti, che non avrebbero più dovuto andare all'estero») per la distillazione del legno da cui poteva ricavare circa duecen­to prodotti; ha l'appoggio della Forestale e la Comunità Carnica, presieduta da Miche­le Gortani, gli propone la pulizia di tutti i boschi, che lui rifiuta, ma ha lo stesso l'ostilità dei boss del legname, che attraverso i loro sca­gnozzi, che non mancano mai a ogni latitu­dine, cominciano un’opera di intimidazio­ne, cavi teleferici tagliati, caldaie rotte, ca­ni uccisi. ««Questa gente, Egidio ‑ mi dice­va l'amico Barbacetto ‑ non ti vorrà mai bene, anche se sei il marito di una carnica; sei un ragazzo intelligente e così qui non li vogliono». Erano, impegnati a demolirmi la fabbrica‑pilota e intanto andavano in pro­cessione con la Madonna Pellegrina! ... ».

Poi ci si mise anche la Banca cattolica dei Veneto ‑ il che mi conferma che dietro non c'erano i carnici, ma i padroni del le­gname ‑ che gli chiese il rientro immediato  per una somma, che lui non aveva, di 320 mila lire. «Avevo lì un altro grande ami­co ‑ continua ‑, Alfiero Tavosanis, ‑ cui si deve, aggiungo io, il merito della costruzione del nuovo ospedale di Tolmezzo ‑, che una sera è venuto a mezzanotte con due camion a Cercivento; vi abbiamo caricato mobili, quadri e tutto di casa, lo spoler non ho potuto perché era in mattoni, e alle due li abbiamo scaricati davanti alle due entrate della banca, lasciando un biglietto che dice­va: Tenetevi le 320 mila lire. Che scandalo! A mezzogiorno riavevo tutto, anche una dilazione nei pagamenti. Così ‑ conclude ‑ si diventa uomini. Nonostante questo, ho tanta riconoscenza per la Carnia, perché lì, vedendo l'argilla attorno a un forno vetrifi­cata in una ricca gamma di colori verdi e blu, ho scoperto il vetro e la mia strada: fare arte attraverso il vetro».

Inizia una vita di sacrifici e caparbietà (ma a questo punto dovrei scrivere un’al­tra biografia), con diversi momenti di difficoltà, superati con tenacia e con l'aiuto di tanti artisti diventati suoi amici, e le cui opere ‑ «non copiavo i loro disegni, ma li ricreavo: un'opera d’arte autonoma da un’opera d'arte, tolta dal suo supporto na­turale» in una nuvola d'aria colorata ‑ animano con la loro calda e intima Vita interio­re la Fucina degli angeli: ti manca il respiro ad aggirarti tra le creazioni di Costantini, ispirate ai disegni di Picasso, Arp, Koko­schka,  Braque, Chagall, Max Ernst (l’enorme scacchiera realizzata insieme, che si trova a Bru­xelles, è definita L’immortale), Fontana, Le Corbusier, Léger e tanti altri, il fiori fiore dell’arte mondiale del Novecento, che fa di Egidio Costantini un unicum nella storia dell’arte di questo secolo, nell'arte vetraria in particolare («Questo secolo come arte del vetro è mio completamente»).

Quando usciamo, i colori che emanano dalla Fucina degli angeli ‑ me ne vado con la forte impressione di bellezza e dolcezza della composizione Omaggio alla Scozia, dolce metaforico presepe carnico dedica­ta alla moglie Emi, che non c'è più ‑ hanno dissolto la nebbia e restituito sole e colori alla città. Mentre siamo seduti in una tratto­ria, che espone i poster delle sue mostre in tutto il mondo (un milione e mezzo di visi­tatori a Gerusalemme), come le api che ritornano al loro alveare, occupano le se­die attorno al patriarca figli, nuore, nipoti, uniti da una grande letizia e serenità d'animo. Lascio Egidio Costantini con una grande armonia nell’anima: un suo generoso regalo.

 

«Messaggero Veneto», 15.01.1999

 

 

 

 

 




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